Gennaro Sangiuliano, L’Indipendente 27/9/2007 (Dagospia 27/9/2007), 27 settembre 2007
Alla fine anche Mario Draghi ha ceduto. Era stata progettata una consistente cura dimagrante che nel dettaglio prevedeva la chiusura di 74 sedi periferiche della Banca d’Italia, ma in seguito al primo braccio di ferro con i sindacati e alle prime telefonate di potenti e potentini, si era scesi a 59 sedi
Alla fine anche Mario Draghi ha ceduto. Era stata progettata una consistente cura dimagrante che nel dettaglio prevedeva la chiusura di 74 sedi periferiche della Banca d’Italia, ma in seguito al primo braccio di ferro con i sindacati e alle prime telefonate di potenti e potentini, si era scesi a 59 sedi. Un altro passo e si era arrivati a 35 e ora siamo a 33, salvo sorprese dell’ultima ora. l’Italia dei localismi, delle corporazioni e dei campanili alla quale anche uno dallo stile british come Mario Draghi ha finito per inchinarsi. (L’appisolato Governatore Draghi - Foto U.Pizzi) Il pressing politico esercitato su Palazzo Koch sin dall’annuncio del piano, nella scorsa primavera, ha acquistato un andamento piramidale. Prima i ministri: Clemente Mastella si è attaccato al telefono per difendere la sede di Benevento; Vannino Chiti ha scritto una lettera per salvare le sedi toscane di Pistoia, Livorno, Grosseto e Siena; Beppe Fioroni si è mosso per Viterbo. Dopo si è scesi ai governatori delle Regioni, armati di dichiarazioni ufficiali e trattative riservate: Roberto Formigoni in nome di Pavia e Como; Claudio Burlando schierato con La Spezia; Riccardo Illy lancia in resta per Gorizia; Totò Cuffaro per tutte le sedi siciliane. Poi, scendendo ancora, ecco il turno di sindaci, presidenti di Provincia, assessori, singoli parlamentari. Il piano originario di Draghi partiva dal semplice buon senso. La ramificazione della Banca d’Italia era infatti un vecchio retaggio ottocentesco: in precedenza molte delle sue sedi erano le banche degli Stati preunitari e la loro presenza rispondeva alla necessità che la nuova Italia fosse anche ”visibile” e alla difficoltà degli spostamenti. E poi c’era il fatto che comunque, prima dell’avvento dell’euro, la Banca d’Italia era l’istituto di emissione e aveva il compito cruciale del governo della moneta. Ora quel compito è svolto dalla Banca Centrale Europea di Francoforte, siamo nell’era telematica e dei facili spostamenti e l’unica conseguenza di mantenere una sede in ogni capoluogo di Provincia è il suo costo enorme. Detto brutalmente, è molto più utile avere una sede nella King Street di Londra, la più grande piazza finanziaria del mondo, che a Benevento. Infine, il piano di Draghi offriva anche la prospettiva di mettere a frutto l’enorme patrimonio immobiliare, visto che le sedi provinciali sono ospitate in ricchi e centrali palazzi nobiliari, tutti di proprietà della Banca d’Italia. Nulla di tutto ciò è bastato. (Pietro Modiano e Vannino Chiti - Foto U.Pizzi) Alla resa dei conti, si diceva, Vannino Chiti ha impedito la chiusura delle sedi di Grosseto, Siena e Livorno, Formigoni ha salvato Como, De Mita Avellino, Burlando La Spezia, Fioroni Viterbo. La conservazione della sede di Reggio Emilia ha fatto registrare un evento a suo modo storico: proprio all’interno del ”triangolo rosso”, gli eredi del Pci più armato d’Italia hanno votato l’ordine del giorno di An in Consiglio Provinciale. Altre chicche? A Benevento, per una volta nella loro vita, si sono visti d’accordo Clemente Mastella e Pasquale Viespoli, senatore di An, mentre la sede di Bolzano è stata mantenuta per ragioni di ordine superiore: la Svp aveva minacciato di togliere al governo di Romano Prodi l’appoggio dei suoi senatori. Fra i tanti contenti ci sono anche i sindacati, che per i dipendenti delle sedi da chiudere hanno ottenuto trasferimenti ”assistiti”, cioè ben sostenuti economicamente, ricchi prepensionamenti e anche la possibilità di andare in altre amministrazioni dello Stato. Dagospia 27 Settembre 2007