Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 27/9/2007, 27 settembre 2007
Criticare il banchiere centrale del proprio Paese è sempre stato scomodo. Alan Greenspan viene contestato solo adesso che non è più il presidente della Federal Riserve
Criticare il banchiere centrale del proprio Paese è sempre stato scomodo. Alan Greenspan viene contestato solo adesso che non è più il presidente della Federal Riserve. Ci vollero gli scandali Cirio e Parmalat per cominciare a mettere in discussione Antonio Fazio. Mervyn King è stato crocefisso sul Financial Times nel momento in cui i suoi concittadini, sotto l’occhio della tv, si sono messi in fila fuori dagli sportelli della Northern Rock per ritirare i propri depositi. Prima, Greenspan, Fazio e King erano intoccabili. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna la politica aveva interessi troppo convergenti con la finanza globalizzante per distinguersi dalle banche centrali celebrate da Wall Street e dalla City. E in Italia il governo era ed è troppo debole per interloquire alla pari con gli inquilini di palazzo Koch. Certo, c’è pure l’eccezione di un Sarkozy che censura la Bce. Ma la regola è quella. E perciò ben venga la discussione di Greenspan e King: meglio tardi che mai, non foss’altro perché le banche centrali operano secondo competenze stabilite dalla politica. In questa fuoriuscita dal conformismo, il riconoscimento tributato da Enrico Letta a Giulio Tremonti merita di essere sviluppato oltre il galateo istituzionale nel quale, di fronte alle reazioni pavloviane pubblicate sull’Unità, sembra averlo voluto ridimensionare il suo stesso autore. Nel 2004, infatti, l’ex ministro dell’Economia è stato tra i primi a criticare il banchiere centrale del tempo e a cogliere il cambiamento epocale in atto nel sistema bancario. Come ha ricordato il governatore Mario Draghi al Cicr del 13 settembre, le banche vanno cedendo una quota crescente di crediti a una vasta platea di operatori attraverso le cartolarizzazioni, e perciò cambiano i propri ricavi: dagli interessi sui prestiti, derivanti dalla gestione di un rischio controllato, passano alle commissioni sulle operazioni finanziarie costruite sui crediti erogati, del cui buon fine si preoccupano meno. Loro controparti sono spesso, e per cifre imponenti, soggetti come i conduits egli hedge funds, pseudobanche non sottoposte ad alcuna vigilanza diretta. Una simile mutazione genetica ha avuto l’effetto di moltiplicare il credito concedibile a parità di capitale. Fino ad agosto, l’opinione prevalente era che fosse ottima cosa, sebbene non ci siano evidenze su quanto di questo credito vada a finanziare l’economia reale, dalla quale dipende la vita della grande maggioranza delle persone, e su quanto invece alimenti quella finanza autoreferenziale e incontrollabile che favorisce soltanto il nuovo vertice della piramide sociale. Adesso, l’improvvisa illiquidità di mercati pensati per essere liquidissimi fa emergere la difficoltà delle autorità di vigilanza a far seguire il fare al dire: avevano avvertito che un rischio c’era, ma non sono riuscite a prevenirlo. Qual è dunque il problema vero? Il voltafaccia del governatore King, per anni inflessibile liberista e poi salvatore di una banca privata con i fondi della Banca d’Inghilterra, può interessare la storia delle ideologie. Il ritardo con il quale King si è corretto interessa la politica. Al di là dei tecnicismi, questo ritardo sembra la conseguenza di un eccesso di fiducia nell’autoregolazione degli operatori. In un recente articolo sul Corriere, Giulio Tremonti hainvocato nuovi schemi di bilancio per dar conto di quanto oggi sta fuori dai libri e di un unico codice mondiale di rating. Vedremo quale eco troverà all’International Stability Forum, presieduto da Draghi. Ma l’idea tremontiana pone la politica e la cultura davanti a due scelte: 1) se difendere con gli anglosassoni l’attuale schema di vigilanza limitato alle banche tradizionali o se sostenere i tedeschi che vorrebbero mettere sotto controllo anche le pseudobanche, hedge e affini; 2) se confermare i criteri di Basilea 2 o se aumentare le quote di patrimonio di vigilanza a bilanciamento dei rischi di capitale, comunque impacchettati, e dei crediti alle pseudobanche non revocabili incondizionatamente. Sul Sole 24 Ore, l’economista Alberto Alesina ha difeso la linea anglosassone con un paragone automobilistico: se tutti andassimo a 30 all’ora, non avremmo incidenti, ma possiamo permettercelo? Semplicità per semplicità, tra i 30 chilometri all’ora e i 300 ai quali stavamo andando fino ad agosto, c’è la via di mezzo di stabilire limiti di velocità, magari variabili a seconda delle macchine, ma mai superiori ai 150.