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 2007  settembre 27 Giovedì calendario

MILANO

L’affaire Kashagan «è una questione economica di rapporti fra aziende», nella quale «la politica non deve entrare». E’ affidato a poche, generiche parole l ’esito dell’incontro di ieri, in margine ai lavori dell’Onu, fra Romano Prodi e il presidente del Kazakhstan, Nursultan Nazarbaiev. Lo stesso premier italiano sarà in visita ufficiale nella capitale kazakha, Astana, il prossimo 8 ottobre. Ed è difficile pensare che la politica possa permettersi di restare fuori dalla partita che si sta giocando fra il governo del paese centroasiatico e il pool di compagnie energetiche, guidate dall’Eni, che hanno firmato contratti per lo sfruttamento dei giacimenti di Kashagan, nel quadrante settentrionale del Caspio. Tanto più che ieri la vicenda si è ulteriormente complicata con l’approvazione, da parte della Camera bassa, della nuova legge mineraria che consente al governo kazakho di rescindere unilateralmente i contratti con le aziende straniere nel caso in cui non rispettino gli accordi e provochino così un danno economico al paese. Ora manca il voto del Senato, il cui via libera viene dato per scontato.
Proprio i giacimenti di gas e petrolio a Kashagan rappresentano insomma un banco di prova decisivo. Il governo di Astana ha infatti sospeso i contratti lo scorso agosto, dopo che il consorzio formato dalla capofila Eni (con il 18,52%) e da un manipolo di partner internazionali (da Exxon Mobil, anch’essa con il 18,52%, a Royal Dutch Shell e Conoco-Philips) ha proposto di rinviare al 2011 l’inizio delle attività estrattive, originariamente fissate per il 2005. Un ritardo destinato a far levitare gli investimenti da mobilitare: da 57 a 136 miliardi di dollari secondo la valutazione kazakha, anche se l’Eni parla di costi aumentati solo da 10 a 19 miliardi. Da qui lo stop al progetto e l’avvio di una fase negoziale destinata a chiudersi entro il 22 ottobre. Resta da vedere se Astana si accontenterà di ottenere compensazioni finanziarie o se punta a spingersi più in là. Potrebbero essere infatti rivisti i meccanismi delle royalties che le compagnie straniere dovranno versare al governo, oppure potrebbe essere richiesto a Eni e partners l’impegno a finanziare le grandi opere infrastrutturali già programmate nel paese. Secondo alcuni osservatori, l’amministrazione kazakha potrebbe anche pretendere il riassetto del consorzio di società che partecipano al progetto di Kashagan, affidando il ruolo di leader a una compagnia locale come KazMunaiGas, che oggi partecipa con una quota dell’8,33%. Ma, con il prezzo del petrolio ormai oltre gli 80 dollari al barile, appare sempre più evidente la strategia kazakha di ricavare il massimo possibile dalle proprie riserve energetiche, utilizzandole come strumento decisivo per finanziare lo sviluppo del paese. Una strada già imboccata (per motivi economici, geopolitici o di sicurezza nazionale, a seconda dei casi) dal Venezuela di Hugo Chavez come dalla Bolivia di Evo Morales e, soprattutto, dalla Russia di Vladimir Putin. Ma un atteggiamento analogo rientra nei piani di tutte le nazioni con grandi risorse di petrolio e gas. Un esempio di questi giorni viene dal Canada, dove la provincia dell’Alberta (che dispone di riserve petrolifere seconde solo a quelle saudite, anche se composte da «sabbia» e non dal «tradizionale» greggio) sta progettando di alzare le tasse per tutte le compagnie che hanno ottenuto una concessione nel settore energetico.