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 2007  settembre 27 Giovedì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

LONDRA – Un pedalò risalirà il Tamigi la settimana prossima. E sarà un momento storico, perché quando il pedalatore-navigatore solitario approderà al molo di Greenwich, sarà il primo uomo ad aver circumnavigato il globo affidandosi unicamente alla propulsione dei suoi muscoli. Non si è fatto aiutare da un motore, nemmeno da uno straccio di vela, Jason Lewis per la sua impresa: i 75 mila chilometri attraverso cinque continenti, due oceani e un mare li ha sentiti tutti nelle braccia e nelle gambe.
Ha usato la speciale imbarcazione a pedali per il mare aperto; un kayak per i fiumi e i laghi; per i tratti terrestri bicicletta e pattini a rotelle e nei passaggi di montagna ha camminato. Il tutto in 13 anni e 80 giorni.
Era partito con un amico nel luglio del 1994 a bordo della barca Moksha, che in sanscrito significa Liberazione. I due inglesi avventurosi volevano liberarsi dalle catene di una vita normale e girare il mondo: letteralmente. Perché una circumnavigazione perfetta della terra implica non solo partire e finire nello stesso punto, ma anche toccare due coordinate agli antipodi, diametralmente opposte l’una all’altra. Una storia da Guinness dei primati. Forse.
La missione è quasi compiuta: in queste ore Jason sta avvicinandosi in bicicletta alla costa del Belgio; da lì di nuovo in pedalò per attraversare la Manica.
Non si sa se sul molo di Greenwich il 6 ottobre tra la folla ci sarà anche Steve, il compagno che aveva avuto l’idea del viaggio. Steve si era ritirato nel 1999, dopo essere finito fuoribordo nel Pacifico in tempesta. «Un’onda di otto metri rovesciò la barca, quando riuscii a raddrizzarla lui non c’era più. Stavo seduto e pensavo a che cosa avrei detto alla madre. Pochi minuti dopo vidi Steve che si arrampicava sulla nostra Moksha: una corda gli si era aggrovigliata a una caviglia e lo aveva salvato. Ma da quel momento in poi non credo che avesse più voglia di continuare», ricorda Jason nel suo blog su www.expedition360.
com. Quell’esperienza ha anche incrinato la loro amicizia, dopo diverse liti i due si separarono.
Non è l’unica emozione di questi 13 anni. Mentre attraversava gli Stati Uniti coast to coast, durante un tratto con i pattini, Jason fu investito da un’auto pirata: gambe fratturate, sosta forzata di mesi. Al largo di Cuba furono scambiati per disertori dalla guardia costiera dell’Avana che per poco non sparò. Ci sono stati gli attacchi di una balena, squali, coccodrilli. Una guerra civile nelle Salomone; un arresto per spionaggio in Egitto, risolto dopo 36 ore di interrogatorio non proprio amichevole.In 13 anni qualche malattia si prende sempre. Nel caso del circumnavigatore si è trattato di malaria, setticemia, ustioni provocate dal sole e dal sale implacabili quando si sta in mare anche per cento giorni di seguito senza riparo. E poi gli è stata diagnosticata «una lieve forma» di schizofrenia.
Due cose preoccupano Mr Lewis. «Ho quarant’anni, non ho una casa, un lavoro. Penso di essere un tipico esempio di persona con difficoltà di reinserimento. Chi vorrà darmi fiducia? ». In questo gioca un po’ a fare l’ingenuo, perché uno con le sue avventure da raccontare in interviste ai giornali, rievocare in libri e memoria-li, far rivivere in film e documentari non dovrebbe davvero temere per il posto fisso.
Il secondo dubbio sembra più fondato. Il suo record potrebbe non essere riconosciuto nel Guinness. Durante la tappa australiana nel 2000, in una giornata di tempesta, il pedalò fu rimorchiato per 20 miglia per evitare il rischio che si infrangesse sulla barriera corallina. Mesi dopo Jason tornò indietro per percorrere anche quelle venti miglia con la spinta delle sue gambe, il suo sudore e la sua determinazione. Ma il regolamento prevede che tutte le tratte della circumnavigazione debbano essere in perfetta sequenza, non ammette salti. Dice un portavoce del Guinness: «Prenderemo in considerazione le prove portate dal signor Lewis».
Guido Santevecchi