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 2007  settembre 26 Mercoledì calendario

DODICESIMO GRUPPO DI ARTICOLI SUL CROLLO IN BORSA COMINCIATO IL NOVE AGOSTO 2007 (GRUPPO AAAJCW)



IL SOLE 24 ORE 25/09/2007
Morya Longo
A Wall Street i debiti diventano profitti. Bear Stearns, una delle più grandi banche al mondo, si è sempre vantata di non avere mai chiuso un anno in perdita. E il terzo trimestre 2007 non ha fatto eccezione. Questa volta, però, l’utile netto di 171 milioni di dollari è stato realizzato anche grazie a un "aiutino" arrivato da un principio contabile americano. Lo stesso che ha dato una mano alle trimestrali di tutti i big del credito americani, da Goldman Sachs a Morgan Stanley. Si tratta del «Financial Accounting Statement n. 159»: un principio contabile che, a dispetto di un nome freddo e poco accattivante, ha permesso ai big del credito di sfruttare il ribasso dei mercati obbligazionari per "rimpolpare" un po’ i conti trimestrali. Come? Sostanzialmente trasformando le perdite che hanno subìto i loro bond in ricavi.
Questo principio contabile funziona più o meno così: se una banca iscrive nel bilancio le sue attività (per esempio gli investimenti) al loro valore di mercato, allora può iscrivere anche le passività (cioè i debiti) al valore di mercato. E ovviamente se i suoi debiti e i suoi prestiti obbligazionari perdono valore, la banca realizza un guadagno potenziale: potrebbe infatti riacquistare i suoi bond sul mercato a un prezzo più basso di quello a cui li ha emessi. Morale: dato che negli ultimi mesi la crisi dei mutui subprime ha fatto scendere i prezzi dei bond emessi dalle banche, queste ultime hanno potuto iscrivere in bilancio le loro passività a un valore un po’ più basso. Dunque hanno realizzato un ricavo contabile. I minori debiti, insomma, sono diventati guadagni. Ma solo sulla carta.
Sembra un gioco di parole, ma l’impatto sui bilanci è stato enorme. Secondo i calcoli del «Wall Street Journal», Morgan Stanley ha guadagnato 390 milioni di dollari, pari al 26% dei profitti trimestrali totali. Goldman Sachs, invece, ha aumentato i ricavi di circa 300 milioni di dollari: non tanto rispetto a 2,9 miliardi di utile netto totale, ma comunque abbastanza per cancellare gli effetti negativi della crisi dei mercati. La banca che ha più beneficiato di questo principio contabile è però stata Bear Stearns: se non avesse aggiunto 225 milioni di dollari, avrebbe chiuso il trimestre in rosso. Goldman Sachs, interpellata dal «Sole-24 Ore», ha però voluto precisare: «Abbiamo applicato i principi contabili Usa perché era obbligatorio farlo. Non avevamo scelta. Precisiamo però che i guadagni da 300 milioni non sono utili, ma ricavi. Bisogna aggiustare questa cifra con costi, per cui il guadagno in termini contabili alla fine è molto minore di 300 milioni di dollari».
Bene inteso: tutto questo è perfettamente lecito, e anzi previsto dalla normativa americana. Appunto, al principio 159. Ma, ugualmente, appare paradossale. Per assurdo, infatti, una banca sull’orlo del fallimento chiuderebbe il bilancio con un’utile spaventoso: il crollo dei suoi bond si trasformerebbe, infatti, in ricavi e poi profitti extra. per questo che in Europa questo principio non è stato applicato. «Quando nel 2005 bisognava tradurre in legge i principi contabili Ias – spiega un revisore dei conti – la versione originale prevedeva che potessero essere iscritti in bilancio al valore di mercato anche i debiti, lasciando la libera scelta alle società. Questo principio non è stato però tradotto in legge, perché era considerato in contrasto con alcune direttive comunitarie relative alla prudenza». Anche l’agenzia di rating Moody’s, venerdì, ha diramato una nota affermando che non considererà questi utili come effettivamente derivati dall’attività delle banche. «In effetti – spiega un esperto di contabilità – questi guadagni sono solo sulla carta, e dunque non sono associati a un flusso di cassa». Intanto, però, hanno ingrassato i bilanci delle banche Usa proprio quando la crisi dei mutui subprime avrebbe potuto farli dimagrire.





IL SOLE 24 ORE 25/09/2007
Stefano Carrer
La crisi dei mutui subprime americani scuote il sistema bancario tedesco. E non solo sul breve termine, ma promettendo conseguenze di lungo periodo. Mentre emerge l’ipotesi della creazione di una "Superbanca" della Germania meridionale attraverso la fusione tra la Lbbw del Baden-Württemberg e la BayernLb, Deutsche Bank soffre per le indiscrezioni secondo cui sarà costretta a svalutazioni fino a 1,7 miliardi di euro sul suo portafoglio di crediti «leveraged». Il titolo della principale banca tedesca ha perso ieri l’1,8% , in una Borsa di Francoforte sostanzialmente stabile, trascinando in ribasso la rivale Commerz (che ha ceduto oltre il 4,3%), anch’essa a sospetto di prossime svalutazioni superiori a quanto preannunciato. L’intero settore bancario europeo è andato sotto pressione, per il timore degli investitori che altri grandi istituti possano riservare in futuro sorprese sgradite, tanto più alla luce dei commenti di tenore pessimista del Fondo Monetario Internazionale e all’anticipazione di altre svalutazioni altrove (un annuncio in questo senso è arrivato dalla Mitsubishi Ufj, la principale banca giapponese). stata l’agenzia di stampa «Reuters» a lanciare la notizia che Deutsche Bank potrebbe svalutare fino al 6% del suo portafoglio di impegni, a causa delle difficoltà a rivendere i crediti sul mercato nella situazione generalizzata di stallo determinata dalla crisi dei subprime. Non ci sono state reazioni ufficiali da parte dell’istituto, e la stessa agenzia – che non ha identificato le sue fonti – ha chiarito che se la situazione sul mercato del credito dovesse migliorare, l’entità delle svalutazioni potrebbe essere più contenuta. Il numero uno Josef Ackermann aveva dichiarato la settimana scorsa che la banca sta "correggendo" le valutazioni di bilancio in proposito, sottolineando che l’istituto è "prudente" nelle sue politiche di bilancio. La prossima trimestrale è attesa per il 31 ottobre, ma a questo punto la banca dovrebbe offrire chiarimenti in modo più tempestivo. Vari analisti ritengono che Deutsche Bank riuscirà a contenere il buco, anche cercando di utilizzare i suoi "muscoli" per convincere alcuni grandi clienti a rinegoziare accordi in corso, se non a soprassedere.
La crisi dei mutui tiene banco anche per la sempre più precisa sensazione che servirà ad accelerare il processo di consolidamento del ramo bancario, che finora in Germania ha fatto meno progressi che altrove. Nel loro incontro di settimana scorsa, gli stessi premier dei Land del Baden-Württemberg e della Baviera hanno discusso sui cambiamento del settore bancario pubblico e concordato nuovi colloqui, che potrebbero spianare la strada a una megafusione da cui nascerebbe il secondo gruppo del Paese. Non ci sono ancora concrete trattative per una combinazione, ma sono chiari i segnali di un allentamento delle rivalità regionali e delle pressioni sulle stesse autorità politiche territoriali per un consolidamento dell’ancora frammentato sistema. Del resto, la stessa Lbbw è intervenuta per salvare la SachsenLb, finita in crisi per l’esposizione verso i subprime Usa, e la acquisirà formalmente all’inizio dell’anno prossimo. L’altro istituto tedesco che ha avuto bisogno di un’ancora pubblica di salvezza, Ikb, dovrebbe confluire anch’esso in un gruppo dalle spalle più robuste. E lo stato della Renania settentrionale si è già rivolto agli uffici di Citigroup per cercare di vendere la sua quota in WestLb, alla quale è interessata la stessa Lbbw. Il paradosso è che vari istituti a controllo pubblico, dopo aver perso le garanzie statali del passato, si sono trovati in una situazione che li ha incoraggiati a diversificare l’attività in direzioni rischiose, in presenza di un mercato interno stagnante e poco redditizio, di cui la scarsa evoluzione del sistema è in parte responsabile.





IL SOLE 24 ORE 25/09/2007
Balduino Ceppetelli
Ipotesi break up per Northern Rock. sempre bufera su Northern Rock, al centro di voci e notizie quali piani per un possibile spezzatino e di distribuzione di dividendi. Così ieri a Londra i titoli dell’istituto di credito – in una giornata moderatamente positiva per il listino (+0,14% l’Ftse) – hanno registrato l’ennesimo tracollo, chiudendo a quota 171,6 pence, l’11,48% in meno rispetto a venerdì. Da ricordare che le azioni della banca inglese hanno perso il 73% del loro valore dall’annuncio del prestito d’emergenza della Bank of England, accordato per consentire alla banca di superare la crisi di liquidità originata dalla bufera Usa dei mutui suprime. La seduta di ieri si era aperta con uno scivolone di oltre il 10% per poi risalire vistosamente (superata la soglia dei 221 pence); successivamente però hanno invertito nuovamente tendenza per cadere rovinosamente. A favorire il tentativo di ripresa avevano contribuito le voci riportate ieri dal «Financial Times», circa l’intenzione di distribuire il dividendo interinale da 119 milioni di dollari. Il pagamento della cedola da 14,2 pence – che però Northern Rock non è obbligata a fare come ricorda il quotidiano – dovrebbe avvenire il 26 ottobre prossimo per tutti quegli azionisti che avranno registrato il possesso delle azioni entro il 28 settembre. Entro questa data la banca dovrà, invece, annunciare l’eventuale decisione di annullare il pagamento evitando la corsa all’acquisto del titolo per incassare il dividendo.
Queste notizie avevano inizialmente frenato l’ondata di ribassi che stava travolgendo il titolo causata dalle voci riportate domenica dal «Daily Telegraph» secondo cui tre dei più importanti hedge fund del mondo si stavano accordando per procedere con il break-up della Northern. L’operazione potrebbe portare nelle casse degli hedge fund centinaia di migliaia di sterline, ma lascerebbe gli azionisti a bocca asciutta. Secondo il giornale britannico, in corsa per lo "spezzatino" della banca figurerebbero un ex banchiere di Goldman Sachs, Cerberus, Citadel.
La situazione che sta travolgendo Northern Rock preoccupa chiaramente i clienti della banca, gli investitori, le istituzione finanziarie. Ieri qualche analista ha tentato di rassicurare il mercato. Sanford C. Bernstein ha ricordato che Hbo s, Lloyds Tsb e Barclays corrono «un rischio minimo» di subire una crisi simile grazie alle loro dimensioni e all’accesso più ampio alle forme di finanziamento. Northern Rock – ha scritto in un rapporto Antony Broadbent – dipendeva dai titoli obbligazionari per il 66% delle proprie fonti, rispetto, per esempio, al 38% di Hbos; clienti e depositi erano il 29% dell’indebitamento netto di Northern Rock, rispetto al 45% di Barclays, scrive l’analista.

CORRIERE DELLA SERA, 29/9/2207
MARIKA DE FEO
FRANCOFORTE – «Se proseguono l’incertezza e la mancanza di fiducia nei mercati, a breve termine le autorità di vigilanza dovrebbero chiedere alle banche di dichiarare le perdite riportate nei titoli cartolarizzati seguendo metodi e scadenza coerenti per tutte le istituzioni finanziarie». Da Venezia è Lorenzo Bini Smaghi, membro dell’esecutivo della Bce, a esortare banche e authority a cooperare urgentemente per chiarire le posizioni di bilancio e restaurare la fiducia mancante nei mercati. Da Bruxelles è invece il Commissario al Mercato interno, Charlie McCreevy, ad ammettere che «ancora non si conosce a quanto ammontano le perdite e quale sia l’attuale esposizione dei vari "giocatori" dei mercati » in conseguenza della crisi subprime. La crisi delle ultime settimane, confessa, «è stata una doccia fredda per tutti noi», e quindi anche per i regolatori dei mercati.
Ma si tratta di due facce della stessa medaglia. Perché a settimane dallo scoppio della crisi dei prestiti immobiliari il fatto che gli istituti finanziari non rivelino le perdite eventualmente subite con le turbolenze mina la fiducia nei mercati e crea incertezza soprattutto in quello interbancario, ancora molto debole.
La conseguenza è che i tassi del mercato monetario sono molto elevati. E se non dovessero ridiscendere, può svilupparsi il rischio di un «credit crunch» e di un ulteriore freno all’economia reale. La preoccupazione della Bce si legge anche nell’intervento effettuato giorni fa, quando ha prestato per un giorno, a un istituto bancario non identificato, 4 miliardi di euro a un tasso di interesse del 5%.
Anche per questo motivo Bini Smaghi ha puntato il dito sulle autorità di vigilanza, esortandole in pratica a seguire in modo coordinato, e con uguale procedura soprattutto a livello europeo, quanto richiesto, per esempio, da Bankitalia agli istituti italiani: comunicare entro il 19 ottobre l’esposizione al rischio subprime. Del resto, accenti non differenti sulla necessità di un maggior coordinamento delle autorità di vigilanza sono state espressi di recente dall’ex-ministro del Tesoro Giulio Tremonti in un intervento sul «Corriere». Una linea auspicata anche dall’attuale ministro del Tesoro Tommaso Padoa-Schioppa, sin da quando era nel board Bce. Se dovesse risultare che in fase di crisi le autorità non riescono a coordinarsi, dice in sostanza Bini Smaghi, si potrebbe rimettere in discussione l’architettura europea di vigilanza.

CORRIERE DELLA SERA, 30/9/2007
F.FUB.
MILANO – Dopo le tedesche IKB e Sachsen LB e l’inglese Northern Rock, arriva dagli Stati Uniti l’ultimo crac legato ai mutui americani cartolarizzati i («subprime»). NetBank, un istituto di credito della Georgia che opera attraverso Internet, ha chiuso venerdì sera dopo l’intervento delle autorità di vigilanza. Per gli Stati Uniti, si tratta del crac bancario di maggiori dimensioni dalla crisi creditizia dell’inizio degli anni 90.
Come già durante il caso Countrywide Financial in agosto, la reazione del sistema bancario è stata immediata.
Countrywide, il più grande istituto di credito immobiliare degli Usa, fu salvato da Bank of America. NetBank beneficerà ora del sostegno di Ing Direct, la sussidiaria del colosso assicurativo olandese che in Italia distribuisce «conto arancio». Ing ha comunicato ieri che acquisirà la clientela di NetBank e depositi assicurati per 1,5 miliardi di dollari. Per acquisire i depositi pagherà 15 milioni, più altri 724 per altri attivi di NetBank, che ha presentato richiesta di protezione dei creditori.
Ing Direct ha accelerato le operazioni di svantaggio di NetBank per varie ragioni, ha spiegato ieri al «Financial Times» il suo numero uno Arkadi Kuhlmann. La priorità non sembra essere stata il recupero del portafoglio clienti della banca americana. «Si tratta di salvaguardare la fiducia nel mercato – ha spiegato Kuhlmann ”. Dal momento che siamo la più grande banca diretta, siamo felici di aiutare».
Ad affossare l’istituto «online » sono state soprattutto le perdite sui mutui a rischio emessi, rivenduti ma finiti in insolvenza prematuramente. Le insolvenze rapide chiamano infatti in causa la responsabilità finanziaria dell’emittente, ma anche quelle di autorità di vigilanza che non sembrano aver sorvegliato efficacemente. La Federal Reserve del presidente Ben Bernanke è stata criticata per questi aspetti nelle ultime settimane, ma è l’intero sistema prudenziale statunitense che appare colto di sorpresa.

CORRIERE DELLA SERA, 30/9/2007
GIULIO TREMONTI
Caro direttore, finalmente un banchiere centrale che si rivela nello stesso tempo intelligente e coraggioso. Ho letto con molto interesse le dichiarazioni di Lorenzo Bini Smaghi sintetizzate ieri dal Corriere sotto il titolo «Mutui, le banche dichiarino le perdite. Serve un’ azione comune dell’Authority». Da una parte si rileva la «tendenza degli ultimi anni allo spostamento del rischio di credito al di fuori del mondo bancario». Dall’altra parte si formula l’ipotesi di «mettere in atto con urgenza una azione comune a livello internazionale, mirata ad indurre le principali istituzioni finanziarie a rivelare pubblicamente, entro una certa data, le rispettive esposizioni, secondo calcoli e metodi contabili trasparenti». Diversamente «il contagio difficilmente può essere evitato, soprattutto se si manifesta attraverso una perdita di fiducia degli intermediari stessi».
A partire da agosto nel mercato finanziario manca la fiducia. C’è la liquidità, ma non c’è la fiducia. Dire che c’è un mercato finanziario, ma senza fiducia, è come dire che c’è una Chiesa, ma senza fede.
Perché è scomparsa la fiducia? E come può essere ristabilita? Per quanto mi riguarda: a) la scissione tra «responsabilità» e «rischio» di banca, scissione che può essere operata incorporando il rischio in titoli girabili sul mercato, l’ho evidenziata per la prima volta come ministro dell’Economia e delle Finanze nell’audizione fatta in Parlamento nel gennaio 2004. Audizione che evidenziava i rischi di esplosione in Italia di crisi da
bond, titoli che incorporavano i rischi originari delle banche. Ho ancora avuto modo di evidenziare subito dopo, (inutilmente), interrogato nelle sedi internazionali sul caso Parmalat, che quello che era successo in modo domestico e folcloristico in Italia, poteva comunque succedere su scala sistemica e globale anche all’interno del mercato internazionale; b) il rischio di irradiazione dagli Usa di una crisi prima finanziaria e poi economica – crisi rispetto alla quale i cosiddetti
subprime sono stati solo una parte e non la maggiore – l’ho segnalata in una intervista sul Corriere del 12 novembre 2006; c) la proposta di un intervento rapido, mirato a ristabilire la fiducia tra gli operatori attraverso l’introduzione di regole contabili nuove, l’ho fatta da ultimo sul Corriere dell’11 agosto 2007.
Per seguire l’immagine fatta sopra, se si vuole ristabilire la fiducia come forma di fede reciproca, serve una «confessione » da parte degli operatori. La mia idea è che tanto le profonde trasformazioni intervenute negli ultimi anni all’interno del sistema finanziario, quanto l’arrivo conseguente di una crisi siano sfuggiti – e stiano sfuggendo – alla comprensione dei soggetti che avevano e hanno responsabilità istituzionali – individuali e collettive – in materia. Tanto di quelli in servizio, quanto di quelli in pensione. Una classe di soggetti che per inerzie o limiti culturali si è fatta e si sta facendo sorprendere passivamente da una «imprevista» cascata di fenomeni. E’ per queste ragioni che (forse mettendolo temporaneamente in imbarazzo) considero intelligente e coraggioso l’intervento fatto da ultimo da Lorenzo Bini Smaghi.


CORRIERE DELLA SERA 02/10/2007
Giancarlo Radice
Mutui, tremano Ubs e Citi Ma Wall Street festeggia. MILANO – Dalle grandi banche internazionali cominciano a uscire i dati sulle perdite accumulate per effetto della crisi finanziaria legata ai mutui subprime americani. Un’«operazione trasparenza» che contribuisce a mitigare i timori dei mercati. Tanto che Wall Street vola al record storico, con l’indice Dow Jones ampiamente sopra i 14 mila punti.
A segnare la giornata di ieri sono stati due colossi come Ubs e Citigroup. Il gruppo elvetico ha infatti annunciato di aver «ripulito» i suoi conti, accollandosi una perdita di 4 miliardi di franchi (circa 2,4 miliardi di euro) proprio a causa dei titoli legati ai mutui immobiliari. Ed ha accompagnato la decisione con un riassetto dei suoi livelli manageriali e l’avvio di un piano di riduzione di 1500 posti di lavoro. Quasi contemporaneamente anche l’altro big della finanza elvetica, il Crédit Suisse, ha reso noto che i suoi conti del terzo trimestre 2007 saranno molto al di sotto delle aspettative.
Poco dopo, in vista dell’apertura dei mercati Usa, è poi toccato a Citigroup, il maggior gruppo bancario mondiale per capitalizzazione, che ha annunciato una riduzione dei suoi utili netti trimestrali pari al 60%, dovuta a 1,3 miliardi di dollari persi sul fronte dei mutui e altri 1,4 miliardi di dollari svaniti nei prestiti concessi a società di private equity esposte con i titoli ad alto rischio dello stesso settore.
Una sequenza di segnali, insomma, che sui mercati finanziari è servita a rasserenare il clima: il fatto che emerga finalmente l’entità delle perdite viene infatti interpretato dagli investitori come il sintomo che la crisi innescata dai
subprime sia in via di esaurimento. Così, dopo aver aperto in territorio negativo sulla scia dell’annuncio di Ubs, le Borse europee poi cambiato rotta. A fine seduta Piazza Affari ha chiuso con l’indice S&P Mib in rialzo dell’1,32%, mentre a Parigi il Cac40 ha guadagnato l’1,01%, a Francoforte il Dax30 lo 0,77%, a Zurigo lo Smi l’1% e a Londra l’Ftse100 lo 0,6%. Altrettanto consistenti i rialzi sulle piazze americane, dove un forte impatto lo hanno avuto le parole del numero uno di Citigroup, Charles Prince, secondo il quale le perdite del terzo trimestre rappresentano sì un «impatto severo» (che accentuerà le pressioni degli azionisti perché lasci la guida del gruppo bancario) ma consentono di ripartire verso un’ultima parte dell’anno in cui «si dovrebbe tornare a un normale livello di redditività». A Wall Street l’indice Dow Jones dei titoli industriali ha così terminato la giornata con un più 1,38%, a quota 14.087 punti, mentre per il Nasdaq il progresso è stato dell’1,46%.
A contribuire alla performance delle Borse Usa è servita anche l’opinione dell’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, secondo cui la crisi di liquidità innescata dai mutui ad alto rischio potrebbe essere agli sgoccioli. E in questi senso vanno anche visti i nuovi report con cui proprio Citigroup ha alzato il giudizio di alcune grandi società di costruzioni immobiliari, da Pulte Homes a Countrywide Financial.



CORRIERE DELLA SERA 02/10/2007
Federico Fubini
E prima del crac i subprime erano oro. Per le banche. MILANO – Settimane fa, Henry Paulson si teneva accanto a George W. Bush mentre il presidente parlava al Congresso degli «eccessi del settore del credito». Poi è stato lo stesso ministro americano del Tesoro ad annunciare un’inchiesta sui derivati: «In particolare per prodotti complessi e poco scambiati, difficili da prezzare in tempi di stress».
Chissà che anche Paulson non possa contribuire all’indagine. Quando guidava Goldman Sachs, la prima banca d’affari di Wall Street è stata protagonista di una singolare progressione: più il boom dei prezzi immobiliari e delle rivendite dei mutui a rischio somigliava a una bolla, più Goldman scalava le classifiche di categoria. Nel 2004 era 12esima al mondo nella graduatoria dei protagonisti su un mercato che ora non si muove più, quello della cessione di obbligazioni basate su mutui immobiliari. Nel 2005 poi, l’anno su cui si registra il numero più alto di insolvenze, Goldman è salita al settimo posto: da 73 a 91 emissioni, da 24,8 miliardi a 46,7 miliardi di dollari di crediti legati a mutui per la casa cartolarizzati, cioè trasferiti dall’emittente al mercato.
Va detto che i dati dell’Investment Banking Group di Thomson Financial non distinguono fra mutui «buoni» e «cattivi », fra cartolarizzazioni con alla base debitori solidi o «subprime ». Questi ultimi pesano in generale per circa un quarto. Ma orientarsi non è un esercizio facile, perché proprio gli istituti spesso impacchettavano le varie categorie insieme in prodotti derivati come i Cdo («Collateralized debt obligations»). Un’industria enorme, con commissioni commisurate: le prime 25 banche al mondo hanno confezionato e scaricato fuori bordo, cioè sul mercato, mutui per 599,2 miliardi di dollari nel solo 2004. Nel 2005 la somma ha sfiorato i mille miliardi (959,7), poi la frenata del prezzo delle case e i primi scricchiolii nel 2006 (897 miliardi), infine il relativo calo nei primi nove mesi di quest’anno (619 miliardi). C’è una spia di come tutti sottovalutassero il rischio: la lista dei grandi rivenditori di crediti immobiliari coincide in buona parte con quella delle banche che hanno sofferto di più per i «subprime » nei loro stessi bilanci. Il campione mondiale di emissioni nel 2004 è Bear Stearns (73,3 miliardi), lo stesso istituto che ha perso due fondi troppo esposti su quella carta. Quarta e quinta poi le due banche che ieri hanno fatto chiarezza sui danni di stagione, Citi e Ubs. Nel 2005 invece vince con cento miliardi Countrywide (altra vittima illustre della crisi d’agosto), seconda Lehman Brothers, terza Royal Bank of Scotland. Sempre Lehman e Rbs si contendono il primo posto nel 2006 e nel 2007, con Deutsche Bank, Barclays e Crédit Suisse sempre nelle parti alte della classifica.
Se l’Europa è ben rappresentata, al pari delle banche di Wall Street, l’Italia non compare in graduatoria fino al 2006. Da allora, dopo la fusione con Hypovereinsbank, c’è Unicredit ma agli ultimi posti: 22esimo nel 2006, 25esimo nel 2007.



IL FOGLIO 03/10/2007
Sregolatezze. Citigroup, Unione di Banche Svizzere (Ubs) e Crédit Suisse denunciano forti perdite sui loro investimenti in subprime loans immobiliari Usa e altre perdite da ”finanza derivata”. Si tratta di cifre imponenti: 1,3 miliardi di dollari di perdite per Citigroup, per garanzie sui prestiti fatti per l’acquisto del controllo di imprese, cioè ”leveraged buy outs” di 600 milioni di franchi svizzeri (circa mezzo miliardo di dollari) per Ubs e di circa la metà per Crédit Suisse per i subprime Usa. E’ noto che il precedente presidente della Federal Reserve Alan Greenspan si rifiutò di adottare regolamentazioni delle nuove forme di credito effettuate dalle banche statunitensi, in nome di un liberismo anomalo: dato che tutte le banche dovrebbero sottostare ai parametri di Basilea per il rapporto fra i loro mezzi e i loro prestiti. Sembra di capire che una parte degli investimenti in subprime delle due grandi banche svizzere è stata effettuata con fondi di investimento, o altre ”società veicolo” formalmente separate, ma di fatto controllate. Ora la Banca d’Italia ha inviato alle banche una circolare per ricordare loro che le ”società veicolo”, che nella sostanza economica rientrano nel loro controllo, dovrebbero essere consolidate con la banca, per il calcolo del rispetto dei parametri di Basilea (quelli che Gianpiero Fiorani oltrepassò per raccoglier i mezzi per scalare Antonveneta senza che il governatore della Banca di Italia Antonio Fazio lo volesse rilevare, fatto che gli costò la destituzione). Se la Banca di Italia invia questa circolare è perché ci sono dubbi sul fatto che il consolidamento sia sempre avvenuto. La nozione di controllo di fatto di un veicolo finanziario da parte di una banca, si presta a interpretazioni diverse. E solo una accurata vigilanza permette di verificare se è avvenuto. E si presenta la questione dell’informazione pubblica sul rapporto fra la banca e il veicolo finanziario. Anche in Germania ci sono state lacune nella vigilanza per gli investimenti in subprime. Dunque questa crisi finanziaria non dipende da un eccesso di liquidità dovuta a tassi troppo bassi, ma dal fatto che non si sono applicate le normali regole alle spericolate operazioni in questione.

CORRIERE DELLA SERA, 5/10/2007
FEDERICO FUBINI
FRANCOFORTE – La Banca centrale europea ha lasciato invariati al 4% i tassi di interesse di Eurolandia, segnalando che la posizione «attendista » imboccata nel settembre scorso durerà ancora per alcuni mesi. Perché, ha spiegato il presidente della Bce Jean-Claude Trichet, il quadro economico tracciato finora comprende ancora una «crescita sostenuta, intorno al potenziale» (pari al 2-2,5%), grazie anche alla crescita «robusta» proveniente dai Paesi emergenti. Tuttavia, questo scenario ora è circondato da «cautela» e, soprattutto, da «un aumento dell’incertezza» dovuto alla «volatilità dei mercati e al riapprezzamento dei rischi». Quasi a confermare le sue parole, ieri Deutsche Bank ha annunciato che «azzererà» attivi per 3,1 miliardi di euro, svaniti per le perdite sul mercato dei mutui Usa e dei titoli derivati. Gli utili trimestrali saranno comunque pari a 1,4 miliardi di euro, più degli 1,25 dello stesso trimestre 2006. Negli Usa, invece, cominciano a cadere le prime teste: Merrill Lynch ha infatti licenziato due alti dirigenti, Osman Semerci e Dale Lattanzio, con responsabilità sul fronte dei prestiti ipotecari ad alto rischio.
Proprio i timori dei mercati, secondo Trichet, rafforzano i «rischi sulla crescita», anche se per ora l’impatto sull’economia reale non è quantificabile. Quindi, ormai, per i banchieri centrali i tassi di interesse non sono più «accomodanti » (vale a dire espansivi), come invece avevano segnalato ogni mese degli ultimi due anni. In pratica, ha avvertito Trichet, abbiamo bisogno di «più informazioni e dati», sul «se e quando sarà appropriato contrastare i rischi alla stabilità dei prezzi». Questa frase segnala che la Bce per ora congela l’idea di aumentare i tassi. Ma che rimane «pronta ad agire in ogni momento» se dovessero aumentare i «rischi di inflazione».
Nel complesso Trichet quindi, secondo gli operatori, sembra più concentrato sui rischi sulla crescita che su quelli del caro-prezzi. E le preoccupazioni di Trichet sull’economia troveranno riscontro oggi, quando la Bce pubblicherà il rapporto sulla concessione dei crediti in Eurolandia. Lo studio mostra, come conseguenza delle turbolenze nei mercati, una restrizione dei prestiti alle famiglie e alle imprese, e soprattutto di quelli relativi a grandi transazioni di acquisto e vendita di società.
L’euro, dopo aver raggiunto un massimo di 1,4149 dollari, ha chiuso ieri in ribasso a quota 1,4109. Ma la situazione rimane delicata. E Trichet ha esortato i governi europei a mantenere nei commenti sulla forza dell’euro una posizione unica e disciplina verbale – altrimenti «c’è disordine» e incertezza sull’operato della Bce. Trichet ha anche rassicurato che «il tasso di cambio è uno dei parametri che influenzano i rischi sulla stabilità dei prezzi» nelle decisioni della Bce. E che comunque per i banchieri centrali «la volatilità eccessiva è molto controproducente per la crescita».
Quanto all’elevato livello dei tassi di interesse del mercato monetario, Trichet ha sottolineato che la causa non è di «giurisdizione» della Bce, bensì è imputabile al mercato degli Abcp («asset-backed securities ») e dei nuovi prodotti del mercato monetario. Il presidente della Bce si è detto «fiducioso » che le tensioni col tempo «saranno superate».

CORRIERE DELLA SERA, 7/10/2007
SERGIO BOCCONI
COURMAYEUR (Aosta) – La finanza globale, con gli eccessi e i carnevali del profitto, oggi è un’ombra. Lo hanno sostenuto ieri l’avvocato Franzo Grande Stevens e l’ex presidente della Consob Luigi Spaventa al convegno di studio «Adolfo Beria di Argentine» su «Proprietà e controllo dell’impresa: il modello italiano. Stabilità o contendibilità?». Convegno che nella seconda giornata si è occupato soprattutto della crisi che attraversa i mercati avviata dai mutui subprime.
Spaventa l’ha definita come un «deragliamento per eccesso di velocità di un impetuoso sviluppo della finanza che, in sé, non aveva nulla di patologico ». Sviluppo che dalla seconda metà degli anni Novanta ha visto l’affermazione di un «nuovo modello di trasferimento del rischio di credito: le banche concedono il credito, poi lo frammentano e lo distribuiscono con i rischi connessi a una miriade di prenditori non bancari di prodotti strutturati ». E’ il primo passo che porta ai «titoli salsiccia» che hanno dentro di tutto. Come ha detto il Governatore Mario Draghi, «il credito si compra e si vende sui mercati invece di essere tenuto sui bilanci degli intermediari finanziari». Il modello ha benefici iniziali (diversifica il rischio e dà l’accesso ai mutui a molti «svantaggiati»), ma quando viene meno una delle condizioni sottostanti favorevoli, i tassi bassi, dalla fisiologia si passa alla patologia, i modelli delle agenzie di rating si rivelano inadeguati (quando non ambigui, viziati da conflitto d’interessi), e le banche che avevano creato entità separate (i conduits) ed extrabilancio per l’attività su questo tipo di finanza devono far emergere i problemi tenuti fino allora «sotto la linea dei conti d’ordine». Crollano i valori e la liquidità si blocca perché nessuno più si fida delle controparti. Intervengono le banche centrali, colte di sorpresa.
Secondo Spaventa tre devono essere le linee di intervento: «Gli Usa devono regolamentare meglio i mutui; le agenzie di rating (che hanno invocato il "primo emendamento della Costituzione americana sostenendo che i loro giudizi rappresentano libera espressione del pensiero") devono accettare che i loro modelli siano sottoposti a esame pubblico, in vista di una loro revisione; gli organi di vigilanza devono essere in grado di valutare l’effettiva esposizione degli intermediari a specifici rischi e l’adeguatezza dei modelli di valutazione impiegati ». Il mercato intanto ha cominciato una cura drastica. E’ passato alla quaresima. Ma, dice Spaventa, «a lungo termine la memoria si fa corta e ci si avvia di nuovo al carnevale».
Il mercato globale colpito da eccessiva finanziarizzazione ha poi bisogno, sottolinea Grande Stevens, di «un’Autorità mondiale regolatrice o giurisdizionale, legittimata a irrogare sanzioni e a farle eseguire ». Anche perché i conflitti d’interessi diventano mondiali e si manifestano anche fra Stati. L’ambasciatore Renato Ruggiero ha parlato a proposito dei «fondi sovrani» che appartengono a stati di Paesi emergenti o produttori di petrolio. Fondi pubblici oggi dotati di risorse per 2.500 miliardi di dollari, destinati a diventare 12 mila miliardi nel 2012. Uno sviluppo gigantesco che può portare con sé giganteschi conflitti d’interessi.

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L’espresso 12/10/2007
VITTORIO MALAGUTTI
Le gravi distorsioni sul mercato del credito sono la vera questione su cui dobbiamo confrontarci... Giudizio netto. Parole dure. Chi le ha pronunciate? Un attivista no global? Un sindacalista? Un’autorità di controllo sulle Borse, preoccupata per la stabilità a breve termine dei mercati? Risposte sbagliate. A sorpresa, il pulpito da cui è arrivata questa severa presa di posizione sui guasti del sistema è quello del più potente banchiere d’affari del mondo. Lloyd Blankfein, numero uno della statunitense Goldman Sachs, marchio vincente della finanza internazionale, ha pensato bene di esternare le sue valutazioni sulla crisi di queste settimane. Lo ha fatto in una lunga intervista pubblicata giovedì 27 settembre dal ’Sole 24 Ore’. "Abbiamo sottovalutato i rischi", ha detto in sostanza Blankfein. E questo errore, ammette il banchiere, ha finito per alimentare quella bolla speculativa che secondo molti osservatori minaccia ancora di provocare disastri a catena sui mercati dopo gli scossoni della scorsa estate.

Errore? A ben guardare, quello che Blankfein, con il senno di poi, definisce un errore ha funzionato per anni come un gigantesco moltiplicatore di profitti per Goldman Sachs e anche per le sue dirette concorrenti. Nomi altisonanti: Merrill Lynch, Morgan Stanley, Lehman, per citare solo le principali tra le banche d’investimento internazionali. Questi colossi della finanza globale sono riusciti a cavalcare alla grande il boom dei cosiddetti prodotti derivati. In sostanza, hanno costruito e venduto a peso d’oro strumenti finanziari tanto complessi che diventa praticamente impossibile valutarne la rischiosità e, di conseguenza, anche il prezzo. Morale: le banche hanno fatto soldi a palate scaricando sul mercato bombe finanziarie a orologeria.

Esemplare il caso di Italease. A fine luglio la Banca d’Italia, con una serie di telefonate informali, ha richiamato all’ordine alcuni istituti, tra cui Deutsche Bank e Bnp-Paribas, che a partire dal 2005 avevano contribuito ad allestire l’arsenale di prodotti derivati poi girati da Italease ai propri clienti. Nasce da qui il buco di quasi 500 milioni di euro nei conti semestrali della banca milanese. Solo che nella primavera scorsa, quando la crisi è esplosa, Deutsche Bank e gli altri erano già passati alla cassa, con guadagni complessivi per centinaia di milioni di euro. Un comportamento legittimo, ma giudicato probabilmente un po’ troppo disinvolto dal governatore Mario Draghi. Corsi e ricorsi storici: Italease si appoggiava alla filiale londinese della Deutsche Bank. La stessa che a suo tempo fece ponti d’oro ai furbetti del quartierino, da Stefano Ricucci a Gianpiero Fiorani.

Per fare un altro esempio tutto italiano, anche gli enti locali si sono trasformati in una miniera di profitti per i grandi marchi della finanza internazionale. Le obbligazioni emesse da Regioni e Comuni hanno garantito percentuali di guadagno enormi (a volte addirittura a doppia cifra) per gli istituti che, oltre a fare da advisor per il collocamento dei titoli, hanno anche allestito l’impalcatura di prodotti derivati costruita attorno a queste emissioni. Per contendersi questo redditizio (a dir poco) mercato sono scesi in campo operatori come l’americana Merrill Lynch e la giapponese Nomura, ma anche molti altri.

Per dare un’idea delle dimensioni dell’affare, basta dire che l’anno scorso il valore complessivo di questo tipo di operazioni ha superato i 10 miliardi di euro. "Ma quasi mai", sottolinea Marco Bigelli, ordinario di finanza aziendale all’università di Bologna, "gli enti locali possiedono le competenze necessarie a valutare le proposte dei loro consulenti". Come dire: campo libero alle banche tra sospetti e dubbi di ogni tipo, che, in qualche caso, hanno dato il via anche a indagini amministrative.

L’intervento di Draghi nel caso Italease viene interpretato dagli addetti ai lavori come un segnale chiaro che le autorità di controllo hanno finalmente alzato la guardia. Spiega Marco Onado, ex commissario Consob e professore all’università Bocconi: "Le grandi investment bank hanno preferito limitarsi a facilitare l’emissione di strumenti sempre più sofisticati trasferendo il rischio agli investitori finali". Per un po’ il gioco ha funzionato. Con i mercati finanziari inondati di liquidità grazie ai tassi d’interesse ai minimi storici, gli investitori erano convinti di guadagnare mettendosi al riparo dai rischi, mentre le banche gonfiavano il conto economico.

Poi, la scorsa estate, ai primi segnali della crisi innescata dai cosiddetti mutui subprime, il castello di carte ha cominciato a oscillare pericolosamente. E le banche d’affari, accusano molti operatori, sono state le prime a tirare i remi in barca, abbandonando al loro destino i clienti. Un esempio concreto. A cavallo tra agosto e settembre, su molti titoli strutturati è di fatto venuta a mancare la domanda. Non c’erano compratori. Eppure, sostengono numerosi addetti ai lavori, alcune banche avevano venduto questi prodotti impegnandosi, in caso di necessità, a fare mercato, cioè a intervenire in prima persona come acquirenti. Questo però non è avvenuto. Altrimenti non si spiegherebbe il crollo delle quotazioni.

Finite loro malgrado sul banco degli imputati, le grandi case d’investimento hanno avviato un’operazione trasparenza. E la sorprendente esternazione di Blankfein dalle pagine del ’Sole’ rientrerebbe in questa strategia. Del resto parlare non costa niente e i conti delle banche, grazie anche all’enorme dote di liquidità incamerata negli anni precedenti, quelli del boom, hanno fin qui retto senza grandi problemi l’impatto della crisi estiva.

Goldman Sachs ha addirittura annunciato un aumento dei profitti nel terzo trimestre. Morgan Stanley e Lehman se la sono cavata con cali marginali degli utili. Finora solo Citigroup e la svizzera Ubs sono state costrette a svalutazioni per miliardi di euro, ma entrambe, a ben guardare, sono anche banche commerciali e non fanno parte del club ristretto delle investment bank tradizionali.

I bilanci, però, non sono l’unico problema. A rischio c’è anche la reputazione, il più importante tra gli asset di una banca d’affari. Essere dipinti come speculatori che hanno alimentato i guasti del sistema non contribuisce certo a migliorare l’immagine di questi pesi massimi della finanza. D’altra parte, fare marcia indietro significherebbe mettere in discussione un modello di business che ha garantito enormi profitti e anche compensi stratosferici ai banchieri.

Blankfein, tra compensi e bonus vari, nel 2006 ha guadagnato circa 54 milioni di dollari (38 milioni di euro). John Mack, gran capo di Morgan Stanley, ha ricevuto l’anno scorso un premio di circa 40 milioni di dollari in azioni della banca. La media delle retribuzioni del 24 mila dipendenti di Goldman Sachs (segretarie e impiegati compresi) si aggira intorno ai 500 mila dollari l’anno.

Nate come semplici intermediari (broker) tra compratori e venditori di titoli, Goldman Sachs e le sue cugine hanno progressivamente invaso tutti i campi d’attività. Hanno investito prendendo posizioni in proprio su azioni e obbligazioni. Hanno finanziato acquisizioni aziendali in cui intervenivano anche come consulenti del compratore. Si sono trasformate in gestori di giganteschi fondi d’investimento. Tutto questo, come dimostrano i dati pubblicati in queste pagine, ha fatto aumentare ricavi e profitti a un ritmo senza precedenti. Allo stesso tempo, però, si sono moltiplicati anche i potenziali conflitti d’interesse.

In poche parole, i manager delle investment bank si sono trovati a fare concorrenza ai loro clienti. Per esempio, Goldman Sachs, Merrill Lynch e Lehman non hanno esitato a lanciare propri veicoli d’investimento per partecipare al boom delle acquisizioni aziendali che dagli Stati Uniti si è esteso al mondo intero a partire dal 2005. Questi fondi nuovi di zecca, però, sono diventati una minaccia per i tradizionali operatori del settore come Blackstone e il Texas Pacific group. I quali, a loro volta, sono da sempre clienti importanti delle banche d’affari.

Il conflitto è evidente, ma il mercato del private equity, alimentato dai bassi tassi d’interesse, garantiva affari d’oro. E Blankfein, così come i suoi colleghi, non ha voluto lasciarsi sfuggire neppure questa occasione. Lo stesso discorso vale per i prodotti derivati. Le investment bank sono diventate grandi operatori in proprio. Hanno aumentato i profitti, ma si sono prese anche rischi maggiori. Quanti esattamente? Difficile rispondere con precisione. Nell’aprile del 2006 una minuziosa inchiesta del settimanale britannico ’The Economist’ aveva segnalato l’opacità dei bilanci della Goldman Sachs. "Non si capisce da dove vengano i profitti", recitava testualmente l’articolo. La crisi dei derivati e della finanza strutturata era ancora lontana. Difficile che da allora i rischi siano diminuiti.

CORRIERE DELLA SERA, 9/10/2007
MILANO – Giorno dopo giorno la nebbia si dirada e il mercato sembra apprezzare anche le rovine, per il fatto stesso che ora sono più visibili. Nella lunga lista di annunci di perdite sui crediti, dovrebbe arrivare nei prossimi giorni il turno di JpMorgan Chase e Bank of America: se si sommano i passivi a bilancio dei due grandi istituti, secondo le stime di Howard Mason della Sanford Bernstein dovrebbe emergere quella che eufemisticamente viene chiamata un’«operazione pulizia» da circa tre miliardi di dollari.
Wall Street ha accolto le indiscrezioni lasciando il titolo di JpMorgan sostanzialmente invariato e limitando le perdite di Bank of America in linea con quelle dei principali listini newyorkesi di ieri. Giorni fa, Crédit Suisse e Citigroup avevano addirittura guadagnato terreno in Borsa per aver emesso entrambe allarmi sugli utili del terzo trimestre legati alla crisi d’agosto. Dopo mesi d’incertezza sull’entità del contagio da «subprime», i mutui americani a rischio, gli operatori reagiscono senza panico alla catena di rivelazioni dei protagonisti di Wall Street. Ma con il concatenarsi delle dichiarazioni, risulta sempre più chiaro che la correzione al ribasso dei valori non riguarda solo i «subprime» e il collasso del mercato immobiliare. Somme forse anche più elevate sono legate al finanziamento dell’ultima generazione di scalate del equity», l’industria dei fondi specializzati nell’acquisto di imprese a debito. Le offerte dei fondi erano sempre garantite dalle banche d’affari di Wall Street, che fornivano al «private equity» la consulenza e i crediti che poi cartolarizzavano sui mercati. Ma come nell’immobiliare americano, anche qui si è sviluppata una bolla di valutazioni sballate e poi un ingorgo nel tentativo delle banche di scaricare sugli investitori i loro crediti verso il «private equity».
Secondo Mason di Sanford Bernstein – come riportato dal «Financial Times» – l’aggiustamento di JpMorgan a valori di mercato per queste operazioni a leva arriverebbe a circa 1,4 miliardi di dollari solo sul terzo trimestre (pari a quelle di Citigroup). Le perdite sul reddito fisso garantito dall’immobiliare americano sarebbe invece solo la metà, a 700 milioni. Anche per Bank of America le cancellazioni di valore deriverebbero soprattutto da crediti offerti ai fondi-locusta: 700 milioni di «rosso », contro 300 milioni da «subprime».
Con queste cifre in gioco, per ora i grandi istituti di Wall Street avrebbero già cancellato dai bilanci in tutto circa una ventina di miliardi di dollari a causa della crisi nel mercato del credito: 5 miliardi solo per Merrill Lynch, 3,7 per Ubs, 3,1 per Deutsche Bank, 2,7 per Citigroup. Cifre alte in assoluto, ma minime se paragonate alle centinaia di miliardi di «subprime» cartolarizzati da 2004 in poi e all’ingorgo di operazioni del «private equity» bloccate presso le banche. Secondo le stime più diffuse, gli istituti sono da mesi fermi in coda per disfarsi di 300 miliardi di dollari di crediti da scalate a leva. «In un modo o nell’altro, alla fine troveranno anche loro un mercato – ha previsto ieri a Handelsblatt in capo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein ”. In certi casi cambieranno le condizioni, falliranno le scalate: ma i problemi saranno risolti anche se non tutti ne usciranno contenti». Perché anche per il «private equity» che ha spinto le Borse e gli utili delle banche per gli ultimi anni, una pausa di riflessione non può più attendere.

IL FOGLIO, 9/10/2007
Sembrava a molti catastrofisti che l’economia americana colpita dalla bolla dei mutui immobiliari facesse rotta verso una catastrofe, tipo 1929, o fosse destinata a traccheggiare fra inflazione e stagnazione. Dopo la riduzione di mezzo punto del tasso di interesse del presidente della Fed, Ben Bernanke, giudicato come una sorta di omuncolo della corte di Bush, una nullità rispetto al mago Alan Greenspan, l’ipotesi catastrofista – che qui da noi aveva suggestionato da Eugenio Scalfari (’Il sisma nasce lì, nel cuore della Grande Mela”), all’antimercatista Giulio Tremonti, il quale non ama la finanziarizzazione dell’economia, passando per vari altri avversari dell’era Bush del capitalismo americano – aveva trovato gran credito. La mossa della Fed era apparsa come una decisone contraria alla linea di prudenza precedentemente dichiarata. Ora, però, i dati di agosto e di settembre dell’economia americana smentiscono queste valutazioni. L’occupazione negli Stati Uniti è aumentata di 80 mila unità in agosto (periodo per cui si prevedeva una diminuzione netta). Ed è cresciuta ancora di 100 mila in settembre, mese che sarebbe dovuto essere quello d’incubazione del crollo. I profeti di sventura, però, stavano per rialzare il capo venerdì sera quando è stato reso noto il dato della crescita dei salari americani: che è stata del 4,1 per cento anno su anno. Stavano per argomentare che l’annuncio della politica permissiva della Fed – generando la discesa continua del dollaro rispetto alle altre valute – avrebbe scatenato pressioni inflazionistiche nel costo del lavoro. Ma ora si apprende che in agosto il tasso d’inflazione degli Stati Uniti è risultato dell’1,8 per cento sia per l’inflazione ”core” depurata dai prezzi del petrolio e degli alimentari (condizionati da fattori esogeni internazionali e climatici) sia per quella generale. E’ un tasso minore di quello dell’Europa dell’euro, che si spiega con la maggior competitività e flessibilità del lavoro e del sistema di mercato statunitense, che ora si manifesta nella discesa dei fitti delle case. Ciò dà un margine di sicurezza alla riflazione monetaria attuata da Bernanke. E adesso l’economia americana naviga verso la ripresa.

CORRIERE DELLA SERA, 16/10/2007
ENNIO CARETTO
WASHINGTON – A vent’anni dal crac di Wall Street, quando il Dow Jones perse il 22%, le tre più grandi banche americane hanno formato un consorzio per prevenire un altro crollo di Borsa.
Confermando le anticipazioni del Wall Street Journal, il Citigroup, Bank of America e Jp Morgan Chase hanno ieri annunciato il varo di un superfondo di 80-100 miliardi di dollari, a cui parteciperanno anche altre banche e che entrerà in funzione entro 90 giorni. Il superfondo, chiamato M-Lec, da «Master liquidity enhancement conduit», acquisterà titoli garantiti dai mutui subprime, il ground zero della crisi immobiliare. Le obbligazioni, per un totale di oltre 400 miliardi, sono gestite dai Siv, società veicolo per investimenti strutturati collegate alle banche ma indipendenti da esse. Il solo Citigroup ha investito oltre 100 miliardi di dollari in uno dei Siv, e spera in un atterraggio morbido grazie al nuovo paracadute.
L’obiettivo dell’operazione è di finanziare i deficit che i Siv e le banche registreranno a causa della crisi, e di impedire quindi la caduta dei prezzi immobiliari e un’ulteriore restrizione del credito con grave danno alle economie oltre che alle borse. Il ministro del Tesoro Henry Paulson, che ha promosso il consorzio, si è detto «soddisfatto dalla risposta del settore privato» definendola «complementare alle altre misure adottate per rendere più efficiente il mercato». Per il ministro, col M-Lec «il mercato del credito a breve termine si consoliderà».
Ma Wall Street non ha condiviso l’ottimismo e il Dow Jones è sceso. Hanno pesato un calo del 57% degli utili trimestrali del Citigroup, e l’aumento del petrolio a 86 dollari.
«Le insolvenze continueranno » ha ammonito Charles Prince, presidente di Citi.
L’iniziativa del Tesoro è analoga a quella del ’98 per il salvataggio della Long Term Capital Management, un fondo sull’orlo del dissesto. Ma questa volta il consorzio sarà globale perché, ha ammonito l’analista Richard Bove, «i subprime sono una minaccia globale»: non a caso Citi, la Bank of America e la Jp Morgan hanno invitato ad aderirvi anche banche asiatiche ed europee quali la Hsbc. A parere di Bove, tuttavia, il superfondo non basterà a superare la crisi: «Limiterà le perdite, ma il governo sarà costretto a intervenire». Bove prevede che il Congresso dovrà riesumare la legge sul finanziamento d’emergenza dei mutui del ’70, quando i subprime non erano ancora così diffusi: «Troppe banche sono esposte come e più di Citi». A rabbuiare l’orizzonte, l’Economist ha ieri scritto che nel 2008 l’economia americana rallenterà bruscamente: la sua crescita sarà dell’1,2%, non del previsto 2,1%, farà meglio l’Ue con una crescita del 2%. L’euro, ha aggiunto la rivista, arriverà a 1,45 dollari. La Federal Reserve ribasserà però i tassi d’interesse, e nel 2009 l’America si riprenderà. Lo scenario appare realistico: negli Usa il deficit pubblico risale e le imprese riprendono i licenziamenti, preludio alla diminuzione di consumi e investimenti.
E in serata il presidente della Fed Ben Bernanke ha detto che l’intensificarsi della crisi immobiliare potrebbe diventare un «significativo » freno alla crescita dell’economia.

CORRIERE DELLA SERA, 16/10/2007
MASSIMO GAGGI
« NUOVO » SPITZER DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – Lo «sceriffo dei mutui» è un omone di 45 anni scelto dagli elettori dell’Ohio come nuovo «Attorney General», il capo della magistratura dello Stato. Ex giocatore di football americano nei tornei dei college, noto per l’irruenza che lo faceva spesso finire al pronto soccorso, Marc Dann è stato eletto nel novembre scorso e, ad appena nove mesi dal suo insediamento, ha già lanciato una raffica di campagne giudiziarie: da un’offensiva contro la pedofilia nella quale ha chiamato in causa perfino la News Corp di Rupert Murdoch perché una sua società - MySpace - ha lasciato che persone già condannate per reati sessuali contro minori penetrassero nella sua «rete di socializzazione» via Internet, all’attacco alle «charter school»: questi istituti, gestiti da privati ma all’interno del sistema scolastico pubblico, sono stati introdotti per stimolare la concorrenza, ma in Ohio funzionano abbastanza male. Vista l’incapacità della politica di affrontare il problema, Dann ha pensato di risolverlo a modo suo: chiudendo queste scuole.
Ma è sulla crisi dei mutui «subprime» che il procuratore sta dando il meglio di sé, candidandosi a diventare il "nuovo Spitzer", emulo dell’ex «Attorney General» di New York (ora divenuto governatore dello Stato), soprannominato lo «sceriffo di Wall Street» per la durezza con la quale ha perseguito per anni i reati finanziari.
Dal lontano Ohio ora è Dann a mettere sotto tiro Wall Street con un’iniziativa che fa tremare la grande finanza e può avere un rilevante impatto politico su uno Stato-chiave nelle elezioni presidenziali del prossimo anno. Dilaniato dai contrasti interni e travolto dagli scandali, il partito repubblicano sta cercando di riorganizzarsi, ma a tenerlo in scacco è proprio Dann, dal quale dipende la sorte di una consistente schiera di politici indagati. Il fronte conservatore cerca di delegittimarlo sostenendo che la sua è «giustizia politica» e che anche il procuratore democratico non è «senza macchia», visto che in più di un caso ha dato la sensazione di «chiudere un occhio» davanti ai comportamenti poco corretti di società che hanno partecipato al finanziamento della sua campagna elettorale.
Ma Dann in questo momento ha una popolarità difficile da scalfire. Una popolarità conquistata proprio grazie all’inchiesta sui mutui. Alla quale l’ex giocatore di football è arrivato quasi per caso. A metà dello scorso anno, quando i sondaggi lo davano ancora indietro rispetto al procuratore (repubblicano) in carica, il tesoriere di Cleveland, una città devastata dalla ritirata delle industrie e dalla crisi degli alloggi, gli suggerì di centrare la sua campagna sui mutui. Questo, infatti, è un nervo scoperto soprattutto in Ohio, Stato che nel 2005 e nel 2006 ha registrato il più alto numero di «default»: i cittadini, cioè, che hanno perso la casa non riuscendo più a pagare le rate dei loro prestiti. Dann ha dato retta all’alto funzionario e il suo indice di gradimento si è immediatamente impennato. A novembre ha vinto col 53% dei voti e, poco dopo, ha lanciato la sua campagna giudiziaria.
Sotto tiro, ora, sono soprattutto le tre grandi società di "rating" - Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch - indagate dal capo della procura perché sospettate di aver dato una valutazione troppo «generosa » delle emissioni obbligazionarie legate ai mutui immobiliari. Una generosità, nello stabilire l’affidabilità degli investimenti esaminati, che deriverebbe non da un errore materiale, ma dall’ interesse di queste stesse società che dovrebbero essere arbitri non influenzabili, ma hanno un interesse oggettivo a che gli affari sottoposti al loro esame si concludano positivamente: le società di «rating», infatti, ottengono un guadagno per le loro analisi solo quando viene emesso il «bond». Se il loro giudizio severo spinge gli investitori a non rischiare e l’affare tramonta, non incassano nulla. Dann sta poi perseguendo anche una dozzina di società finanziarie accusate di aver emesso mutui a condizioni «predatorie».
Fino a qualche tempo fa l’opinione prevalente era che all’origine di quella che è forse la più grave crisi finanziaria dell’ultimo mezzo secolo ci fossero errori di valutazione, affari spregiudicati, ma non vere e proprie truffe. Pian piano, però, per banche e «arbitri» delle operazioni finanziarie il cielo ha cominciato a farsi cupo: l’Fbi sta verificando se, almeno nel caso dei mutui emessi con la garanzia dello Stato, tutte le regole e le salvaguardie sono state rispettate, mentre Andrew Cuomo, figlio dell’ex governatore Mario e attuale procuratore capo dello Stato di New York, ha iniziato a perseguire gli abusi commessi nelle perizie che fissano il valore degli immobili. A quanto pare, molte società hanno sistematicamente spinto i loro analisti a fornire stime "gonfiate". Le banche hanno così potuto emettere prestiti più consistenti, ma le famiglie si sono dovute assumere oneri più elevati e, al momento della crisi, chi ha investito i suoi soldi in titoli basati su "pacchetti" di mutui, ha subito perdite enormi: la vendita degli immobili ha, infatti, consentito di recuperare somme molto inferiori rispetto a quelle indicate dai periti nelle valutazioni iniziali.
Ma il vero rullo compressione di questa campagna giudiziaria è proprio lui, Marc Dann. Finanziarie e società di "rating" lo temono e fanno la fila davanti al suo ufficio anche perché, per legge, oltre che penalmente, il superprocuratore può perseguirle anche civilmente, reclamando danni miliardari per conto dei grandi fondi pensione dell’Ohio. Accusato dal "Wall Street Journal" di essere un "giustiziere" ammalato di protagonismo, lui non si nasconde: «Dite che esagero? Il mio mestiere è quello del poliziotto cattivo e in questi panni mi sento molto a mio agio, visto il mestiere che faccio e la gravità dei crimini che sono stati commessi».

DAGOSPIA 16/10/2007
8 - BANCA CINESE CITIC PENSA DI RILEVARE QUOTA IN BEARS STREARNS…
(Agi/Reuters) - La banca pubblica cinese Citic sta pensando di avanzare un’offerta per rilevare una quota della statunitense Bear Stearns. La conferma arriva da Jiang Dingzhi, vicepresidente della commissione sul controllo delle attivita’ bancarie cinesi. Bear Stearns e’ la piu’ piccola dei 5 grandi broker indipendenti di Wall Street ed e’ stata duramente colpita dalla crisi dei mutui. Il suo amministratore delegato, James Cayne aveva detto all’inizio del mese che la societa’ avrebbe preso in considerazione la possibilita’ di vendere una quota azionaria a un grosso investitore cinese o del medioriente. Tra gli altri possibili acquirenti di una quota di Bear Stearns ci sono Bank of America Corp, Wachovia Corp, China Construction Bank e il miliardario Warren Buffett. Citic e il settimo piu’ grosso istituto di credito cinese. Nell’aprile scorso ha debuttato in borsa a Hong Kong e Shanghai, raccogliendo 5,4 miliardi di dollari.