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 2007  settembre 26 Mercoledì calendario

Il «mago de las emociones», come lo ha definito in un pamphlet lo psichiatra e antropologo Luis José Uzcategui, ha fatto un incantesimo

Il «mago de las emociones», come lo ha definito in un pamphlet lo psichiatra e antropologo Luis José Uzcategui, ha fatto un incantesimo. Un intruglio da curandero dove ha messo un basco militare, la bandiera rossa, una spruzzata di castrismo, due note di flauto andino, un po’ di peronismo in salsa Evita e dosi triple di populismo, il tutto spalmato di melassa televisiva traboccante «chiquita» e «muchachita» e bacetti e «cuoremio» che manco Mara Venier a mollo nello sciroppo. Fatto sta che i fumi della pozione magica, oltre a stregare una maggioranza sempre più larga di venezuelani, sono stati portati dai venti atlantici al di qua dell’oceano. E hanno fatto perdutamente innamorare un pezzo della sinistra italiana. La quale, dimentica di tante delusioni tropicali prese in passato, dai sandinisti di Daniel Ortega a Fidel Castro (contro cui solo recentemente si sono schierati uomini come Pietro Ingrao ammettendo che a Cuba c’è «un regime di pesante dittatura, che ha compiuto gravi atti di repressione del diritto al dissenso e alla libertà di opinione»), stravede per il presidente venezuelano con una passione difficile da capire. Armando Cossutta ha tuonato che «a un’opposizione di stampo reazionario foraggiata dagli Usa, la patria di Simón Bolívar oppone l’enorme adesione popolare alla sua sovranità». Marco Rizzo ha esultato per uno dei tanti trionfi elettorali chavisti dicendo che «è la vittoria delle forze del progresso che si oppongono allo strapotere del governo americano ». Fausto Bertinotti, che con grande ritardo ha marcato un vellutato dissenso dopo la chiusura dell’ormai unica televisione che dava fastidio al governo bolivariano («Io sono per il pluralismo dell’informazione ovunque »), ha spiegato che «Chávez ha portato al governo le ragioni dei poveri e degli indigenti ». Pietro Folena ha sostenuto che «pur non nutrendo alcuna simpatia particolare per Chávez, e per i suoi tratti populisti, lo schieramento di larga parte del socialismo europeo a favore di forze politiche di opposizione pro-golpiste è inquietante ». Vittorio Agnoletto ha sdottoreggiato che «la vittoria di Chávez rappresenta una speranza per tutta la popolazione povera del Venezuela e di tutta l’America Latina». Gennaro Migliore ha gioito poiché «Chávez condivide le stesse passioni del movimento girotondino: è contro il neoliberismo, la guerra e promuove una democrazia partecipativa». Un coro di consensi larghissimo. Rotto qua e là da qualche dubbio (come quelli di Sabina Morandi, che in un peana da Porto Alegre manifestò perplessità per la scelta del ras venezuelano di inserire «se stesso nella genealogia rivoluzionaria che, passando per Fidel, Guevara, Bolívar e l’inca Atahualpa, lui fa risalire addirittura a Cristo») ma talora rafforzato da adesioni inaspettate. Come quella del filosofo Gianni Vattimo: «Sono arrivato a Caracas con una conoscenza superficiale del progetto di "rivoluzione bolivariana" di Chávez, e anche con un certo grado di diffidenza: si tratta pur sempre di un militare, un caudillo ispano-americano tradizionale, amico di Castro (il persecutore dei gay cubani!), che si mantiene al potere spendendo i suoi petrodollari in iniziative demagogiche che gli assicurano, anzi acquistano, il favore delle masse. D’accordo. Ma se la scelta è tra la democrazia imperfetta europea e nordamericana, ormai soffocata dal peso del denaro che domina le campagne elettorali, e la democrazia imperfetta di Chávez e di Castro (anche di quest’ultimo, le cui violazioni dei diritti umani sono largamente spiegabili con la povertà della sua isola e gli effetti del blocco economico che subisce da vent’anni), scelgo quest’ultima, in nome della solidarietà con i più deboli e dello sforzo, che vedo qui all’opera, di costruire una società più giusta, anche se spesso non più ricca». Per non dire dei cantori delle virtù del «caudillo » bolivariano, dalle cui labbra pendono tanti ammiratori nostrani. Come il teologo della liberazione Giulio Girardi, che in un momento di difficoltà chavista scrisse: «Si sta consumando, nell’indifferenza e nel silenzio del mondo, un crimine contro l’umanità: il soffocamento della speranza dei poveri, rappresentata in Venezuela dalla rivoluzione bolivariana e dal presidente Chávez. Il silenzio che avvolge e nasconde questa battaglia è dovuto in larga misura alla complicità dei mezzi di comunicazione di massa, del Venezuela e del mondo, controllati dal capitale nazionale e transnazionale, che presentano della situazione un’immagine rovesciata, secondo cui un popolo oppresso si starebbe ribellando ad un presidente violento e repressivo». Per non dire dell’entusiasmo della sinistra antagonista che si riconosce nella rivista L’Ernesto, dove Enrico Penati è arrivato a sviolinare: «Nel trionfale discorso tenuto all’Università dell’Avana, presente Fidel Castro, Chávez ha detto di non avere l’intenzione di assumere per il Venezuela il modello cubano ma di essere fermamente convinto di dover mutuare da Cuba l’assoluta fermezza nel difendere i principi ed il progetto rivoluzionario, lo spirito della Moncada, l’abnegazione e la determinazione della Sierra Maestra, e, ove necessario, la resistenza ad oltranza all’offensiva imperialista». Tutti richiami cari al cuore palpitante di una fetta del «generoso popolo rosso». Ancora capace di commuoversi quando il presidente bolivariano riabilita perfino Mao Zedong, rendendo omaggio (indifferente all’impetuoso arricchimento della Cina attuale, assai poco comunista) a «quella rivoluzione maoista che ha sfamato un miliardo e duecento milioni di contadini». Eppure Hugo Chávez, insieme a questi tratti che affascinano i suoi adepti italiani, ha un mucchio di caratteristiche che ai loro occhi dovrebbero renderlo insopportabile. un militare, trabocca di populismo, è un tribuno dall’oratoria alluvionale che si vanta di essere stato confermato da una stupefacente serie di plebisciti elettorali ma si è insediato come farebbe un golpista: «Giuro su questa Costituzione moribonda... » E dopo aver fatto cambiare le norme che gli impedivano di ricandidarsi, le ricambia e ipotizza di restare fino al 2021 per poi proiettarsi ancora più in là come ha fatto ad agosto al Festival Mundial de la Juventud: «Me ne andrò nel 2030». E poi invita al dialogo le opposizioni ma se ne esce dicendo che «bisogna friggere il cervello di quelli di Azione Democratica!» Chiede al mondo di riconoscere la sua cristallina coerenza che permette alle opposizioni di vivere ma forza il Parlamento fin quasi a svuotarlo. Si inchina alla divisione costituzionale dei poteri e insieme tuona che «il potere giudiziario è nelle mani di un mucchio di banditi». Va a Porto Alegre a travolgere i giovani alternativi disegnando straordinarie immagini di un mondo bello e solidale ma introduce l’educazione militare nelle materie scolastiche «come base d’una coscienza nazionalista». Di più: piace a quelli che alla sinistra non piacciono per niente. Piace a Silvio Berlusconi, che quando stava a Palazzo Chigi accolse con tutti gli onori l’amico sudamericano prendendo via via tanta confidenza che ad un certo punto estrasse il telefonino, compose un numero e lo passò al caudillo: «Hugo, ho in linea Aida Yespica, la protagonista dell’Isola dei famosi!» Piace a Vladimir Putin, il cui regime nei commenti dell’Unità è «per molti versi simile al fascismo di Mussolini» e che diffonde note d’«appoggio al presidente Chávez». Piace al finiano Gennaro Malgieri, già direttore del Secolo d’Italia, che si produsse alla Camera in una vibrante difesa delle ragioni della revolución bolivariana. (...) Per questo va dato il benvenuto al libro di Rossana Miranda e Luca Mastrantonio. Perché aiuta a capire meglio, senza paraocchi ideologici, siano essi agiografici o demonizzatori, uno strano impasto d’uomo. Ambiguo com’è ambigua María Lionza, l’amatissima «dea» che cavalca nuda un tapiro e che è sì pagana ma anche un po’ cristiana e un po’ india e un po’ spagnola e un po’ tutto insieme. Aiuta a leggere un fenomeno politico che, per quanto il Venezuela sia al di là dell’oceano, ci interessa da vicino. Perché attraverso Chávez, le sue straordinarie doti di affabulatore, le sue collere studiate a tavolino, il suo rapporto diretto e plebiscitario con el pueblo, la sua spregiudicatezza nelle alleanze internazionali, la sua maschera comica, la sua capacità di toccare il cuore di certi pezzi della sinistra europea, la sua passione per la tivù, possiamo capire meglio anche noi stessi. La nostra sinistra. La nostra destra. La nostra politica sempre più dominata dalla televisione e da quello che avviene «in» televisione.