Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  settembre 26 Mercoledì calendario

DAL NOSTRO INVIATO

NEW YORK – Due giorni di riunioni a porte chiuse tra i rappresentanti dei 15 Paesi maggiormente responsabili dell’inquinamento atmosferico, dagli Usa alla Cina, dal Brasile alla Russia, passando per gli Stati della Ue. Il controvertice sul clima organizzato da Bush che inizierà domani a Washington (e al quale parteciperanno non leader ma ministri e dirigenti amministrativi), non potrebbe essere più diverso dal summit sul «global warming» che si è tenuto lunedì all’Onu: una passerella ricca di ben 81 capi di Stato e di governo che, però, ha fatto notizia quasi solo per i discorsi tenuti da Al e Arnie, la «strana coppia» composta da un ex vicepresidente democratico divenuto una star, Al Gore, e da Arnold Schwarzenegger, una star divenuta governatore repubblicano della California.
Diverso nella forma ma anche nella sostanza, il controvertice della Casa Bianca: quello al Palazzo di Vetro di New York serviva a sollecitare impegni da parte dei leader politici mondiali in vista della conferenza annuale dell’Onu sul clima che si terrà a Bali in dicembre e dalla quale, spera il segretario generale Ban Ki-moon, dovrebbero emergere i primi impegni per un nuovo protocollo destinato a sostituire quello di Kyoto che scadrà nel 2012.
Anche se il capo della diplomazia Usa, Condoleezza Rice, ha assicurato che l’iniziativa americana si colloca nel solco di quella delle Nazioni Unite, la riunione convocata da Bush - che ha disertato il vertice di New York - ha tutt’ altri obiettivi: non potendo continuare a ignorare la realtà del «global warming», il presidente americano ha scelto di passare dal «negazionismo » a un improvviso attivismo sul fronte ambientale, avendo però in mente non un nuovo trattato, ma un sistema di accordi volontari, senza obblighi e sanzioni fissati da un’istituzione multilaterale. Chi non ha mai perdonato il presidente Usa per il suo «sabotaggio» del protocollo di Kyoto, oggi pensa che il lupo si sia trasformato in agnello solo per poter meglio fare strage nell’ovile. E’ un timore diffuso anche tra gli europei che manderanno alla Casa Bianca funzionari della Ue e ministri o dirigenti di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia (la nostra delegazione sarà guidata alla direttrice della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione).
Ma stavolta, più che all’Europa, un ruolo-chiave spetterà ai Paesi emergenti e alle nuove potenze industriali - Cina, India, Indonesia, Brasile - fin qui esentate dal rispetto dei vincoli ambientali. Proprio la mano libera lasciata a Kyoto alle «tigri» asiatiche ha reso difficile per gli altri Paesi contrastare la posizione della Casa Bianca: dietro l’ostinazione di Bush c’era infatti la posizione del Congresso americano, anch’esso contrario a riduzioni delle emissioni che avrebbero penalizzato soprattutto l’economia Usa.
La situazione ora è apparentemente cambiata: Nancy Pelosi e Harry Reid, i leader del nuovo parlamento a maggioranza democratica, hanno scritto una lettera a Bush invitandolo ad annunciare, proprio al vertice di Washington, un cambiamento di rotta con l’accettazione di limiti obbligatori, fissati a livello internazionale, per dimezzare le emissioni entro il 2050. Ma nel Paese c’è sempre più sensibilità per il comportamento di Paesi come la Cina e l’India che hanno ormai invaso il mercato Usa.
Pechino e Delhi non voglio essere assoggettate ai limiti imposti ai «grandi inquinatori » fino a quando non avranno raggiunto livelli di benessere comparabili con quelli dell’ Occidente. D’altra parte la filosofia di Kyoto si rivela sempre più obsoleta man mano che diventa evidente che, da qui al 2050, il 90 per cento della crescita delle emissioni verrà da Paesi non assoggettati ai vincoli del Protocollo.
La Cina - che ha deciso di accettare l’invito di Bush, ma manderà a Washington un vicedirettore della sua Agenzia per la pianificazione economica - certamente ribadirà di poter accettare solo limiti basati sulle emissioni di gas-serra «pro capite », che, in Asia, sono ancora lontanissime dai livelli americani ed europei. E’ il vincolo che al G8 del luglio scorso ha fatto cadere nel vuoto il tentativo del cancelliere tedesco, Angela Merkel, di ottenere un compromesso e che ha reso vani anche i negoziati al recente vertice Apec (Asia-Pacifico) di Sydney. Dopo la passerella dell’Onu e il buonismo della «Clinton Global iniziative», con l’ex presidente Usa che oggi cercherà di convincere la platea che ridurre le emissioni è un buon affare per tutti, giovedì si rischia, insomma, un altro muro contro muro tra Usa e Cina, con la conferma che non ci sono soluzioni in vista basate su misure incisive. L’esito più gradito a Bush. E, probabilmente, anche alla dirigenza cinese.