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 2007  settembre 26 Mercoledì calendario

ARTICOLI SUI DISORDINI IN BIRMANIA (26/9/2007)


CORRIERE DELLA SERA
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FABIO CAVALERA
PECHINO – Coprifuoco dalle 9 della sera alle 5 del mattino e divieto di assembramenti superiori alle cinque persone. L’annuncio, riferiscono i testimoni e le agenzie, viene dato nelle vie di Yangon, l’ex Rangoon, quando è sera, attraverso gli altoparlanti piazzati sui tetti delle macchine.
Ecco il volto dei generali del Myanmar che a mezzogiorno lasciano sfilare per l’ultima volta i monaci buddhisti e l’opposizione democratica. Però, poi, richiamano le truppe antisommossa e le schierano a difesa della loro dittatura. Insensibili agli appelli internazionali che chiedono equilibrio, moderazione e dialogo.
Una sfida arrogante all’Onu e al buon senso. A questo punto chi li ferma? E chi può parlare di processo di riconciliazione nazionale fra un’autarchia violenta e un popolo che già sull’orlo della fame è stato colpito e piegato, in un solo giorno, il 15 agosto scorso, dal raddoppio dei prezzi dei beni alimentari, l’origine della rivolta pacifica? Se i religiosi accompagnati dai centomila birmani che ancora ieri hanno manifestato davanti alla pagoda di Shwedagon decideranno di tornare in piazza sarà davvero una strage.
Gli occhi sono puntati sulla Cina e sull’India, le due superpotenze che con le loro forti economie assetate di materie prime polarizzano le attenzioni e i rapporti sia politici sia commerciali dei piccoli Paesi asiatici. Spetta innanzitutto ai due giganti compiere la mossa importante per convincere la giunta al passo indietro. Questa mossa, però, non è stata ancora compiuta con l’efficacia e la chiarezza che meriterebbe perché la rete che unisce la Cina e l’India al Myanmar è troppo fitta, contiene utilità e vantaggi reciproci consistenti e di prospettiva.
L’offerta di fonti energetiche controbilanciata dalla promessa di investimenti a beneficio della oligarchia con le stellette. Sullo sfondo, in un progetto che non è solo fantasia e non è mai morto, un gasdotto che parte dalle coste dell’Iran, arriva in India, transita in Myanmar, scarica in Cina. Il gasdotto della pace, lo chiamano. Ecco le strade che si incrociano.
Pechino ha ripetuto, prima del coprifuoco, che ritiene vitali «la stabilità e lo sviluppo » dell’ex Birmania (vi ha impegnato 1,2 miliardi di dollari). Ha rivolto un appello affinché «governo e popolo risolvano la crisi in modo corretto». A che cosa è servita tanta cautela? Si è trattato di un passo che non ha rimosso la paura di ciò che a sera tarda è avvenuto. I generali non hanno avuto scrupoli. Hanno già sperimentato la via del massacro nel 1988 quando uccisero 3 mila studenti. Sono pronti a ripetersi.
Delhi ha taciuto e, addirittura, il suo ministro del petrolio Murli Deora ha sottoscritto con la giunta birmana un accordo per investire 150 milioni di dollari nella ricerca di gas naturale. Una tempestività sconcertante.
Cina e India possono fermare e disarmare i militari ma sfuggono, per ora, al ruolo che lo status politico ed economico raggiunto attribuisce loro. L’ex Birmania è un alleato strategico. E come tale va trattato e persino tutelato dalle pressioni esterne.

CORRIERE DELLA SERA
MARCO DEL CORONA
«State calmi». I monaci buddhisti in Birmania esortano i cittadini a non provocare i soldati. Danno l’esempio, alimentano l’immagine di una religione non-violenta a oltranza. Pacifici. Non è stato sempre così, però. L’Asia buddhista è attraversata da eccezioni, da intrecci di fede e nazionalismo, da abati alla testa di rivolte contadine come nel Giappone del Cinquecento. Proprio in Birmania, nei giorni scorsi, i monaci hanno preso in ostaggio dei poliziotti dopo che i confratelli erano stati aggrediti. Poco rispetto alle proteste anti-cinesi scatenate dal clero lamaista in Tibet nel 1987, represse con morti e feriti. Certo, «la comunità monastica è radicalmente non-violenta», dice Massimo Raveri, cattedra di Religioni dell’Asia Orientale a Ca’ Foscari, e questo si spiega con una dottrina secondo cui il mondo è illusione, l’io una costruzione mentale e ogni volontà di sopraffazione nega la liberazione dal desiderio. Principi che permeano anche il popolo birmano, dove evitare il contrasto è un’attitudine socialmente condivisa e si ammira il lein hmade, «chi s’astiene da discussioni».
Le cose però non sono così semplici. Il buddhismo, sottolinea Raveri, «può funzionare come ideologia identitaria», ed è quanto accaduto in Birmania, dove la sovrapposizione fra nazione e buddhismo è antica. Non è una bestemmia, «perché la via buddhista non è morale, l’illuminazione va al di là del bene e del male». Fare il bene dunque è illusorio come fare il male, e «per arrivare all’annullamento di sé, si può servire un signore o il re». Ecco allora il monaco guerriero (combatte, ma dentro di sé è vuoto) o i religiosi zen arruolati con le truppe giapponesi in Cina nel ’37. I monaci, insomma, sanno cos’è la politica. In Tibet, quando la Cia tentò di contrastare l’invasione maoista, i religiosi non erano all’oscuro dei progetti di guerriglia. I bonzi in fiamme contestavano l’autocrazia di Diem nel Sud Vietnam. Nel ’98 tuniche arancio ni sfilarono contro il premier cambogiano Hun Sen. La storia del Sudest asiatico non giustifica «la visione che, là dove istituzioni e idee buddhiste hanno un ruolo determinante, derivino necessariamente rapporti internazionali pacifici », ha sostenuto lo studioso Trevor Ling (« Buddhism, Imperialism and War ») né Paesi buddhisti «hanno considerato le guerre come attività non-buddhiste». Si aggiungono poi le storie estreme: un bonzo nel ’59 uccise Solomon Bandaranaike, premier dello Sri Lanka.
In Birmania, nonostante gli esibiti finanziamenti alle pagode, da tempo i militari spediscono i monaci disubbidienti in galera. Basta rifiutare gli oboli del regime e si finisce dentro – grottesco paradosso – per «oltraggio alla religione ». Articolo 295. L’attivista Tate Naing, tre anni di carcere, ha descritto le umiliazioni, gli schiaffi, il sangue di anziani abati, ha raccontato le lacrime degli altri prigionieri di fronte a una mancanza di pietas che è profanazione. Intanto, fuori, i monaci camminano. Porgono l’altra guancia, per ora.