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 2007  settembre 23 Domenica calendario

La guerra? Quale guerra? «L´America non può fare un cavolo contro di noi», ghignano i ragazzi dell´associazione Combattenti per l´Islam, affiliazione dei pasdaran

La guerra? Quale guerra? «L´America non può fare un cavolo contro di noi», ghignano i ragazzi dell´associazione Combattenti per l´Islam, affiliazione dei pasdaran. Grosso modo è quanto ripetono da giorni i generali iraniani: la patria dorma sonni tranquilli, gli americani temono una nostra rappresaglia in Iraq, gli israeliani sono nel raggio dei nostri razzi. Per confermare questo messaggio rassicurante, l´esercito ieri è sfilato davanti al presidente Mahmud Ahmadinejad, con il passo dell´oca e gli enormi missili. Era una parata prevista da tempo, ma Ahmadinejad ne ha approfittato per ribadire, sia pure con un tono sommesso, che Teheran se ne infischia delle nuove sanzioni minacciate da Bush e da Sarkozy, non rinuncia al nucleare e avverte gli statunitensi che «se vogliono risolvere i loro problemi devono ritirare le truppe dalla regione, in particolare dall´Iraq». Dunque in apparenza un regime che per ventotto anni ha preparato i suoi miliziani allo scontro con il Grande Satana, si è convinto che un attacco americano è impossibile proprio quando all´improvviso quella eventualità sta diventando reale. Preoccuparsi è vietato: venerdì scorso il predicatore designato dal regime ha redarguito i giornali, colpevoli di aver inquietato i lettori enfatizzando le dichiarazioni del ciarliero ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, circa la possibilità di una guerra. Probabilmente è troppo presto per preparare gli iraniani al peggio. Ma decidendo di non aver motivo per temere, Teheran sembra rinunciare all´iniziativa e scegliere l´immobilità: insomma si rassegna a subire gli eventi. Il metodo più rapido per trovarsi in guerra senza volerlo. Il dubbio che tanta confidenza nei muscoli della rivoluzione sia solo apparente e nasconda gli impacci e le divisioni nel regime, non sfiora i giovani Combattenti per l´Islam. La guerra non è il tema delle loro serate di preghiera, e il predicatore oggi in cartellone, l´acclamato Panahian, porrà tutto il suo ardimento nell´affrontare davanti a un pubblico di entrambi i sessi i versi del Corano in cui Giuseppe figlio di Giacobbe si sottrae alle brame della lasciva regina d´Egitto (la teologia sciita sconsiglia di trattare l´argomento in presenza di donne, si rischia di suscitarne le fantasie erotiche). Ma se la base sonnecchia, tra gli analisti iraniani si rafforza un sospetto che circola anche in Europa: Washington progetterebbe non un raid "chirurgico" contro installazioni connesse al nucleare, tecnicamente improduttivo, ma una vera guerra aerea contro l´Iran, per la primavera prossima. Settimane di bombardamenti. Quale ne fosse l´effetto in Iran e dintorni, questo colpo di maglio aiuterebbe l´amministrazione Bush a nascondere la disfatta irachena dentro la bolgia di un grande conflitto mediorientale; e darebbe slancio al candidato repubblicano nelle presidenziali del 2008. In ogni caso pare improbabile che Bush e Cheney accettino di abbandonare la scena nella parte degli imbecilli che hanno regalato a Teheran un´influenza enorme in Iraq e ad Ahmadinejad l´ammirazione di tutti i nazionalismi arabi. Dunque? «Mai come oggi avremmo bisogno di uno statista», dice un alto funzionario iraniano. Uno statista anteporrebbe il bene della patria al proprio interesse. «Accetterebbe un compromesso sul nucleare. Pur sapendo di commettere un suicidio politico». Quello statista non è certo Ahmadinejad. Poiché sono un ingegnere, ha detto di recente, ho calcolato che gli americani non attaccheranno. Ma il presidente iraniano non è sciocco come appare. In un certo senso il suo calcolo è esatto: si è aggrappato al nazionalismo nucleare perché è l´unica bandiera che ancora entusiasmi i suoi elettori, diciassette milioni due anni fa. Da allora ha combinato un disastro dopo l´altro. Ha regalato alla popolazione parte di quel che aveva promesso, nella forma di aumenti salariali e prebende, ma con il risultato di aizzare un´inflazione ora al 25% che ha impoverito i già poveri. costretto a razionare la benzina, cento litri al mese per ogni auto, perché l´Iran è il terzo paese al mondo per giacimenti di idrocarburi ma non ha raffinerie a sufficienza per raffinare il petrolio e deve importarne i derivati. Non sa come fermare la fuga di capitali iraniani verso Dubai, città che ora la stampa non può citare. Si è inimicato gli apparati ministeriali, dove continua a paracadutare i suoi affiliati; e un pezzo del Parlamento, benché ideologicamente affine a lui. Persino la Guida suprema, Khamenei, che lo ha in simpatia, è stato costretto ad accogliere la richiesta degli ayatollah dell´opposizione e gli ha imposto di frenare la lingua quando parla del nucleare e di Israele. Ma quanto più è in difficoltà, tanto più Ahmadinejad si consegna all´ala radicale del regime. Ai circoli segreti che sono all´origine della sua fortuna. Al suo mentore, il Coccodrillo. Ogni nazione ha i suoi caimani, ma l´alligatore dell´Iran è nel genere una creatura davvero speciale. L´ayatollah Taqi Mesbah-Yazdi, chiamato dall´opposizione il Coccodrillo ("Temsah", per assonanza con Mesbah), è la figura più influente di una società teologica, l´Hodjatie, nota per il suo radicalismo. In passato l´Hodjatie ha dato un contributo almeno teorico allo sterminio dei comunisti e dei bahai, una setta che gli sciiti considerano eretica. Oggi diffonde un puritanesimo bellicoso, fortemente ostile alla cultura occidentale, ai diritti delle donne e alla democrazia (secondo il Coccodrillo «il popolo è un gregge ignorante» e «l´Islam non è il governo del popolo, ma di Allah», cioè dei preti). Ma l´Hodjatie è soprattutto una «lobby potentissima», mi dice uno dei funzionari che cerca di arginarla. Avendo elaborato una dottrina teologica che gli prescrive di occupare il potere, l´Hodjatie l´ha applicata disseminando i propri adepti innanzitutto nei servizi segreti e nella magistratura. La sua influenza è cresciuta a dismisura dopo l´elezione di Ahmadinejad (sarebbe stato proprio il Coccodrillo a convincere la Guida suprema a scommettere sull´ex pasdar nelle presidenziali) da allora molti tra i protetti dell´Hodjatie sono entrati nelle stanze dei bottoni. Tra loro, un diplomatico a suo tempo cacciato dal ministero degli Esteri per radicalismo, Mojtaba Samareh Hashemi, che oggi è considerato una sorta di vicepresidente della Repubblica (il suo ruolo ufficiale è più basso). Attraverso Hashemi il Coccodrillo riuscirebbe a controllare e a ispirare Ahmadinejad. Negli ultimi tempi questa invadenza ha attirato sulla consorteria il sospetto che stia mirando ad un colpo di Stato morbido, per militarizzare il regime e centralizzarlo. I timori del khomeinismo tradizionalista e i divertimenti degli apparati ministeriali hanno prodotto un contrattacco talvolta efficace. Ma la struttura del potere iraniano, disperso in una dozzina di centri nevralgici, impedisce la vittoria dell´uno o dell´altro e induce la coabitazione. In altre parole Ahmadinejad, benché in difficoltà, può resistere agevolmente. Ma deve guardarsi dalle idi di marzo: se dalle elezioni politiche del 2008 uscisse un Parlamento a lui fortemente ostile, rischierebbe l´impeachment. Così la partita iraniana si svilupperà su due piani temporali. I tempi della politica sono stretti. Come Ahmadinejad, anche i Repubblicani americani devono affrontare elezioni cruciali, le presidenziali del novembre 2008. Nei prossimi mesi questo doppio appuntamento elettorale incoraggerà gli uni e gli altri a mostrarsi intransigenti e li scoraggerà dal mostrarsi duttili. I tempi della tecnologia sono relativamente più larghi. Secondo le stime dei più, l´Iran potrebbe dotarsi del nucleare civile non prima del 2009. Ammesso che sia possibile inventare un compromesso tecnico che rassicuri gli occidentali ma non calpesti i diritti dell´Iran, occorre comunque una disponibilità a fare concessioni. E allo stato non si vede come Ahmadinejad possa arretrare senza attirarsi il disprezzo dei suoi sostenitori in Iran e in Medio Oriente, tanto enorme è stato l´investimento simbolico nel nucleare, sia sul piano interno sia sul piano internazionale. Inoltre i vecchi ayatollah seduti nel vertice supremo, a cominciare dalla Guida hanno difficoltà a concepire perfino la possibilità di fare concessioni agli Usa. Sono cresciuti nella convinzione di essere i paladini dell´Islam e del Terzo mondo, chiamati da Dio ad assolvere la missione di sconfiggere l´«imperialismo americano». Allevati con questa dottrina, i Combattenti per l´Islam oggi perdonerebbero un ripiegamento di fronte alle richieste di Washington? perlomeno dubbio. Sono ragazzi dall´apparenza tranquilla, destinati a diventare chi meccanico, chi elettricista; i più hanno perso almeno un parente nella guerra contro Saddam. Ma la loro visione del mondo grosso modo è la stessa del Coccodrillo. La settimana scorsa il Coccodrillo ha sporto il faccino e la gran barba candida in un programma televisivo, dove ha sentenziato che romanzi e film sono i cavalli di Troia dell´Occidente. «Suscitano emozioni da cui i giovani non sanno difendersi» e «corrompono la cultura islamica». L´unica difesa: «Opporre (all´invasore) la scienza». Per "scienza" il Coccodrillo intende la teologia islamica, cioè il proprio sapere. «Chi ascolta un teologo - ha detto con la sua voce sottile come uno stiletto - nell´aldilà sarà ricompensato dodicimila volte di più di chi ha letto il Corano dalla prima all´ultima pagina». Benché appena ventenni, i Combattenti non rifiutano il pensiero del 73enne ayatollah. Non leggono romanzi, non comprano film in dvd, e intuiscono una dilagante strategia occidentale per «diffondere corruzione morale e sessuale nella nostra società». In fondo esprimono in versione islamica la sindrome dell´assedio tipica di tanti movimenti totalitari. Si sentono circondati. Vedono un pullulare di "traditori", giustificano i confratelli che assassinarono quattro studenti durante la rivolta universitaria del 2003 («fu una buona cosa»), e lamentano che l´Occidente sia riuscito a radicare nella gioventù iraniana «il disprezzo per la rivoluzione e per la Guerra santa». Purché approvata dagli ayatollah, ai Combattenti la guerra piace. «Che giornate indimenticabili, e che nostalgia!» è scritto sul manifesto stampato dall´associazione, sotto l´immagine di due pasdaran quasi ilari al tempo della guerra con l´Iraq. A Teheran un ottimista, Rahman Gharemanpour, vicedirettore del Centro ricerche strategiche, mi fa notare che nei momenti di maggior pericolo il vertice iraniano è sempre riuscito a concordare la soluzione più saggia, in genere la più pragmatica. C´è da sperare che abbia ragione. Cosa accadrebbe nel caso di un attacco americano? Brucerebbe l´intero Medio Oriente, concordano Gharemanpour e l´"hodjatolislam" iracheno Abdul Hassan al-Forati, un collaboratore del Grand´Ayatollah Sistani, per incarico del quale è responsabile della sicurezza nella città santa di Kerbala. Se poi Washington si illudesse di trovare una sponda interna nell´opposizione iraniana, tenga presente quel che mi dice l´avvocatessa Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace: «Per quanto gli iraniani siano critici verso chi li governa, in caso di attacco dimenticheranno tutto e si opporranno agli americani».