Marcello Sorgi, La Stampa 25/9/2007, 25 settembre 2007
A differenza dei maggiori Paesi europei, dove sono un normale strumento della democrazia che il premier o il capo dello Stato può usare, per rafforzare o mutare l’equilibrio politico, in Italia le elezioni anticipate, di cui molto s’è ripreso a parlare in questi giorni, rappresentano da sempre un trauma
A differenza dei maggiori Paesi europei, dove sono un normale strumento della democrazia che il premier o il capo dello Stato può usare, per rafforzare o mutare l’equilibrio politico, in Italia le elezioni anticipate, di cui molto s’è ripreso a parlare in questi giorni, rappresentano da sempre un trauma. Un male, piuttosto che una medicina, un’extrema ratio cui ricorrere quando proprio non c’è altro rimedio. Ed anche se i politici di professione ne parlano ovviamente con più disincanto e meno timori, questa convinzione è diffusa tra i cittadini, che vedono nell’interruzione improvvisa - e apparentemente immotivata, talvolta - di una legislatura, un fattore di incertezza. Si può dire che in questo, o anche in questo, l’Italia non è l’Inghilterra, e neppure la Francia o la Germania, se solo si considera in quali circostanze è prevalso lo scioglimento delle Camere. In sessant’anni di Repubblica, le elezioni anticipate hanno conosciuto tre stagioni, tutte connesse con il deteriorarsi del funzionamento del sistema e con i tentativi - falliti - di venirne a capo. La prima stagione (elezioni del 1972, ”76 e ”79) è quella della crisi, o dell’inizio di un declino lentissimo ma inesorabile, della centralità democristiana. Incalzata dalla secolarizzazione, da un veloce mutamento della società civile e dai referendum sul divorzio e sull’aborto a cui non è in grado di dare risposte, la Dc non trova altre vie d’uscita che rinvii, continue crisi di governo e alla fine richiami alle urne. Ne uscirà con l’illusione che la resistenza sia possibile e che l’accordo sottobanco, e qualche volta scoperto, con il rivale-alleato comunista finisca col nuocere più al Pci e a ogni ipotesi di alternativa che non a se stessa. La seconda stagione (elezioni del 1983 e ”87) è quella della definitiva esclusione (dopo la parentesi dell’unità nazionale) dei comunisti dall’area di governo e della collaborazione-competizione tra Dc e Psi. Stavolta è Craxi a prefigurare (e a illudersi) che la caduta dei due maggiori partiti sia possibile e in qualche modo simultanea, ed elezioni più frequenti possano servire ad accelerarla e a sovvertire rapidamente i rapporti di forza. Sbaglierà, non nell’intuire la crisi, che peraltro, a sinistra, il vento dell’89 e la caduta del Muro di Berlino renderanno tempestosa, ma nel valutarne i tempi e nel risolversi, alla fine, a fare da puntello al regime democristiano. Così arriviamo al ”92, o meglio al ”94 e ”96: la stagione del crollo della Prima Repubblica imposto da Tangentopoli e della terza ondata di elezioni anticipate. Qui, protagonista è il movimento per i referendum elettorali di Segni e Barbera, che introducendo, con il voto plebiscitario dei cittadini, il sistema maggioritario, apre la strada alla Seconda Repubblica, alla liquidazione della Dc (un partito centrale non può esistere in un quadro in cui si deve stare a destra o a sinistra) e più o meno inconsapevolmente a Berlusconi. Craxi, per evitare il carcere, va in esilio, dove poi troverà la morte. I comunisti, poi Pds e Ds, si salvano miracolosamente, agevolati, ancorché ridimensionati, da qualche strabismo dei giudici protagonisti della stagione giustizialista, e dalla palese esclusione, negli ultimi anni, dal meccanismo del governo e della corruzione. Le due legislature complete e, almeno dal punto di vista della durata, regolari, 1996-2001 e 2001-2006, nascono da questo grande cambiamento. E hanno visto insieme l’alternanza al governo di centrosinistra e centrodestra (segno che il maggioritario, sia pure nella versione mista con proporzionale del Mattarellum, funziona), e il logoramento delle coalizioni, che per vincere devono necessariamente essere formate da forze disomogenee, la cui convivenza, al momento di governare, si rivela impossibile. Questo è stato evidente sia nella legislatura del primo governo Prodi, e poi, a colpi di ribaltoni parlamentari, dei governi D’Alema e Amato, sia in quella del governo Berlusconi, tormentato da rimpasti e crisi-lampo. Ed è ora allarmante nell’attuale legislatura e nella seconda esperienza di premier di Prodi. Mentre infatti nel primo e nel secondo caso le turbolenze politiche e partitiche all’interno delle alleanze, pur rallentando l’azione dei governi, non hanno impedito di affrontare una situazione economica difficile né di introdurre qualche elemento riformatore, stavolta la sensazione è, per dirla con Mastella, che la nascita di «microrganismi», gruppuscoli parlamentari che contrattano direttamente col premier o con il capo dell’opposizione il loro appoggio, rende già, o renderà prestissimo, la situazione ingovernabile, e necessario un nuovo scioglimento anticipato delle Camere. Tra l’altro, nuove elezioni all’inizio del 2008, per legge, spingerebbero a rinviare il referendum elettorale di Segni e Guzzetta, che mira alla riforma della legge proporzionale introdotta, quand’era al governo, dal centrodestra. E aprirebbero una tregua all’interno delle coalizioni, tra i partiti maggiori, e i minori convinti che il voto referendario li spazzerebbe via. Con la storia degli scioglimenti sotto gli occhi, non è difficile trovare delle analogie. Apparentemente più simile a quella degli Anni Novanta (anche adesso preme un referendum, c’è un’ondata di antipolitica tra i cittadini e una recrudescenza di vicende giudiziarie con politici coinvolti), la situazione ha in realtà molte analogie con quella degli Anni Settanta, quando la Dc, pur di non arrendersi alle spinte che venivano dalla società civile, puntò tutto sul voto, e sul mantenimento dell’egemonia elettorale, senza accorgersi di aver perso il rapporto politico con il Paese in mutamento. Questo vale anche oggi, per Prodi e Berlusconi insieme. Anche grazie a loro, la lunga transizione italiana è da tempo in cerca di approdo. Avanzando e arretrando, in modo alterno, ne ha trovati e ne ha perduti. Ma è inutile negarlo: con un altro scioglimento, a breve, il rischio è di riportare tutto al punto di partenza. E una classe politica che non è in grado di governare i cambiamenti, corre verso il suicidio. Stampa Articolo