Vari settembre 2007, 25 settembre 2007
ARTICOLI SULLA CRISI BIRMANA DEL SETTEMBRE 2007
LA REPUBBLICA, 23/9/2007
RAIMONDO BULTRINI
Vestita di giallo, con le lacrime agli occhi, la Nobel della Pace Aung San Suu Kyi è uscita per la prima volta dopo quattro anni dalla sua casa sul lago Inya a Rangoon. Per quindici minuti, in una sfida senza precedenti alla giunta militare, la leader della Lega nazionale per la Democrazia ha recitato i Sutra buddisti assieme a oltre mille monaci e altrettanti cittadini che gridavano "lunga Vita ad Aung Sang Suu Kyi", dopo essere giunti in corteo fino all´ingresso del giardino della sua abitazione al numero 54 di University Avenue.
Il drappello di una ventina di soldati che staziona 24 ore su 24 all´incrocio della strada ha sorprendentemente aiutato i manifestanti a rimuovere le barricate che bloccano notte e giorno il passaggio. Un segnale di impotenza, oltre che una forma di rispetto per i rappresentanti del clero birmano, che dopo aver annunciato da giorni una sorta di "scomunica" per i militari e le loro famiglie (non accettano offerte e non celebrano messe per i loro defunti né matrimoni), hanno sfilato in gran parte a piedi nudi fin dalla mattina da Kawhmu, dall´università buddista di Kabaaye, da diversi monasteri e distretti della periferia e del centro. Camminavano sotto una pioggia monsonica torrenziale, accompagnati dagli applausi dei civili che formavano due ali di folla, recitando le strofe del Paritta Sutta del Budda che tutti conoscono a memoria: «Possa noi essere liberi da tutti i pericoli, liberi dal dolore, liberi dalla povertà, possa noi trovare la pace del cuore e della mente».
Le storiche immagini di ieri hanno presto fatto il giro del mondo, dopo giorni di proteste dei monaci per l´aumento vertiginoso dei prezzi in quasi tutte le principali città dell´Unione, soprattutto a Mandalay nel nord, la seconda del Paese, dove ieri hanno sfilato in diecimila, un record senza precedenti dal lontano 1988, quando il regime fu costretto a concedere libere elezioni culminate due anni dopo con la schiacciante vittoria dell´Nld e la nomina di un Parlamento, subito sciolto dal regime con sanguinose purghe e arresti di massa.
Se a Mandalay vive gran parte della grande comunità monastica formata da 600mila bikku e novizi (un numero superiore agli stessi militari) è però nell´ex capitale Rangoon che si è ora spostata la sfida della potente comunità religiosa. Il pianto di Aung San Suu Kyi e la sua preghiera al fianco dei monaci sono visti come il segnale più importante di un possibile e decisivo cambiamento nel clima di impotenza che ha finora attanagliato la società birmana, spaventata dalle possibili reazioni dei vertici militari al potere dal 1962.
Le manifestazioni pacifiche dei monaci, scesi in campo con i primi, sparuti gruppi di dissidenti dell´Nld a metà agosto dopo l´aumento di benzina, gas da cucina e riso, sono state già contrastate brutalmente dai soldati, in qualche caso col lancio di gas lacrimogeni e arresti di massa, fino all´episodio che ha scatenato dieci giorni fa la rivolta del clero, il brutale pestaggio di un novizio a Pakokku, nella Divisione settentrionale di Magawe.
Fermato e legato a un lampione, è stato ridotto in fin di vita da gruppi di civili della potente organizzazione filogovernativa dell´Usda, Unione per lo Sviluppo e la Solidarietà, coadiuvata da ex detenuti appositamente liberati per reprimere le sommosse.
Da allora cortei di religiosi dai principali monasteri del paese, Mandalay, Sittwe, Pegu, Yenanchaung, e perfino dalla celebre pagoda di Shwedagon - simbolo della fede buddista che accomuna popolazione e militari - hanno messo a dura prova la capacità del regime di gestire questa inedita e per certi versi inattesa svolta. «Francamente non ci aspettavamo una fiammata del genere», ci ha detto Maung maung, leader dell´Ncub, il Consiglio Nazionale dell´Unione birmana che raccoglie quindici organizzazioni del dissenso in esilio, compresa l´Unione dei monaci birmani. «Ora si tratterà di vedere quali contromisure prenderà il regime, e il rischio di violenze è altissimo. Dalle nostre fonti - ha aggiunto - abbiamo saputo che i responsabili delle amministrazioni cittadine si sono rifiutati di fermare i monaci come ordinato dai vertici militari. Il clero è ramificato nei monasteri e nei templi, almeno uno per ogni quartiere, distretto e città. Conoscono tutti i dirigenti dello stato e le loro famiglie, e ben pochi se la sentono di rinunciare ai sacramenti e alla loro benedizione».
LA STAMPA, 23/9/2007
MIMMO CANDITO
Nessuno lo pensava possibile, ed è stato tanto straordinario che molti non hanno potuto trattenere il pianto. Perfino lei stessa, Aung San Suu Kyi, il premio Nobel per la Pace, la più nota personalità di questa Birmania cui la Giunta militare che schiaccia il Paese dentro una dura, spietata pratica di regime autoritario, ha anche cambiato il nome ufficiale, ora Myanmar. I monaci, un migliaio di monaci, una lunga lenta macchia color ruggine che sfilava per le strade di Yangoo sotto un diluvio di pioggia sferzante, quei monaci stavano passando davanti alla residenza di «Lady» Saan Suu Kyi, in silenzio, raccolti nella loro preghiera, a piedi nudi, il capo rasato, indifferenti all’acqua che inzuppava le loro tonache (sono cinque giorni, ormai, che i monaci compiono questa loro muta marcia di protesta contro i generali che governano il Paese, cinque giorni di lotta non-violenta che il regime tenta di soffocare senza però forzare troppo aspramente la mano dura, perchè i monaci sono la componente più rispettata e amata della Birmania buddhista, e ogni eccesso di violenza contro di loro si ritorcerebbe immediatamente contro militari e polizia, in una spirale di reazioni il cui controllo deve apparire molto problematico perfino a chi regge il potere con una repressione inflessibile).
Passavano in silenzio, lenti, tenendo in mano ben visibile la ciotola con cui raccolgono il pugno di riso che tradizionalmente la gente offre loro come tributo di fede, e però da cinque giorni quella ciotola, nella loro mano, sta rovesciata, volta verso il basso, a denunciare il rifiuto e lo sdegno contro un governo che è osteggiato dall’intero Paese per la sua corruzione, i privilegi, l’incapacità a migliorare le disperate condizioni di vita d’un popolo dove il 90 per cento deve sopravvivere con meno di un dollaro al giorno e un mese fa il costo della benzina è stato aumentato bruscamente del 500 per cento, trascinando i prezzi d’ogni genere di consumo a un livello di assoluta insostenibilità (proprio quest’aumento ha portato alla protesta dei monaci in nome del disagio dell’intera società birmana).
Passavano, dunque, sorpresi di poter sfilare senza divieti in quel quartiere e davanti a quella casa di legno dove a tutti una folta siepe di poliziotti e di miliziani in borghese impedisce perfino di avvicinarsi (da 17 anni, da quando il suo partito aveva stravinto le elezioni, Aung Suu Kyi è tenuta segregata in arresti domiciliari, con l’ordine di non farsi vedere all’esterno e con il divieto d’incontrare chiunque; soltanto a novembre del 2006 fu fatta un’eccezione per l’inviato dell’Onu, Ibrahim Gambari, autorizzato dai militari a una breve visita di saluto e solidarietà).
Passavano. I più vecchi in prima fila, lenti, fragili, strascicando nelle pozzanghere fangose la loro tonaca e la loro debolezza, e poi dietro di loro, a scalare verso il fondo, i più giovani, fino a un gruppo di bimbi - anche loro con la tonaca color ruggine - che chiudeva il corteo e si mescolava già con una piccola folla di birmani che s’era aggregata ai monaci. Passavano, e all’improvviso la porta della veranda di casa Suu Kyi si è aperta e ne è uscita la «Lady» accompagnata da due donne che l’affiancavano. Dal corteo è partito un grido corale, «Viva San Suu Kyi!» e, a centinaia, le braccia e le ciotole in aria salutavano la donna della Pace.
Era come se la pioggia sferzante nemmeno ci fosse, e un clima d’allegria, ma anche di commozione profonda, ha travolto ogni silenzio e ogni compostezza. San Suu Kyi ha risposto al saluto, da lontano, agitando anche lei le due mani aperte verso il corteo. I più vicini alla casa l’hanno vista piangere per qualche minuto, consolata dalle due donne; poi sono rientrate, e il corteo ha ripreso la marcia.
Da lontano, agli angoli delle strade che s’incrociano verso la residenza del premio Nobel, nugoli di miliziani in borghese - presunti esponenti della società civile che di professione, però, fanno i picchiatori e le spie del regime - vigilavano che non ci fosse un contatto tra i manifestanti e la «Lady», mentre non si vedeva in giro nemmeno uno delle decine di poliziotti che di solito controllano la strada. Quest’assenza, e la concessione fatta al corteo di poter arrivare fino all’incontro con San Suu Kyi, sono un segnale politico molto interessante.
La crisi scatenata dall’improvviso aumento dei prezzi sta minacciando seriamente il controllo del potere militare. Una protesta dei monaci già vent’anni fa, nell’88, aveva aperto una fase di destabilizzazione che i generali avevano potuto recuperare soltanto con un sanguinoso intervento repressivo; ora il timore d’un ritorno a quella drammatica fase politica deve aver suggerito al governo di fare, almeno, questa concessione. Ma è un segno evidente di debolezza.
Myanmar è un paese strategicamente rilevante, alle porte della Cina e con forti relazioni con la Corea del Nord; i nuovi equilibri asiatici mutano i ruoli d’ogni Paese, aprono prospettive e interessi inimmaginabili solo alcuni anni fa. Il governo accusa Washington di mestare nella crisi, gli Usa rivendicano il rispetto dei diritti umani; è il Grande Gioco che si gioca in Asia.
LA REPUBBLICA, 23/9/2007
FEDERICO RAMPINI
Costretta da anni agli arresti domiciliari dalla giunta militare birmana, "the Lady" è riapparsa ieri per la prima volta ai suoi connazionali. Aung San Suu Kyi, premio Nobel della pace, ha rotto il silenzio per dare la sua benedizione alle proteste che dilagano nel paese. Mille monaci buddisti ieri hanno sfidato l´esercito manifestando proprio davanti a casa sua, nel luogo più proibito e sorvegliato di Rangoon. Lei è uscita di casa per pochi minuti, in lacrime è andata incontro al corteo dei religiosi che cantavano: «Lunga vita alla Signora Suu Kyi, che possa tornare libera presto».
Molti di quei monaci sono ragazzi, hanno l´età dei figli di Suu Kyi. l´incontro che può segnare una svolta in questa calda estate birmana. Le rivolte spontanee che infiammano il paese sono state scatenate prima dalle inondazioni monsoniche che hanno allagato vaste zone del paese, abbandonate a se stesse senza alcun aiuto dal governo; poi dall´improvvisa decisione della dittatura militare di aumentare del 500% i prezzi della benzina e del gas, un colpo tremendo per uno dei popoli più miseri dell´Asia. Le proteste durano da più di un mese ma fino a ieri non era chiaro quanto fossero organizzate, o capaci di seguire un progetto politico. L´incontro di ieri a Rangoon ha dato la risposta. La giovane generazione dei monaci che oggi sta umiliando l´esercito, ha voluto allearsi con "the Lady", la leader politica di un´altra stagione di lotte per la libertà, la combattente per i diritti umani che è il volto più noto della Birmania nel mondo. Isolata, dimenticata dall´Occidente, questa nazione asiatica dimostra di aver conservato un attaccamento indomabile per la democrazia.
Mentre i monaci sfilavano di fronte alla casa della vergogna, dove la violenza dei golpisti tiene prigioniera l´unica leader legittima della Birmania, il cerchio della storia si è chiuso: una nuova leva di attivisti è pronta a riprendere il cammino dei "ragazzi dell´88". nel 1988 infatti che la Birmania ha assaporato la libertà. La rivincita del popolo cominciò per ragioni analoghe alla protesta di oggi, infiammata dai disagi economici. Diciannove anni fa il detonatore iniziale furono le proteste per il rincaro del riso e per quel furto di Stato che fu la "conversione" della moneta (i due terzi delle banconote vennero dichiarati non più validi). Di fronte all´esasperazione della gente il dittatore di allora, il generale Ne Win al potere dal 1962, concesse le elezioni democratiche convinto di poterle manipolare. Fu un errore clamoroso, la prova che l´esercito non aveva il polso del paese reale. Alle urne nel 1990 stravinse la Lega democratica di Suu Kyi umiliando il partito dei generali. Seguì una repressione feroce, tremila morti, e un nuovo golpe militare i cui eredi rimangono al potere tuttora.
Oggi Suu Kyi ha 62 anni, e ha trascorso 12 degli ultimi 18 anni agli arresti domiciliari. Avrebbe potuto salvarsi facilmente, scegliendo la via dell´esilio per ritrovare il marito e i figli in Inghilterra. Invece ha rifiutato di abbandonare la Birmania al suo destino. Mentre era detenuta è morto di cancro suo marito - uno storico britannico - senza che lei potesse rivederlo. La fede religiosa è una componente importante nel suo sacrificio personale. Nei suoi scritti Suu Kyi evoca spesso una "rivoluzione spirituale" per rigenerare il paese. Ogni giorno nella sua vita da reclusa dedica molte ore alla meditazione. È una Gandhi buddista, che predica la resistenza passiva e la non violenza per piegare uno dei regimi più feroci del pianeta. Il suo rigore morale, il prestigio intatto di cui gode Suu Kyi nel suo paese, è la ragione per cui il "movimento dei monaci" del 2007 ha voluto renderle omaggio con il pellegrinaggio a casa sua. La componente religiosa di questa rivolta è la sua forza. La Birmania è un paese profondamente segnato dal buddismo. Esplorandola a lungo questa estate ho potuto constatare come l´omaggio alla religione sia una costante a tutti i livelli: i contadini più poveri si privano di razioni di riso per fare l´elemosina ai monaci; ma anche i capi corrotti della nomenklatura militare tentano di "comprarsi delle indulgenze" finanziando la costruzione di nuovi templi e pagode. L´ondata di proteste scoppiata dal 19 agosto ha avuto due fasi ben distinte.
All´inizio a sfilare erano piccoli drappelli di cittadini scontenti: su di loro si è accanita una repressione spietata, con 150 arresti, pestaggi violenti da parte della polizia. La nota dissidente Nilar Thein è in fuga per non finire in carcere. Un altro leader della protesta, Min Ko Naing, è stato arrestato e non si hanno più notizie di lui. La seconda fase si è aperta quando sono scesi in piazza i monaci. Un tentativo di intimidirli è finito malissimo per i militari. Il 5 settembre a Pakokku (una cittadina a 500 km a nord di Rangoon) l´esercito ha sparato in aria e diversi monaci sono rimasti feriti. Per placare la tensione il governo ha sentito il bisogno di inviare una delegazione di militari a chiedere scusa ai monaci. Venti ufficiali sono stati sequestrati e tenuti in ostaggio per diverse ore nel convento, mentre le loro auto venivano incendiate e un migliaio di persone si è radunato attorno al monastero per applaudire la rivolta dei religiosi. Negli ultimi cortei i monaci hanno usato il gesto più grave: camminavano con le ciotole rivolte verso il basso, il segno di rifiuto dell´elemosina che corrisponde a una scomunica. I militari sono a un bivio. La massiccia adesione dei religiosi li mette in grave imbarazzo. A questo punto se tollerano la protesta rischiano di essere travolti da una nuova rivoluzione democratica. Se tentano di soffocarla, dovranno instaurare un nuovo terrore di massa per spezzare l´alleanza tra il popolo e i suoi figli in tonaca rossa.
CORRIERE DELLA SERA, 23/9/2007
MICHELE FARINA
Li avrà sentiti arrivare ed è uscita in lacrime. Cinquecento monaci fanno rumore, anche se camminano a piedi nudi nella pioggia. Li avrà sentiti da dietro il cancello, la donna che tutti in Birmania (tranne i generali e i loro scagnozzi) chiamano «la Signora». Impossibile non accorgersi, la strada là davanti è sempre così mortalmente vuota. Nessuno può avvicinarsi alla casa di Aung San Suu Kyi (pronuncia «su ci»), 62 anni, paladina della democrazia negata, l’unico Nobel per la pace senza libertà. Ha trascorso 12 degli ultimi 18 anni agli arresti domiciliari, la Signora, leader del partito che nel ’90 vinse le elezioni con l’82% dei voti. I militari che la detestano, dopo aver annullato il voto, l’hanno murata viva con un pianoforte rotto nella villa sul lago che fu di suo padre Aun San, eroe dell’indipendenza ammazzato quando lei aveva 2 anni.
Quella strada deserta, ieri pomeriggio, per quindici eterni minuti si è riempita di tuniche rosse e di canti. I monaci buddhisti che per il sesto giorno consecutivo sfilavano per le strade allagate di Rangoon, protestando in silenzio contro la giunta militare, a sorpresa hanno deciso di andare a trovare Aung San Suu Kyi. Hanno puntato verso University Avenue, chiusa al traffico a causa della prigioniera più famosa e isolata del mondo. I venti soldati al posto di blocco, con i mitra e i walkie-talkie, incredibilmente o astutamente li hanno lasciati passare. Fosse stato un gesto spontaneo - soldati che simpatizzano con i manifestanti - oppure anche solo l’ordine di ufficiali ribelli, oggi probabilmente sarebbe un giorno nuovo per la Birmania. Magari più sanguinoso, ma nuovo. L’inizio della fine per i generali che governano con il terrore dal 1988.
Non è andata così. La scelta di lasciar passare i monaci è stata avallata probabilmente dal generale Than Shwe in persona, il 74enne capo della giunta che ama i film di kung fu, prende le decisioni in base all’astrologia ed è esperto di guerra psicologica. Una scelta in linea con la strategia adottata dal regime negli ultimi giorni: evitare di attaccare apertamente i monaci. La repressione dei giorni scorsi, novizi picchiati dai reparti paramilitari e poliziotti in borghese, non ha fatto altro che moltiplicare le marce. Diecimila manifestanti sono scesi in piazza ieri a Mandalay, seconda città del Paese, mentre azioni di protesta si registrano in altre cinque città.
Una rivolta quasi invisibile. Non sono ammessi giornalisti stranieri in Birmania. Gli organi di stampa come La Nuova Luce del Myanmar (così è stato ribattezzato il Paese dalla giunta militare 15 anni fa) sono governativi: ignorano le proteste, danno spazio all’inaugurazione di strade e competizioni culturali o all’acutizzarsi del maltempo. Le notizie che filtrano dal Paese arrivano dai coraggiosi corrispondenti locali delle agenzie di stampa internazionali. Le poche immagini dei monaci che sfilano con l’acqua alle caviglie sono quelle rubate dalle telecamerine clandestine della tv DVB (Democratic Voice of Burma) con base in Norvegia.
Non ci sono immagini dell’incontro tra i monaci e Aung San Suu Kyi. Le tv in queste ore giustappongono immagini recenti di DVB con filmati di repertorio che mostrano «la Signora » sorridente che saluta una piccola folla di simpatizzanti dal cancello di casa: ma sono immagini girate nel maggio 2002, all’epoca del suo ultimo rilascio. Ieri non c’erano telecamerine nascoste sotto le tuniche davanti alla villa sul lago. E’ stato un testimone, un monaco, a raccontare più tardi a un gruppo di cittadini di Rangoon quanto era successo a University Avenue. I giovani dalla testa rasata (chi l’ha detto che la religione deve stare alla larga dalla politica?) si sono fermati a cantare una preghiera buddhista, «la Signora» è uscita di casa accompagnata da due donne, probabilmente quelle che la assistono (e forse la spiano). Lei di solito così fredda (anni fa, in una rara intervista, disse «non mi sento prigioniera, ho fatto una scelta») non è riuscita a trattenere le lacrime. Si è unita alla preghiera dei monaci: «Che noi si possa raggiungere la libertà da tutti i pericoli, libertà dal dolore e dalla povertà, la pace nel cuore e nella mente».
Nessuna parola in più, nessun altro gesto. I monaci sono ripartiti dopo 15 minuti, i soldati al posto di blocco hanno aperto i varchi richiudendoli dopo l’ultima tonaca. Difficile dire che sviluppo possa avere l’incontro furtivo tra i monaci e la Signora, quale sincronismo possa instaurarsi tra la testa imprigionata e «le gambe in movimento» della rivolta pacifica. I generali temono più le seconde. Alla cricca di Than Shwe fa paura quel mezzo milione di monaci, le figure più rispettate dai 50 milioni di devoti birmani. Con i leader del partito di Suu Kyi in galera, sono stati loro a dare forma e continuità alle proteste sporadiche nate (e subito represse) a metà agosto, quando gruppi di cittadini hanno manifestato contro l’aumento dei prezzi deciso dal regime. La visita di ieri alla Signora del Lago salda il malcontento di oggi alla storia del movimento democratico nel Paese delle Pagode, dove ad arricchirsi sono solo i rampolli dei militari. Un segnale minaccioso alla giunta, un appello al mondo: «Libertà dal dolore e dalla povertà».
GLI OGGETTI
Alla cintura, sotto il manto, la scodella nera di bambù per la questua. Unici oggetti personali consentiti, oltre al rasoio, l’ago per rammendare gli abiti e un filtro per l’acqua
CORRIERE DELLA SERA, 23/9/2007
PAOLO VALENTINO
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON – C’è una sola eccezione al riserbo che Laura Bush ha da sempre scelto in politica estera. Ed è la Birmania. Molto conosciuta per le sue campagne per l’istruzione, l’educazione e la salute, la first lady americana è una delle voci più critiche e conseguenti contro la giunta militare al potere nel Paese asiatico e conduce da anni una battaglia per la liberazione di Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione e premio Nobel per la Pace, che ieri a Yangon ha sfidato gli arresti domiciliari, scendendo in strada per salutare il corteo di protesta dei monaci buddisti. Quando lo scorso agosto il regime di Myanmar (il nome imposto al Paese dalla giunta) represse nel sangue le dimostrazioni popolari, il Dipartimento di Stato espresse una protesta formale e la stessa Casa Bianca, più tardi, rese pubblica una dichiarazione di ferma condanna. Ma il gesto più forte e in parte clamoroso per la sua originalità, da parte americana, venne proprio dalla signora Bush, che chiamò al telefono il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, per esprimergli il proprio sconcerto e sollecitarlo a condannare «immediatamente la brutale repressione». Un invito che è suonato implicito rimprovero per l’eccesso di cautela delle Nazioni Unite, che agli occhi della first lady non hanno fatto abbastanza pressioni sui militari asiatici, perché rilascino Suu Kyi.
E’ da almeno due anni, comunque, che Laura Bush tiene alto il tema birmano. Nel settembre 2006, aveva ospitato un forum, in margine all’Assemblea generale dell’Onu. Poi, lo scorso maggio, aveva firmato insieme a sedici senatrici americane, repubblicane e democratiche, una lettera aperta a Ban Ki-Moon, invitandolo ad agire per la liberazione di Suu Kyi. Vincitrice delle elezioni birmane nel 1990, poi annullate dalla giunta, la dissidente ha da allora trascorso la maggior parte del tempo in galera o al domicilio coatto.
Ai primi di settembre, con un’iniziativa senza precedenti, la first lady aveva invitato un gruppo di giornalisti nella East Wing della Casa Bianca, per parlare della Birmania. Clou del colloquio, la richiesta di una risoluzione dell’Onu, che esprima preoccupazione e condanna della comunità internazionale, di fronte al deteriorarsi della situazione in uno dei regimi più repressivi e inaccessibili del pianeta. «Fino a questo momento aveva detto Laura Bush in quell’occasione - i militari si sono fatti beffe del resto del mondo, ma non è detto che il resto del mondo debba continuare a tacere su ciò che accade. Funzionerà? Non lo so, ma è il minimo che possiamo fare».
Ironizzando su quanti le hanno rimproverato di scoprire la politica estera, quasi a voler usare la propria relativa popolarità mentre la stella del marito è in declino, la Bush aveva anche detto: «E’ uno dei miti che circolano in giro, quello secondo cui stavo mettendo i biscotti in forno e a un certo punto ho sospeso per telefonare a Ban Ki-Moon».
In verità, la first lady ha dimostrato di saper anche gestire con perizia un dossier così delicato. In un’intervista rilasciata al settimanale
Time, la Bush ha parlato di «conciliazione nazionale » come obiettivo prioritario di ogni iniziativa verso la Birmania e della necessità che la comunità internazionale agisca di concerto. «Mi ha fatto piacere - ha detto la Bush a Time - che il premier britannico Gordon Brown abbia detto di voler impegnarsi e che i cinesi abbiano organizzato un incontro informale di noi americani con il regime, anche se non è stato molto produttivo. Ma credo sia giunto il tempo di parlare a Cina, Thailandia, Russia e India, cioè i Paesi che sono vicini sul piano geografico ed economico alla Birmania». Pechino e Mosca sono infatti il maggior ostacolo sulla strada dell’approvazione di una risoluzione dal linguaggio molto duro, in seno al Consiglio di Sicurezza.
La campagna della signora Bush sembra avere qualche effetto sulla burocrazia del Palazzo di Vetro, colta un po’ fuori guardia dalle sue ultime mosse. Nei giorni scorsi, il rappresentante dell’Onu in Birmania, Ibrahim Gambari, ha detto di essere rimasto sorpreso dalle dichiarazioni della first lady: «Le Nazioni Unite - ha aggiunto - perseguono una strategia di paziente diplomazia, il cui fine è condiviso da tutti: un Myanmar democratico dove vengano rispettati i diritti umani».
CORRIERE DELLA SERA, 23/9/2007
ALESSANDRA COPPOLA
Il teak dei mobili e dei parquet nelle case italiane, il legno usato nella costruzione delle barche: viene dalla Birmania. Tagliato e venduto da imprese vicine alla giunta militare; importato da società come Fincantieri o Margaritelli, denuncia la Cisl.
E poi pietre preziose, abbigliamento, prodotti ittici. Il possibile margine per un boicottaggio che forzi il regime di Rangoon a un’apertura. «Il governo italiano ha in questo momento l’obbligo morale di sostenere la democrazia in Birmania sia politicamente sia con risorse – dice al
Corriere il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni ”. E deve impegnarsi concretamente perché si costringa la giunta militare al dialogo». Salari da 10 dollari al mese per 15 ore di lavoro al giorno, prezzi fuori controllo, la gente che ormai può permettersi solo l’acqua di scarto del riso, abusi e lavori forzati. La dittatura di Rangoon è da anni sotto la sorveglianza in Italia della Cisl, che ha monitorato aziende, stilato elenchi, lanciato appelli. E ha spedito la settimana scorsa una lettera al sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti.
«Chiediamo che si instauri a Roma un tavolo con le parti sociali per valutare la presenza italiana in Birmania», spiega Cecilia Brighi del dipartimento internazionale della Cisl. Convincere le aziende a ritirarsi dal Paese (rinominato Myanmar dai militari). Ma anche avviare un lavoro diplomatico sui sostenitori di Rangoon al Consiglio Onu: Cina e Russia.
«Tra l’altro preoccupa l’intenzione del regime di dotarsi di un reattore nucleare», sottolinea la Brighi. Evitare scivoloni come il corso in diritti umani a Sanremo aperto anche a funzionari di Myanmar (caso denunciato dalla Cisl). Infine, incontrare i rappresentanti del governo in esilio, sostiene il sindacato, fornire loro risorse, discutere insieme della strategia da adottare. «Richiesta del tutto sensata», dice il sottosegretario Vernetti. Che si impegna a rispondere nei prossimi giorni.
LA REPUBBLICA, 24/9/2007
ARTURO ZAMPAGLIONE
ARTURO ZAMPAGLIONE
NEW YORK - Anche centinaia di monache buddiste con la testa rasata si sono unite alle proteste a Rangoon e in altre città di Myanmar, l´ex Birmania, contro la giunta militare ormai al potere da 45 anni. Le manifestazioni di ieri sono state le più massicce non solo da quando, sette giorni fa, è cominciata la sollevazione popolare, ma addirittura dell´ultimo ventennio: erano in ventimila, infatti, soprattutto monaci, tutti scalzi e con la tunica rosso - scura, a scendere per le strade, chiedendo una svolta politica e la liberazione di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e simbolo della resistenza birmana. E la crisi è rimbalzata anche dall´altra parte del mondo: ai margini di un incontro al Palazzo di Vetro, il segretario di stato americano Condoleezza Rice ha denunciato la «brutalità» del regime birmano. «Stiamo seguendo da vicino la situazione in quel paese. Il popolo ha diritto a una vita migliore e finalmente libera», ha spiegato la Rice dopo un colloquio con il suo collega cinese Yang Jiechi, arrivato a New York per l´assemblea generale dell´Onu. «Anche il nostro presidente è stato molto franco nel parlare della situazione della Birmania», ha ricordato il segretario di stato. Proprio la settimana scorsa, infatti, parlando con dei giornalisti alla Casa Bianca, George W. Bush aveva preannunciato di voler sollevare la questione birmana alle Nazioni Unite.
Latente da anni, la crisi si è accelerata nel corso dell´estate quando la giunta ha aumentato i prezzi dei carburanti, rendendo proibitivi i costi dei trasporti interni. I monaci hanno cominciato a protestare: prima in piccoli gruppi, poi le manifestazioni sono diventate più massicce. Le loro tre richieste: una diminuzione dei prezzi, il rilascio dei prigionieri politici, una svolta nei rapporti con l´opposizione. Una piattaforma politica, insomma, incentrata sulla figura di Suu Kyi, che dopo la sua vittoria nelle elezioni del 1990, annullate dalle forze armate, ha trascorso undici anni agli arresti domiciliari.
Sabato i manifestanti sono riusciti a raggiungere la casa di Suu Kyi a Rangoon e il premio Nobel, che ha 61 anni, ha salutato la folla in lacrime. Ieri i militari hanno presidiato la zona impedendo a tutti d´avvicinarsi. Ma finora non c´è stato da parte dell´esercito un comportamento duro, crudele, repressivo, come accadde invece nel 1998. Le forze dell´ordine si sono limitate a scortare i cortei, mentre uomini in borghese si infiltravano tra i monaci. Come spiegare un atteggiamento così diverso? La giunta si è forse trovata impreparata? Non ha voluto soffiare sul fuoco? Esistono contrasti al vertice?
Quel che è certo è che le dimensioni della protesta continuano a crescere. Ieri cinquemila persone si erano radunate nella Pagoda d´Oro di Scwedagon, il principale tempio del paese, per pregare ed esprimere pacificamente il loro dissenso. Nel giro di appena un´ora la folla si è quadruplicata: la metà erano monaci e monache. L´enorme folla si è riversata nelle vie del centro dell´ex-capitale fino a raggiungere un altro luogo sacro molto importante, la Pagoda di Sule, e poi passare di fronte all´ambasciata degli Stati Uniti. «Rilasciate Suu Kyi», era scritto nei cartelli agitati dai giovani.
Venerdì scorso l´Alleanza di tutti i monaci buddisti birmani, l´organizzazione che guida le proteste, aveva promesso di continuare la lotta «fino a quando non avremo spazzato via la dittatura militare». I monaci hanno anche chiesto ai cittadini di partecipare ieri sera alle 20, e poi ancora oggi e domani, a delle veglie di preghiere all´ingresso di tutte le case.
Di fronte all´accelerazione della crisi è stato chiesto un intervento dell´inviato speciale delle Nazioni Unite per la Birmania, Ibrahim Gambari. «Siamo preoccupati di un possibile deterioramento della situazione e vorremmo che Gambari si recasse nel Paese appena possibile», ha detto l´ambasciatore americano al Palazzo di vetro (ed ex ambasciatore a Bagdad), Zalmay Khalilzad.
CORRIERE DELLA SERA, 24/9/2007
Ventimila persone hanno sfilato ieri a Rangoon, nella marcia di protesta più imponente degli ultimi 20 anni in Birmania. Ai bonzi dai mantelli color ruggine che da 6 giorni sfilano contro «la dittatura del male» si sono uniti ieri le monache con i tradizionali abiti rosa e centinaia di civili che hanno osato gridare: «Liberate Suu Kyi». Questa volta i militari hanno impedito ai manifestanti di raggiungere (come il giorno precedente) la casa di Aung San Suu Kyi, 62 anni, leader del movimento democratico che ha passato 12 degli ultimi 18 anni in prigione o agli arresti domiciliari (dove si trova dal 2003). In un primo tempo la giunta militare, al potere dal 1988, aveva denunciato dai giornali governativi che non si trattava di veri monaci ma di provocatori. Ora è sempre più difficile per il regime mascherare l’entità della protesta: per oggi fonti dell’opposizione annunciano una manifestazione ancora più imponente.
LA REPUBBLICA, 25/9/2007
ARTURO ZAMPAGLIONE
NEW YORK Cinque lunghe colonne di monaci buddisti sono sfilate ieri per la strade di Rangoon, l´ex-capitale birmana. Con la testa rasata, i piedi scalzi e le tuniche rosse, sono partiti dalla Pagoda Shwedagon, il cuore spirituale del paese, e si sono mischiati nel centro della città a una folla di altre 100mila persone. «Libertà per i prigionieri politici», «Migliori condizioni di vita», chiedevano i cartelloni agitati dai manifestanti. Altri cortei hanno percorso le strade di altre centri del paese - Sittwe, Mandalay, Bago - confermando che la protesta dei monaci contro la dittatura militare che da 45 anni domina Birmania sta ormai trasformandosi in una sollevazione popolare.
Nuovi settori della popolazione (in tutto sono 53 milioni di abitanti) hanno vinto la paura e sono scesi in piazza. Alcune famose star dello spettacolo, a cominciare da Tu Eindra Mo, considerata l´equivalente birmana di Angeline Jolie, hanno formato un comitato per sostenere i monaci. Le radio che trasmettono in lingua birmana dalla Thailandia e da altri paesi confinanti mandano in onda appelli per la liberazione di Aung San Suu Kyi, il premio Nobel per la pace e simbolo della resistenza democratica, da anni agli arresti domiciliari. E anche da altre parti del mondo arrivano espressioni di solidarietà e iniziative per accelerare la caduta del regime.
Il Dalai Lama ha detto di appoggiare la lotta pacifica dei monaci birmani. E parlando oggi all´assemblea generale dell´Onu, George W. Bush denuncerà la dittatura militare e annuncerà nuove misure contro la giunta. «La nostra speranza - ha spiegato ieri Stephen Hadley, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente - è di intrecciare le pressioni interne con quelle degli Stati Uniti e del mondo».
La giunta militare non ha ancora deciso come reagire alle proteste che dilagano e alla pressione internazionale. Nel 1988 non aveva esitato a usare il pugno di ferro contro le manifestazioni a favore della democrazia: circa 3mila persone vennero uccise. Ma in questi giorni Than Shwe e gli altri generali appaiono assenti. Qualcuno ipotizza che lo spostamento della capitale a Naypyitaw, a 240 chilometri a nord di Rangoon, li abbia isolati dal resto del paese. Altri pensano che stiano trasportando truppe al sud in vista di una repressione massiccia. Altri ancora ritengono che il regime si trovi di fronte a un vero dilemma: se schiaccia la protesta e uccide i monaci, rischia di indignare la popolazione e allargare il movimento; se resta immobile, perderà definitivamente il controllo della situazione.
CORRIERE DELLA SERA, 25/9/2007
FABIO CAVALERA
PECHINO – Marciano ancora. Scalzi. Poveri. Ma coraggiosi. Pacifici e umili. I monaci e le monache buddisti sono tanti, quindicimila, ventimila, trentamila, circondati e aiutati da una rete di protezione civile che si allarga fino a portare nelle strade di Rangoon (o Yangon) una folla come mai si era vista.
Centomila persone pacifiche, unite a questi religiosi, che manifestano contro la ferocia della giunta militare dell’ex Birmania, ribatt ezzata Myanmar dai tiranni con le stellette. I quali minacciano alla televisione: «O si rispettano le regole di obbedienza buddista o adotteremo alcuni provvedimenti in base alla legge». Pessimo segnale. Di tracotanza. E di debolezza. Perché non sanno da che parte girarsi, indifferenti all’Onu che li sollecita al dialogo.
Il Paese è chiuso a chiave. Ma le foto arrivano e sono impressionanti. Un fiume che scorre. Da giorni e giorni. I monaci e le monache non si fermano. Instancabili, forti, tosti. Partono dalla Pagoda d’oro di Shwedagon, in fila e recitano le loro preghiere, poi si dividono in quattro o cinque cortei, verso l’università, verso la vecchia sede della Lega Nazionale Democratica, verso la casa dove è agli arresti domiciliari il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, privata da diciassette anni della sua libertà. Da Rangoon fino alle città più lontane, la Birmania è scossa da un bel vento di libertà. Il consenso sale e raccoglie scrittori e artisti, poeti e cantanti che aiutano a volgere il torpore in una energia che non intende distruggere ma costruire il domani. «Non urlate slogan politici, non agitatevi, state con noi». I monaci pregano, sfilano e il popolo li segue. Tranquilli e sereni, leader veri e autorevoli di una rivolta di massa che non vuole sangue e vendetta. Pongono quattro condizioni pesantissime: la giunta chieda scusa; la giunta liberi i detenuti politici; la giunta distribuisca cibo e abbassi i prezzi; la giunta prometta e si impegni nella riconciliazione nazionale. Ricevono applausi e incoraggiamenti. Da lontano il Dalai Lama li sostiene «pienamente nella richiesta di democrazia ». Tutte le rivoluzioni degli ultimi venti anni nascono attorno a un simbolo: un muro, un fiore, un colore. Questa, se mai alla fine si rivelerà essere un rivoluzione – la situazione è in bilico fra la tragedia e la speranza – avrà un pezzetto di stoffa arancione-rosso, la stoffa della tunica che avvolge uomini e donne di fede e di lotta, eroi moderni senza armi, senza scarpe, senza niente. Incubo di generali oppressori e violenti che tengono il 30 per cento dei bambini al di sotto dei normali livelli di nutrizione. La gente comune che, abbandonata la paura generata dallo sfinimento per fame e per terrore, ha scelto di comunicare l’abbraccio ai suoi monaci attraverso quel pezzetto di stoffa appuntato al petto. Un gesto di sfida. E di amore. Mentre a quattroc ento chilometri, a Naypydaw, nella finta capitale costruita dai despoti in mezzo alla giungla, lontano dal mondo e dalla ragione, i generali discutono il che fare. Isolati ma pericolosi. Possono sparare da un momento all’altro. La strage l’hanno già compiuta nel 1988. O possono aspettare. Forse per trattare o forse per barare, come sempre. Loro, dittatori corrotti che il 15 agosto hanno triplicato, in un Paese già ridotto alla fame, il prezzo del gas, della benzina, dei trasporti, dei generi alimentari di base. Loro causa del male. E del crepuscolo verso il quale vanno incontro. Veloce o lento che sia. Abituati a bastonare e fucilare, abituati a non tollerare reazioni e opposizioni, non si aspettavano che 500 monaci, il 5 settembre, uscissero dalla pagoda di Pakokku, tirati fuori dallo sdegno e dallo sgomento dinanzi all’arroganza di chi governa contro la sua gente. I 500 sono diventati migliaia. No, non lo dicono solo gli oppositori. E non si tratta di esagerazioni. Persino i cinesi, timorosi che il contagio superi le linee del confine, riportano attraverso l’agenzia ufficiale
Nuova Cina una notizia che informa della protesta. Significa che lo strappo è vicino. Pechino è allarmata. Appoggia la giunta ma non ne può più, è imbarazzata e, se i generali sparano, difenderli diventa difficile. Osserva gli eventi e sta bene attenta che la scintilla non si accenda anche da questa parte. Però preme affinché «gli amici» si adoperino per la ricomposizione e non per guidare i blindati.
Ore di precarietà. Di timori. Nel pomeriggio, i monaci e le monache buddisti si sciolgono. I soldati osservano. Adesso in silenzio, domani chissà. una sfida aperta e imponente. Senza slogan. Di poche preghiere.
CORRIERE DELLA SERA, 25/9/2007
MARCO DEL CORONA
L’inquadratura è quella che è. La luce poca, i colori sgranati, i contorni sbavati. La mano, forse, tremava. Ma la figura di donna che si affaccia dal cancello giallo, le mani giunte e la figura affusolata nell’ahtet hsin (il sarong delle birmane) è riconoscibilissima. La prima immagine pubblica di Aung San Suu Kyi dal 2003 è stata scattata da un monaco buddhista. Tra il monaco fotografo e «la signora» premio Nobel, gli scudi dei poliziotti. Non importa se l’immagine diventerà l’icona della protesta contro la giunta o se resterà un tassello di un’epica dall’esito ancora incerto. La foto di Suu Kyi sulla soglia, scaraventata sul web e sui giornali di mezzo mondo, una sentenza l’ha già pronunciata: la battaglia dei militari contro il flusso globale delle informazioni è persa. Il mondo sa. Il mondo, finalmente, vede.
Il monaco con il telefono cellulare non l’avevano messo in conto, i generali. O pensavano di neutralizzarlo. Niente. Le immagini corrono. Tra le agenzie di stampa internazionali alcune, come la France Presse, riportano l’indicazione che certe foto non possono essere utilizzate in Birmania. Superfluo. I media, controllati dalla giunta, certe foto non le mostreranno. Dopo settimane di silenzio sulle proteste di piazza, domenica ai media locali ora è stato imposto di pubblicare una dichiarazione che prende le distanze dalle manifestazioni. Se poi reporter partecipano alle marce, o omettono la dichiarazione, rischiano l’arresto.
Lo scacco mediatico-informatico alla giunta, tuttavia, è merito soprattutto sul web. Nonostante l’afflusso di turisti (che si cerca di tenere separati dalle vere verità ma pur sempre diffondono informazioni), l’ex Birmania è uno dei buchi neri del mondo globale. Con spiragli: c’è il turismo, appunto, e ci sono gli internet café. Il regime ha investito in firewall, sistemi che bloccano siti sgraditi. E nonostante gli anatemi americani (dai coniugi Bush all’establishment hollywoodiano) viene dagli Usa il software
usato, prodotto e venduto – riporta Asiatimes ”
dall’azienda Fortinet.
Impossibile, laggiù, accedere alle grandi testate di informazione, i server locali rimandano a una rete nazionale, chiusa all’esterno. Secondo un’indagine del 2005 della OpenNetInitiative di Harvard, l’84% delle pagine contenenti «materiale sensibile » sul Paese è bloccato. Inibito l’accesso ai maggiori provider
di posta elettronica, come
Gmail o Hotmail, anche se sono diffusi sistemi per aggirare l’ostacolo, tipo il popolarissimo
Glite.sayni.net. A chi chiede un accesso Internet, si richiedono certificazioni di «non pericolosità politica». Agli attivisti democratici sono state tagliate le linee telefoniche e le utenze dei cellulari. Ma non basta che ronde di miliziani controllino verso sera gli internet café cercando clienti sospetti, che i server si imballino all’ora in cui i reporter clandestini compilano le loro storie: le email partono, il sito YouTube si popola di filmati delle proteste. Ed è una caccia spesso vana quella a chi si nasconde dietro pseudonimi: un utente si firma «Than Shwe», il nome del generalissimo della giunta. La beffa, addirittura.
L’ICONA
Aung San Suu Kyi fotografata davanti al cancello della sua casa, dove la dissidente birmana vive agli arresti domiciliari. Questa foto, scattata da un monaco buddhista con il telefonino, è la prima immagine pubblica del premio Nobel dal 2003
LA REPUBBLICA, 25/9/2007
BERNARDO VALLI
La folla di giorno in giorno sempre più gonfia (c´è chi ieri azzardava più di centomila persone) raccolta attorno a un plotone di teste rasate e a tuniche color zafferano, nelle strade di Yangon. L’ex capitale del Myanmar (un tempo Birmania), ricorda a chi ha vissuto i drammi dell´Asia negli ultimi decenni tanti altri avvenimenti di cui i monaci buddisti sono stati i protagonisti. Il Buddismo conta da tempo numerosi fedeli in Occidente, ed è in netta espansione sia in Europa sia in America. Ma per il grande pubblico è spesso ancora una religione esotica che adora un saggio in meditazione, e, a volte, degli dei con tante braccia, in pagode con gli angoli dei tetti rialzati e dei guardiani severi. I più avveduti lo considerano una filosofia di rinuncia al mondo, o di serenità in un mondo senza dei. Rari, nel grande pubblico, nonostante la sua grande e rapida diffusione, non solo tra i giovani, sono coloro che considerano il Buddismo quel che esso via via è: vale a dire una regola di vita e un metodo di condotta del pensiero, una filosofia, un culto devoto, un rito, una gnosi di grande libertà, direi senza confini. C´è chi dice licenziosa. Ed è ancora di più.
Esso si interessa a tutti i grandi aspetti dell´attività umana: dall´arte alla logica. I suoi seguaci hanno scavato, costruito, scolpito, dipinto e cesellato. E pochi hanno ragionato più di loro e criticato l´esperienza e la ragione.
Questa mezza predica, che suona ai nostri giorni un po´ semplicistica o antiquata, mi fu impartita anni fa in Viet Nam, a Saigon, quando alcuni bonzi si bruciarono sulla pubblica piazza.
Io osservai i poveri resti, carbonizzati, con orrore. Un paio di monaci si erano cosparsi di benzina e avevano acceso un semplice fiammifero, appiccandosi il fuoco. Al momento giudicai quel sacrificio, quel suicidio, un atto di fanatismo. Ma quel che accadde poi mi indusse ad essere meno drastico. Il Viet Nam non era un paese buddista. I buddisti erano pochi. I colonizzatori francesi avevano diviso sbrigativamente per l´anagrafe la popolazione in buddisti e cattolici. In realtà la maggioranza era dedita al culto degli antenati, ispirato dal confucianesimo. Ma le grandi ricorrenze erano celebrate nelle pagode, tenute dai monaci buddisti. La cui forte influenza si opponeva a quella del potente clero cattolico, irrobustitosi all´ombra del colonialismo ma percorso da un autentico nazionalismo. Un nazionalismo che si scontrava a quello comunista di Ho Chi Minh.
In quel febbraio del 1962 Kennedy era da poco diventato presidente degli Stati Uniti e nel Sud Viet Nam abbandonato dai francesi (sconfitti a Diem Bien Phu otto anni prima) i consiglieri americani si moltiplicavano. Ed era in discussione l´invio di reparti combattenti per contenere e respingere la guerriglia guidata dal regime comunista del Nord. I Viet Cong erano inseguiti nelle risaie e sulle montagne dell´Annam dai primi elicotteri della cavalleria yankee, che precedeva il non lontano arrivo dei marines. Al potere c´era il cattolico Diem, un nazionalista autoritario, che reprimeva gli oppositori, dedicando una particolare attenzione alle pagode, ritenute centri di sovversione, infiltrati dai comunisti. In realtà i monaci erano dei pacifisti, ma il loro pacifismo si scontrava con il clero cattolico, in gran parte fuggito dal Nord comunista e quindi ansioso di ottenere una rivincita.
I bonzi si erano bruciati sulla pubblica piazza, in pieno giorno, per protestare contro le angherie subite dal regime di Diem. L´onnipotente cognata del presidente Diem, la signora Ngo Dinh Nhu, chiamo´ l´immolazione dei monaci buddisti «una barbecue». Una definizione che scandalizzo´ anche la Casa Bianca, già inquieta per la corruzione e l´incapacità dei governanti di Saigon ai quali stava per dare un appoggio militare sempre più impegnativo. Cosi gli americani cominciarono a sostenere i generali sudvietnamiti che l´anno successivo avrebbero scalzato dal potere con un colpo di Stato il regime di Diem. Il sacrificio dei bonzi precedette l´assassinio di Kennedy, il quale provoco´ l´avvento di Lyndon B. Johnson alla Casa Bianca. E quindi l´inizio della vera guerra americana in Viet Nam, in sostegno dei generali golpisti che avevano cacciato dal potere il cattolico Diem. Quando Kennedy fu ucciso c´erano nel Sud della penisola indocinese 16.300 militari americani che in pochi anni arrivarono a mezzo milione.
Ho pensato a lungo che i fiammiferi dei monaci buddisti avessero contribuito ad accendere il conflitto. Mi è capitato di cercare, invano, negli anni successivi, sul selciato di Saigon, l´ombra scura dei corpi carbonizzati ormai cancellata dal tempo. Certo, forzavo un po´ il significato e l´importanza di quel sacrificio, che la storia considera un semplice episodio. E che io non giudico più da un pezzo un atto di fanatismo. Anche perché da allora, durante la lunga guerra, andavo spesso a trovare i monaci buddisti, i quali mi insegnavano con toni sommessi che la loro religione non è basato sull´orgoglio, sulla violenza e la potenza, ma sull´intelligenza e la concordia e la pietà. Budda, il fondatore scomparso venticinque secoli fa nel deserto villaggio indiano di Rumindei, dicevano, è ancora l´autore della rivoluzione spirituale e storica dell´Asia. Essi mi offrivano queste loro verità mentre il comunismo trionfava nella Cina di Mao e stava per sconfiggere il più potente esercito dell´Occidente nella Penisola indocinese. Pareva un dolce delirio. Il loro discorso mi sembrava in quegli anni molto simile a quello sul cristianesimo degli ultimi gesuiti ancora presenti in Viet Nam, prima del crollo del regime sudista e il trionfo di quello del Nord comunista. Quei discorsi, ripetuti nei nostri giorni, non sono più tanto deliranti nell´Asia del nuovo millennio. Vi furono altri sacrifici di monaci buddisti, in Viet Nam. Dopo quattro anni, i bonzi appoggiarono la rivolta degli studenti. E alcuni di loro scontarono lunghe pene di prigione. Prima in quelle sudiste e poi nei campi di rieducazione comunisti.
Il Tibet è il teatro della grande tragedia buddista. A Lhasa due anni fa, mentre osservavo i pellegrini prostrati davanti al tempio di Jokhang, la mia guida, un giovane bonzo nato dopo l´annessione del paese alla Cina, non ha risposto alla mia banale e inopportuna domanda: «Come va con i cinesi?» Nessuno ci ascoltava ma era di pessimo gusto, come ignoto visitatore straniero, che io gli ponessi un interrogativo tanto rudimentale. Quasi provocatorio. Sono stato punito. Mi ha guardato dall´alto in basso e ha continuato a illustrarmi la storia del santuario vecchio di mille trecento anni. Insieme alle condizioni di vita, certamente migliorate sul piano economico, dopo anni di privazioni e di umiliazioni, il Tibet ha cambiato faccia. Non è più il paese che era prima di diventare una provincia autonoma cinese. Il buddismo ha perduto quella che considerava la sua patria. I Lama, come tutti gli altri tibetani rifugiatisi in India o in altri paesi, hanno potuto conservare le loro convinzioni, ma nel nuovo ambiente stentano a mettere le radici. Per i tibetani è crollata una struttura secolare. Per i buddisti in generale è stato come smarrire un punto di riferimento.
Nella loro azione i bonzi birmani pensano al Tibet inghiottito dalla Cina? L´attivismo della grande comunità monastica non è nuovo. I monaci ebbero un ruolo determinante nella lotta per l´indipendenza dal colonialismo britannico, ottenuta nel 1948. E nel 1988 hanno partecipato ai cortei di protesta nelle strade di Rangoon, fino al colpo di Stato del 18 settembre. E hanno poi rifiutato le offerte dei militari alle pagode, dopo che i generali avevano ingnorato la massiccia vittoria della Lega Nazionale per la democrazia (LND) di Aung San Suu Kyi, alle elezioni del maggio ”90. Consapevoli dell´enorme influenza dei religiosi, i generali hanno appesantito i controlli attorno alle pagode. E questo, insieme ai generosi regali, avrebbe ammansito non pochi vecchi monaci influenti. Non è dunque l´insieme della comunità religiosa che è scesa per le strade. Nel cuore della folla ci sono i giovani bonzi. Le cui rivendicazioni vanno ormai oltre le scuse chieste in un primo tempo al regime per gli atti di violenza commessi dai militari all´inizio del mese. Il movimento religioso si è saldato con quello politico e chiede un cambio di regime. Come in tanti altri momenti della storia asiatica, il buddismo non è più soltanto la religione della meditazione.