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 2007  settembre 25 Martedì calendario

NEW YORK

La saga mondiale della libertà di parola si celebra stamane all’angolo tra Broadway e la 116th Street, dentro e fuori le severe architetture della Columbia University. E’ una saga dolorosa e controversa, dove la scelta di dare una tribuna a opinioni inquietanti e sciagurate, fosse pure per contrastarle, si scontra con lo sdegno legittimo di chi non accetta la negazione della verità, facendo sanguinare ferite che mai potranno essere chiuse. Ma è anche una saga esemplare, dove alla fine il vero sconfitto è proprio lui, l’uomo venuto da Teheran a mestare e recitare le sue bugie e i suoi assurdi teoremi.
«Francamente non credo, signor presidente, che Ella avrà il coraggio intellettuale di rispondere alle domande che le ho appena formulato. Lei esibisce tutti i tratti di un dittatore meschino e crudele», ha appena detto il presidente della Columbia, Lee Bollinger, guardando dritto in faccia l’ospite della discordia.
Mahmoud Ahmadinejad sorride con un ghigno. Forse non si aspettava un discorso così duro, come quello appena pronunciato dal suo anfitrione, presidente del più prestigioso ateneo newyorkese. «Non c’era bisogno di ricorrere agli insulti», dirà in apertura del suo intervento, mostrando di aver accusato il colpo. Bollinger non ha risparmiato nulla al leader iraniano. Preoccupato di parare la valanga di contestazioni prodotte dal suo invito, il rettore gli ha contestato le repressioni interne contro i dissidenti, le donne e gli omosessuali, l’ambizione di dotarsi della bomba atomica in aperta sfida alla comunità internazionale, l’appoggio al terrorismo internazionale, il ruolo destabilizzatore in Iraq e naturalmente la sua «ridicola e pericolosa» negazione dell’Olocausto, frutto di «provocazione o di stupefacente ignoranza ». «La verità – gli ha ricordato Bollinger – è che l’Olocausto è l’avvenimento più documentato della Storia». Una prova in carne ed ossa è seduta in una sedia a rotelle, fuori, in mezzo al traffico impazzito di questo fazzoletto dell’Upper West Side. Un migliaio di persone, piene di rabbia e sdegno, occupa i quattro angoli dell’incrocio. «Chiedilo a Hizme», scandiscono in un coro ossessivo. Irene Hizme è un mucchietto di ossa tremanti, una signora bianca come la cera, ma vestita con cura e ancora in grado di prendere un microfono e raccontare la sua storia, il numero marchiatole ad Auschwitz dai nazisti ben visibile sull’avambraccio destro: «Sono una vittima del dottor Mengele e chi nega la Shoah non ha alcun diritto di parola. Costui è il nuovo Hitler». Gli slogan si rincorrono: «Shame on Columbia», vergogna per la Columbia, ripetono centinaia di giovani, molti con la kippah. «Un clamoroso infortunio, non c’è nulla da dibattere nelle idee di Ahmadinejad, vanno sconfitte con l’azione», dice Charles Jacobs, presidente del David project center for Jewish leadership.
Dentro, davanti a un pubblico in gran parte di studenti e professori, tocca ad Ahmadinejad, mai stanco di autoproclamarsi «accade
Non credo che Lei avrà il coraggio di rispondere
Non c’era bisogno di ricorrere agli insulti mico». Comincia con una noiosissima e oscura dissertazione su Adamo e gli angeli. Poi è la solita sciarada di reticenze, ambiguità e bugie. Più le domande si fanno precise, più il presidente iraniano divaga o ripropone i suoi ossimori. Cosa c’è più da accertare sulla veridicità dell’Olocausto? «Perché – replica Ahmadinejad – dovremmo metter fine alla ricerca storica su questo fatto? Bisogna poterlo studiare da prospettive differenti». E’ vero o no che lei si augura la distruzione o la sparizione di Israele? Dica sì o no. «Non accetto che mi si imponga il modo di rispondere, sia un libero referendum a decidere lo status di Israele», è l’incredibile risposta, come se lo Stato ebraico non fosse già una realtà internazionalmente riconosciuta.
E c’è anche spazio per il ridicolo. Succede quando la domanda pone il problema della persecuzione degli omosessuali in Iran. «Noi non abbiamo omosessuali nel nostro Paese. Questo è un fenomeno americano. Non so chi gliel’abbia detto, ma in Iran il problema degli omosessuali non esiste», risponde Ahmadinejad, sollevando una risata generale.
Paolo Valentino SENZA CRAVATTA
Per la trasferta negli Stati Uniti Ahmadinejad ha scelto una mise «disinvolta»: niente cravatta e colletto della camicia bianca allentato LA GIACCA
Il presidente iraniano ha indossato una giacca chiara di tessuto leggero: non il solito giubbotto a vento beige