La Repubblica 24/09/2007, pag.33 ROBERTO BIANCHIN, 24 settembre 2007
I cacciatori dei venti perduti. la Repubblica, lunedì 24 settembre Trieste. Si muovono di notte, silenziosi come carbonari, i cacciatori di bora
I cacciatori dei venti perduti. la Repubblica, lunedì 24 settembre Trieste. Si muovono di notte, silenziosi come carbonari, i cacciatori di bora. Quando sentono che arriva quel vento freddo, secco, violento, che corre a più di cento all´ora e spazza via tutto. Quei «réfoli» matti che impaurirono Stendhal, che nel 1831 scrisse che ci voleva più coraggio ad affrontare quel vento furioso che i briganti della Catalogna. Rino, Federico, Davide, Dino, Andrea e Rachele non hanno paura. Camminano in fila, testa bassa, storti come la statua di Umberto Saba, piegata anch´essa dal vento. Ma loro hanno una missione: «catturare» la bora per metterla in un museo e mostrarla a tutti. Tre raffiche, delle più potenti, una da 151 chilometri l´ora, una da 165, una da 171, le hanno già inscatolate. E nel vecchio «Magazzino dei venti» sulle rive, che è il primo nucleo del museo, hanno già raccolto, mandati da altri appassionati, 57 venti di tutto il mondo. E´ anche un gioco, ma un gioco serissimo, quello del nascente «Museo della Bora», che oltre ai venti inscatolati, alle curiosità, ai rimandi letterari, artistici, musicali, conterrà un´ampia sezione scientifica sulla storia e le caratteristiche dei venti di tutto il mondo, sugli strumenti per misurarli, sui mulini e sulle vele, e sulle nuove potenzialità offerte dall´energia eolica per un mondo più pulito. Ma il cuore del museo sarà la «sala del soffio», una sorta di galleria del vento dove si potrà essere letteralmente «investiti» dal vento di bora costruito in laboratorio, e decidere anche a quale velocità farlo arrivare e in che zona della città. Le pareti proietteranno le immagini del luogo prescelto, e la sensazione sarà quella di trovarsi realmente in mezzo alla città nel pieno di una giornata di bora. Per lanciare l´idea del museo, promossa da un´associazione privata di una ventina di amici triestini, per la maggior parte grafici, illustratori, narratori, pubblicitari, mossi dalla consapevolezza che «l´unica cosa veramente originale che abbiamo è la bora», come scrisse un secolo fa il pittore Carlo Wostry, hanno portato centinaia di persone in piazza S. Antonio, nel cuore della città vecchia, a giocare col vento. A costruire girandole, aquiloni, vele, paracadute, mulini, boomerang, aerei di carta, comete, nuvoloscopi, campane del vento, segnaventi e curiose macchine eoliche con materiali riciclati, come degli spaventapasseri che mossi dall´aria fanno un fracasso indiavolato di schiocchi di pezzi di legno come scoppi di petardi. Il museo difatti cerca casa. Dove sta ora, nel magazzino dei venti, che pure è visitabile su prenotazione (www.museobora.org), non c´è più spazio per mettere tutto l´armamentario del vento, a cominciare dalle corde che si tiravano negli anni cinquanta lungo le rive della città, alle quali aggrapparsi per evitare di finire per terra («L´altro giorno sono stato sbattuto quattro passi avanti» scriveva Stendhal), per continuare con i «ghiaccini», dei piccoli ramponi che si applicavano sotto le scarpe per non scivolare, con le doppie finestre che si usavano per proteggersi dalle raffiche, con le antenne televisive divelte, i cartelli stradali piegati e strappati, i cocci dei cornicioni caduti dalle case. Rino Lombardi, uno dei fondatori, che ha appena pubblicato un gustoso libriccino sull´argomento intitolato «Via della bora», alcune idee già le ha. Stravaganti. Lui pensa a un museo che galleggi su un vecchio battello alla fonda, o che corra sulle rotaie del vecchio «tram de Opcina», o ancora che si insedi in una misteriosa e antica casa dalle «finestre volanti». L´orgoglio della collezione, intanto, sono i venti del mondo. Mandati da amici e appassionati in un impeto di surrealismo e di poesia. Sono stati «catturati» in bottiglie di plastica e boccette di vetro, sacchetti e scatoline di cartone, otri di coccio e barattoli di latta, scatolette di sardine e contenitori per rullini di macchine fotografiche. Ognuno porta il luogo, la data e il nome del «raccoglitore». Come il «Nortada de Carrapateira», caldo e fastidioso, mandato dal Portogallo da Alejandro Guzzetti, il monsonico di Ougadougou raccolto da Francesco Furlan in Burkina Faso, il Nyala del Darfur mandato da Carlotta Bevilacqua, il vento di Epidauro recuperato da Caterina Pisani. C´è anche una bufera, quella della Rhonda Valley, spedita dal Galles da Tammy e Philip Angel, mentre Olivier Douzou ha raccolto uno starnuto. In Francia, in una strada di Rodez. Roberto Bianchin