Varie, 24 settembre 2007
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Gober Robert
• Wallingford (Stati Uniti) 12 settembre 1954. Artista. «Che ci farà quel signore con le natiche nude e la gambe pelose e i calzini a mezz’asta, che sta piantato in mezzo al gran salone dello Schaulager, e pare che fecondi il pavimento e non capisci dov’abbia messo la testa? Certo, è una formula retorica, quella che usiamo, perché non può che essere un’opera del grandissimo Robert Gober, come quel box da neonato che pencola quasi un’ombra ubriaca, o il formaggio coi capelli o quella fulminante installazione ”vera” e ironica, che è un cesto da supermercato svizzero, vero, con dentro delle mele vere, verdi, e sopra quel fucile, che pare improvvisamente ammollito e floscio, quasi un arto di bronzo, drammaticamente dissanguato. Freud l’avrebbe chiamato l’Unheimlichkeit, il perturbante. Quel qualcosa che non sai definire, che non vuoi definire, perché ti sembra assurdo spiegarlo, perché appunto ti fa insieme paura, inquietudine e ti dà gioia mentale. [...] un artista grandissimo, e forse così sfuggente ed apparentemente semplice-difficile. Forse troppo intelligente e sottile e cattivo, per poter essere apprezzato da un mercato corrivo. [...] quella grande Madonnona Kitsch posata davanti ad una cascata da camera di pochi gradini, le braccia aperte, che viene trapanata davanti a noi come da un immenso tubo d’acciaio alla Morris, e che personalmente ci pare molto più avvincente e meno pubblicitaria e mercantile del Papa di Cattelan, travolto dal meteorite. Perché Gober non si lascia esaurire, spiegare, sociologizzare. E del resto, sotto di sé, questa icona trafitta dalle grandi pieghe nasconde come una griglia, un tombino, che la mette in contatto spiritico con un mondo iperuranio e ctonio, che sempre aggalla sotto le opere di questo notturno artista americano. Con quell’acqua che scorre e che si fa sentire, talvolta senza mostrarsi: per esempio dentro la valigia aperta, che nel fondo occulta un tombino da città e ci svela un mondo submarino un po’ fiabesco, fatto di conchiglie scolastiche e di due piedi decapitati. Coltissimo e elementare, Gober gioca tra natura e arte, senza rischiare prediche ecologiche, ma appunto ancor più efficace ed apocalittico» (Marco Vallora, ”La Stampa” 24/9/2007).