Corriere della Sera 24/9/2007, 24 settembre 2007
ARTICOLI SUL SEQUESTRO DI DUE MILITARI ITALIANI IN AFGHANISTAN
CORRIERE DELLA SERA, LUNEDì 24/9/2007
LORENZO CREMONESI
Ancora cittadini italiani scomparsi in Afghanistan. Questa volta nella zona di Shindand, la grande base militare costruita negli anni Sessanta non lontano dal confine con l’Iran e a un centinaio di chilometri a sud di Herat, dove è posta la centrale del contingente italiano che ha il compito di garantire la sicurezza nelle province occidentali del Paese. La loro identità rappresenta una delle tante incognite. Il Ministero della Difesa in una nota ha confermato che «non si hanno notizie di due militari impegnati nella zona di nostra competenza a sud di Herat.
Si ritiene che gli stessi siano stati rapiti assieme a due afghani ». Ma Al Jazeera
sostiene che non sarebbero soldati, bensì «agenti dei servizi segreti italiani». Un’ipotesi quest’ultima che potrebbe essere avvalorata dalle notizie diffuse dai media afghani. Secondo
Tolo e Ariana,
le due maggiori televisioni private di Kabul che citano i responsabili della polizia a Shindand ed Herat, i due italiani viaggiavano a bordo di due veicoli, una Toyota Corolla e un gippone Surf, e sono stati fermati da un gruppo di uomini armati e sequestrati assieme a un autista e un traduttore afghani presso il villaggio di Azizabad. Fonti locali nella zona del rapimento riferiscono al Corriere che gli italiani sarebbero membri delle «forze speciali» operanti assieme a quelle americane a sud di Herat e stazionate nella base di Shindand. A loro dire, gli italiani avrebbero avuto un appuntamento proprio ad Azizabad durante la giornata disabato. Vi sarebbero arrivati vestiti in borghese. Pare che gli eventuali rapitori siano fuggiti a bordo del gippone. Altre fonti lo negano e affermano che il gippone sarebbe nelle mani della polizia. Non vi sarebbero tracce di spari sulla Corolla trovata poi abbandonata. In serata il colpo di scena: a Kabul era circa mezzanotte quando è giunta la notizia che un autista e un interprete avevano raggiunto Herat illesi (apparentemente altri due loro colleghi sono assieme agli scomparsi). «Ci ripromettiamo di interrogarli domattina (oggi per chi legge, ndr.)», ha dichiarato il responsabile dell’inchiesta, Alì Khan Husseinzada.
Forse grazie alle loro testimonianze sarà possibile determinare l’identità degli eventuali rapitori. Criminali comuni, oppure una colonna talebana? Nessuna rivendicazione credibile era ancora giunta ieri sera ai comandi italiani o alle autorità afghane.
Certo è che il «valore» degli ostaggi stranieri è lievitato nell’ultimo anno. Proprio a Herat i rapimenti a scopo di estorsione sono in crescita. E la popolazione mostra segni di insofferenza. Il 14 e 15 settembre si è tenuta una massiccia manifestazione di piazza, dopo che per l’ennesima volta un gruppo di rapinatori aveva fatto irruzione sparando nella zona dei cambiavalute.
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MILA
I soldati del contingente internazionale in Afghanistan
Erano in auto a 100 km dalla base
REPUBBLICA, LUNEDì 24/9/2007
RENATO CAPRILE
Duemila uomini distribuiti fra Kabul ed Herat, la responsabilità di un quarto del Paese, l´impegno a lavorare per ricostruire e allo stesso tempo l´attenzione a non abbassare la guardia. La missione italiana in Afghanistan è questa, in difficile equilibrio fra le esigenze di autodifesa e di fedeltà agli impegni con la Nato e le continue "prese di distanza" da chi, nello stesso scenario, ha prospettive molto diverse e vuole usare il pugno di ferro.
Il contingente italiano è diviso praticamente a metà: un migliaio di uomini, soprattutto Alpini, è acquartierato nella grande caserma di Jalalabad road, a Kabul, con una piccola rappresentanza distaccata al comando della missione Isaf, nella "zona protetta" della capitale, poco lontano dall´ambasciata americana. Il compito è quello di mettere in sicurezza la città, e agli italiani tocca la periferia nord-est, verso la Musay Valley, una fra le aree più calde. E chi rientra racconta un´atmosfera sempre più nervosa, un clima di tensione altissima, esasperato dallo stillicidio di piccoli attentati che scandiscono le giornate. In gran parte sono bombe artigianali stradali, che vengono scoperte in tempo e disinnescate: ma non è sempre così. Appena venerdì scorso un soldato francese è rimasto ucciso nell´esplosione di un´autobomba, spinta da un kamikaze contro un convoglio dell´Isaf.
L´altra metà del contingente, in prevalenza militari della Brigata Sassari, è schierata ad Herat, nella parte ovest del Paese, al confine con l´Iran. Al generale italiano Fausto Macor va il comando dell´intera regione, a sua volta divisa in province con quattro Squadre di ricostruzione provinciale (Prt). Herat era considerata una zona meno "rovente" di altre, quanto meno sotto il controllo di Ismail Khan, il signore locale, sciita considerato vicino a Teheran. Ma oggi Khan è a Kabul come ministro dell´Energia e la stampa locale segnala problemi di ordine pubblico in rapida crescita. Si tratterebbe soprattutto di criminalità comune e di contrabbando (oppio, ma anche armi in arrivo dall´Iran). In questa zona la penetrazione dei Taliban è stata modesta, mentre nella provincia di Farah, anch´essa nel "quadrante" italiano ma sotto comando americano, gli studenti coranici sono entrati ripetutamente, sempre più spesso da quando nel sud la Nato è all´offensiva.
Herat viene considerata la città più "occidentalizzata", ma i villaggi tutto intorno, come li definisce un veterano di quelle parti, «sono rimasti a duemila anni fa». Il compito degli italiani è legato alla ricostruzione: va dalla catalogazione del patrimonio artistico alle lezioni sulle mine antiuomo, persino nelle classi femminili. A questo si affianca l´impegno militare, pattugliamento e controllo. I mezzi, assicurano i militari, sono adeguati: dai blindati Lince, già sperimentati con successo contro le mine stradali, agli elicotteri Mangusta che garantiscono la copertura dall´alto su tutto il quadrante italiano.
Più a sud, verso la zona di Farah, il Prt è a comando americano: da queste parti operano anche le forze speciali italiane, tenendo sempre presente il caveat, la espressa riserva che ne vieta l´utilizzo nel sud dell´Afghanistan. I pericoli, come più volte ha sottolineato anche il ministro della Difesa Arturo Parisi, vengono dal doppio binario: dalla presenza di una missione di guerra come Enduring Freedom accanto ad Isaf, con obiettivi di stabilizzazione. In altre parole, la gente non può facilmente distinguere fra le truppe speciali Usa che adoperano mano pesante, o i contingenti di Isaf, italiano, francese, ungherese, spagnolo. Proprio dopo il bombardamento americano della vallata di Zerkoh, con forti perdite fra i civili, gli attacchi alle truppe Isaf e agli italiani si sono moltiplicati: dai 30 attentati contro le forze internazionali del 2005, si è passati ai 160 del 2006. E i servizi segreti parlano di «16 eventi terroristici significativi» nei primi sei mesi di quest´anno.
LA REPUBBLICA, 24/9/2007
CARLO BONINI
Quando in Italia sono ormai le 9 di domenica sera (le 2 del mattino in Afghanistan), una qualificata fonte del ministero della Difesa che chiede l´anonimato la racconta così. «Le informazioni che il Sismi ci ha trasmesso non più tardi di mezz´ora fa, anche sulla scorta di quanto riferiscono le autorità e i Servizi afghani, ci dicono che i nostri due militari sono vivi e ancora a sud di Herat, nella stessa zona in cui sono stati catturati sabato sera». «Se riusciremo - prosegue la fonte - a far trascorrere la notte impedendo che vengano trasferiti altrove e soprattutto in altre mani, se insomma riusciremo a isolare il gruppo che li ha in mano, evitando che entri in contatto con altre formazioni combattenti, questa vicenda potrebbe anche risolversi bene e presto. Altrimenti, comincia un´altra storia a cui, in questo momento, è meglio non pensare o dare un nome». Che alla Farnesina, invece, fanno. Daniele Mastrogiacomo. Dice un funzionario della nostra diplomazia che ha vissuto nel marzo scorso la trattativa per il rilascio dell´inviato di "Repubblica": «Ammesso, come è ben possibile, che le agenzie afghane riferiscano inesattezze e che dunque, effettivamente, i due sottufficiali siano ancora nelle mani dei predoni che li hanno sequestrati e non siano già stati consegnati in quelle dei talebani, dobbiamo soltanto sperare di chiudere prima che sulla scena irrompano i mullah. Perché se questo diventa un sequestro politico, siamo di fronte a un nuovo caso Mastrogiacomo. Se possibile, molto, ma molto peggiore di quello. Primo: perché non potrà ripetersi quanto accaduto allora. Secondo: perché Daniele Mastrogiacomo era un civile e un giornalista, mentre qui parliamo di due militari catturati in abiti civili in una zona di operazioni, in terreno ostile. E questo complica maledettamente le cose».
Il nostro diplomatico non lo dice. Ma le domande che frullano da ieri nei tre palazzi della crisi - Palazzo Chigi, ministero della Difesa, Farnesina - sono semplici. Si dovrà o potrà nuovamente trattare? E a che prezzo? E con quali esigui margini di movimento? Dando per scontato che, questa volta, gli alleati sul terreno (a cominciare dagli americani) non si gireranno più dall´altra parte e a Kabul, soprattutto, non potrà più esser chiesto ciò che venne chiesto per Mastrogiacomo. Dando soprattutto per scontato che la maggioranza di centrosinistra, questa volta, rischia di dissolversi in un attimo. Come del resto, ieri pomeriggio, suggeriva l´immediata dichiarazione dettata da Oliviero Diliberto (Comunisti italiani) alle agenzie di stampa e la prima fuoriosa polemica che ne è seguita. «Piena e sentita solidarietà alle famiglie dei sequestrati. Chiedo e mi impegnerò affinchè non si lasci nulla di intentato per il loro ritrovamento o la loro liberazione. Ma anche quest´ultimo episodio conferma la assurdità della nostra presenza in Afghanistan. Lo diciamo da tempo: ritiriamo subito le truppe».
Del resto, è così evidente la consapevolezza della posta in gioco in questa nuova crisi che, tra sabato notte e domenica, per almeno dodici ore, la Difesa ha freneticamente provato a chiudere l´incidente prima che se ne dovesse necessariamente dare notizia. Il Sismi ha tentato di riprendersi immediatamente i due sottufficiali utilizzando le indicazioni e i canali che si erano aperti con l´immediato rilascio di un autista e un interprete afghano che con loro viaggiavano. E per quel che riferiscono fonti della Difesa, «lo sforzo proseguirà per tutta la notte e di nuovo nella giornata di domani, sfruttando anche la piena collaborazione che stanno fornenendo le autorità militari e di intelligence afghane». Anche se non sembra lavoro facile, vista l´assoluta assenza di credibili rivendicazioni e il contesto in cui i due sottufficiali sono scomparsi. Fonti diverse, militari e di governo, sostengono che, sabato notte, i due viaggiassero insieme a interprete e autista afghani su un´auto civile in un convoglio composto da alcuni mezzi della polizia afghana. E che, improvvisamente, sia stato perso il contatto (verosimilmente, perché il convoglio della polizia afghana doveva sì scortare l´automobile con gli italiani, ma lasciandole comunque un´autonoma capacità di movimento e dunque con la consegna di ricongiungersi in luoghi prestabiliti a orari fissi).
La partita della ricerca e trattativa per la vita dei due sottufficiali sembra comunque debba restare nelle mani esclusive della nostra intelligence militare non solo nelle prossime ore, ma anche nei giorni a venire, anche se la crisi dovesse prendere la piega peggiore e i tempi dunque allungarsi. La Procura della Repubblica di Roma, come di routine, ha aperto ieri un fascicolo che verrà delegato all´attività di polizia giudiziaria del Ros dei carabinieri, i quali, tuttavia, non hanno una loro presenza ad Herat e (stando almeno a ciò che sembra voglia la prassi nelle vicende che vedono coinvolto direttamente il Sismi in zona di operazioni militari) faranno affidamento esclusivamente sulle informazioni che la Difesa riterrà di voler condividere.
CORRIERE DELLA SERA, 24/9/2007
FIORENZA SARZANINI
ROMA – La speranza era che la vicenda si risolvesse in poche ore e dunque rimanesse segreta. Ma ieri mattina, quando si è capito che nessuna «fonte» attivata in Afghanistan era in grado di fornire informazioni utili, il governo ha autorizzato la polizia locale a dire che due italiani erano «scomparsi mentre viaggiavano sulla strada del distretto di Shindand, nella provincia di Herat».
Non c’era alcuna certezza su che cosa fosse accaduto. Però l’ipotesi che i due militari italiani fossero stati rapiti insieme all’interprete e all’autista afghani già prevaleva sulle altre. E si è deciso di non correre il rischio che arrivasse una rivendicazione o un ultimatum prima che le autorità italiane informassero le famiglie e rendessero noto di aver perso i contatti.
stato proprio in quel momento, ormai era passato mezzogiorno, che i comunicati emessi dai vari ministeri interessati hanno provocato quello che appare un vero e proprio corto circuito. Secondo le prime indiscrezioni gli scomparsi sono giornalisti. L’Unità di crisi della Farnesina è la prima a smentire: si tratta di militari. Interviene il ministero della Difesa e conferma questa versione: sono soldati, i familiari sono stati avvisati. Nessun particolare viene fornito sulla loro identità, nè sul compito assegnato. Neanche mezz’ora dopo Palazzo Chigi dirama una nota e sottolinea come il «presidente del Consiglio sta lavorando in stretto contatto con l’Unità di crisi della Farnesina ». Tanto basta per far circolare nuovamente la voce che si tratti di civili, o più probabilmente di funzionari governativi, dunque 007. Il ministro della Difesa Arturo Parisi chiama Romano Prodi gli spiega chiaramente che ritiene «singolare» la procedura adottata. Poi contatta il collega degli Esteri Massimo D’Alema che a New York aveva affermato: « abbastanza prematuro parlare di sequestro, per ora siamo di fronte a due funzionari italiani che sono scomparsi». Funzionari, non soldati e questo aveva dato nuovo credito alle indiscrezioni.
Si tratta di militari in missione segreta, qualsiasi informazione sul loro conto fa aumentare il pericolo, allontana la possibilità di salvarli. Non a caso i loro nomi non sono stati ancora comunicati neanche alla procura di Roma. Accadde anche in Iraq nel 2004. Due agenti del Sismi furono rapiti da un gruppo di guerriglieri, ma in poche ore la questione fu risolta e si riuscì a tenere la storia riservata, confermandola soltanto mesi dopo. In questo caso è andata diversamente e l’invito di Parisi «agli organi di stampa a seguire una linea di prudenza perché siamo di fronte a una situazione non ancora chiara che richiede da parte di tutti il massimo dell’attenzione e del rispetto dei fatti e delle parole», appare rivolta anche ai suoi colleghi di governo e ai politici.
La linea che il titolare della Difesa conferma dopo aver parlato con Prodi e prima ancora con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è «la priorità di salvare i due militari nel rispetto degli impegni internazionali e nel proseguimento della missione ». Un messaggio chiaro a chi già chiede il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Parisi sa che la gestione di questa vicenda non sarà facile. Le «fonti» attivate dall’intelligence dicono che a rapire i due italiani sarebbe stata una banda locale, ma non nascondono il timore che i talebani si siano già fatti avanti per gestire gli ostaggi. E dunque per trasformare la questione in un affare politico, proprio come avvenne quando fu rapito il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo e il prezzo della sua liberazione fu uno scambio di prigionieri ottenuto dagli uomini del mullah Dadullah, poi ucciso dalle forze militari occidentali.
Una prova che i due militari stanno bene sarebbe stata fornita e si sarebbero aperti alcuni canali per riuscire ad avviare la trattativa. I buoni rapporti del governo italiano con il presidente Hamid Karzai – che ieri sera ha fatto sapere di avere informazioni sul luogo dove sarebbero i prigionieri – certamente possono favorire la soluzione, anche se il governo afghano ha più volte ribadito in passato di non essere disponibile a fare concessioni a guerriglieri e terroristi.
CORRIERE DELLA SERA, 24/9/2007
MAURIZIO CAPRARA
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – Romano Prodi e Massimo D’Alema si sono dati appuntamento ieri notte a New York, in un grattacielo a due passi dal Palazzo di Vetro, per mettere in fila indizi e incognite sulla storia dei due militari italiani scomparsi in Afghanistan. Prima che il presidente del Consiglio lo raggiungesse negli Stati Uniti per la 62ª sessione dell’Assemblea generale dell’Onu, il ministro degli Esteri aveva speso gran parte della domenica a bussare di persona a parecchie porte per ottenere aiuti utili a favorire il ritorno a casa dei due. D’Alema si è rivolto al presidente afghano Hamid Karzai, al ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki, al segretario di Stato americano Condoleezza Rice, ad altri colleghi stranieri. La giornata di oggi forse potrà dire qualcosa di più su una situazione confusa e non del tutto chiara, suscettibile di svolte di ora in ora.
Con un linguaggio cauto, quasi circospetto, in pubblico fino a ieri pomeriggio il titolare della Farnesina non ha mai definito i due italiani «rapiti» o «sequestrati». Riguardo ai loro compiti, si è tenuto sulle generali. D’Alema ha parlato dei due come di «funzionari» e di «militari» con i quali si sono «perduti i contatti». Un pudore lessicale che non poteva nascondere la realtà di due vite in pericolo: lo stesso ministro ha ammesso che potrà ritenersi soddisfatto soltanto «quando avremo salvato i nostri connazionali».
In parte, sembrerebbe un film già visto. Sabato notte, D’Alema era arrivato da Roma al Millennium Hotel, di fronte al Palazzo di Vetro, con due obiettivi politico-diplomatici.
Guadagnare appoggi a favore di una moratoria nell’esecuzione delle pene di morte e assicurarsi un ruolo nel contenzioso tra Nazioni Unite e Teheran sui piani nucleari iraniani. La mattina dopo, si è imposto all’ordine del giorno il medesimo argomento che nel 2004 aveva contrassegnato la partecipazione all’Assemblea generale del titolare di allora della Farnesina, Franco Frattini: gli ostaggi italiani di turno. Mentre in Iraq erano prigioniere Simona Torretta e Simona Pari, il 23 settembre di tre anni fa Frattini veniva fermato dalla
Cnn con domande così: qual è la politica italiana sui sequestrati? Frattini: «Parlare dei contatti che esistono può compromettere le nostre azioni ».
D’Alema, ieri, ha sostenuto di aver trovato «grande sensibilità di tutti» in una riunione del Joint coordination and monitoring board, un comitato sull’Afghanistan formato da una ventina di Paesi. Erano lì Karzai, Mottaki e Rice. Il panorama però forse è meno idilliaco. Il presidente afghano subì controvoglia la scarcerazione di alcuni talebani in cambio di Daniele Mastrogiacomo. Condi Rice non ama le trattative per liberare prigionieri. Difficilmente l’iraniano Mottaki, interessato a evitare altre sanzioni per i piani nucleari iraniani, agirà in cambio di nulla.
Quando a D’Alema è stato chiesto se poteva spiegare che gli avesse detto l’uomo di Teheran sui due militari, la prima risposta è stata: «No». Poi, ricordando che i due sono scomparsi in una zona al confine con l’Iran, D’Alema ha aggiunto che Mottaki avrebbe trasmesso «al suo governo e alle autorità consolari iraniane a Herat la richiesta di collaborazione ». Karzai, a sua volta, ha affidato D’Alema al consigliere per la Sicurezza nazionale Zalmay Rassoul, il quale ha telefonato al governatore di Herat per sollecitarne l’aiuto.
CORRIERE DELLA SERA, 24/9/2007
PAOLA DI CARO
ROMA – L’Afghanistan lacera ancora il centrosinistra. Il rapimento di due militari italiani fa insorgere una parte della sinistra radicale – Pdci e alcuni senatori «rosso-verdi» – che chiede il ritiro immediato del nostro contingente. Replicano indignati dal centrodestra, invocano «senso di responsabilità» le altre componenti della maggioranza, mentre il ministro della Difesa Arturo Parisi fa capire che non ci saranno passi indietro: «La nostra preoccupazione prioritaria è la salvezza delle vite dei due militari nel perseguimento della missione».
Posizione ribadita ieri sera dal premier Romano Prodi appena arrivato a New York per l’Assemblea dell’Onu: «L’atteggiamento del governo sulla missione in Afghanistan non cambia dopo la scomparsa dei due militari italiani». Mentre Massimo D’Alema, sempre a New York, precisava che «di rinnovo della missione si parlerà a gennaio».
Oliviero Diliberto a scatenare la polemica: «Quest’ultimo episodio conferma l’assurdità della nostra presenza in Afghanistan. Lo diciamo da tempo: ritiriamo subito le truppe», dice il segretario Pdci dopo aver espresso «solidarietà» alle famiglie ed essersi impegnato a non lasciare «nulla di intentato» per giungere alla liberazione. Con lui si schierano i senatori Grassi e Giannini (Prc) e Bulgarelli (Verdi), componenti di quella pattuglia di «ribelli » che fa tremare il governo: a gennaio, quando si voterà il rifinanziamento alla missione, bisognerà decidere di andare «via da quell’inferno».
Ma da Prc e Verdi arriva un appello alla cautela: prima bisogna «concentrarsi sulle vite dei militari », dice il leader del Prc Franco Giordano, spiegando che «questa vicenda non aggiunge né toglie nulla alla nostra posizione sull’Afghanistan, un dibattito lo apriremo dopo». In linea il capogruppo dei Verdi alla Camera Bonelli: «La politica eviti divisioni e polemiche e parli con una voce sola», concetto ripetuto dalla capogruppo dell’Ulivo al Senato Anna Finocchiaro, e in qualche modo accolto dal centrodestra.
infatti Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia, a dichiarare per primo che questo è «il momento della serietà e del dialogo, nel nome degli interessi dell’Italia ». Insomma, non è su questo terreno che l’opposizione vuole tentare la spallata, come conferma Cicchitto (FI): «La vicenda deve essere seguita con il massimo senso di responsabilità. incredibile, comunque, che anche su un problema così delicato emerga una spaccatura nella maggioranza». E il portavoce di An, Andrea Ronchi, è scandalizzato: «Non è il momento delle speculazioni, Diliberto si vergogni ». E se anche dal centrosinistra arrivano bacchettate al leader del Pdci da Udeur, Sdi e dipietristi, il segretario dell’Udc Cesa chiede a Prodi di «smentire e isolare la posizione irresponsabile di Diliberto», che secondo il leghista Calderoli dimostra «ancora una volta come l’Italia cammini sempre sull’orlo del baratro grazie a questa maggioranza che sa solo litigare». Ma Diliberto insiste: «Chiederò a Prodi un atto ufficiale con i tempi del ritiro».
LA REPUBBLICA, LUNEDì 24/9/2007
GIAMPAOLO CADALANU
Duemila uomini distribuiti fra Kabul ed Herat, la responsabilità di un quarto del Paese, l´impegno a lavorare per ricostruire e allo stesso tempo l´attenzione a non abbassare la guardia. La missione italiana in Afghanistan è questa, in difficile equilibrio fra le esigenze di autodifesa e di fedeltà agli impegni con la Nato e le continue "prese di distanza" da chi, nello stesso scenario, ha prospettive molto diverse e vuole usare il pugno di ferro.
Il contingente italiano è diviso praticamente a metà: un migliaio di uomini, soprattutto Alpini, è acquartierato nella grande caserma di Jalalabad road, a Kabul, con una piccola rappresentanza distaccata al comando della missione Isaf, nella "zona protetta" della capitale, poco lontano dall´ambasciata americana. Il compito è quello di mettere in sicurezza la città, e agli italiani tocca la periferia nord-est, verso la Musay Valley, una fra le aree più calde. E chi rientra racconta un´atmosfera sempre più nervosa, un clima di tensione altissima, esasperato dallo stillicidio di piccoli attentati che scandiscono le giornate. In gran parte sono bombe artigianali stradali, che vengono scoperte in tempo e disinnescate: ma non è sempre così. Appena venerdì scorso un soldato francese è rimasto ucciso nell´esplosione di un´autobomba, spinta da un kamikaze contro un convoglio dell´Isaf.
L´altra metà del contingente, in prevalenza militari della Brigata Sassari, è schierata ad Herat, nella parte ovest del Paese, al confine con l´Iran. Al generale italiano Fausto Macor va il comando dell´intera regione, a sua volta divisa in province con quattro Squadre di ricostruzione provinciale (Prt). Herat era considerata una zona meno "rovente" di altre, quanto meno sotto il controllo di Ismail Khan, il signore locale, sciita considerato vicino a Teheran. Ma oggi Khan è a Kabul come ministro dell´Energia e la stampa locale segnala problemi di ordine pubblico in rapida crescita. Si tratterebbe soprattutto di criminalità comune e di contrabbando (oppio, ma anche armi in arrivo dall´Iran). In questa zona la penetrazione dei Taliban è stata modesta, mentre nella provincia di Farah, anch´essa nel "quadrante" italiano ma sotto comando americano, gli studenti coranici sono entrati ripetutamente, sempre più spesso da quando nel sud la Nato è all´offensiva.
Herat viene considerata la città più "occidentalizzata", ma i villaggi tutto intorno, come li definisce un veterano di quelle parti, «sono rimasti a duemila anni fa». Il compito degli italiani è legato alla ricostruzione: va dalla catalogazione del patrimonio artistico alle lezioni sulle mine antiuomo, persino nelle classi femminili. A questo si affianca l´impegno militare, pattugliamento e controllo. I mezzi, assicurano i militari, sono adeguati: dai blindati Lince, già sperimentati con successo contro le mine stradali, agli elicotteri Mangusta che garantiscono la copertura dall´alto su tutto il quadrante italiano.
Più a sud, verso la zona di Farah, il Prt è a comando americano: da queste parti operano anche le forze speciali italiane, tenendo sempre presente il caveat, la espressa riserva che ne vieta l´utilizzo nel sud dell´Afghanistan. I pericoli, come più volte ha sottolineato anche il ministro della Difesa Arturo Parisi, vengono dal doppio binario: dalla presenza di una missione di guerra come Enduring Freedom accanto ad Isaf, con obiettivi di stabilizzazione. In altre parole, la gente non può facilmente distinguere fra le truppe speciali Usa che adoperano mano pesante, o i contingenti di Isaf, italiano, francese, ungherese, spagnolo. Proprio dopo il bombardamento americano della vallata di Zerkoh, con forti perdite fra i civili, gli attacchi alle truppe Isaf e agli italiani si sono moltiplicati: dai 30 attentati contro le forze internazionali del 2005, si è passati ai 160 del 2006. E i servizi segreti parlano di «16 eventi terroristici significativi» nei primi sei mesi di quest´anno.
LA REPUBBLICA, 24/9/2007
PAOLO GARIMBERTI
Quella in Afghanistan è una guerra stanca. Lo è per i paesi che vi sono impegnati, per alcuni dei quali sta diventando un peso politicamente sempre meno sopportabile. Lo è per i contingenti che combattono, che pagano un prezzo sempre più alto in vite umane. Ma anche per quelli che, almeno ufficialmente non combattono, come gli italiani e gli stessi francesi, che hanno perduto un soldato tre giorni fa. Lo è per la Nato, che sta impegnando la sua credibilità nelle terra dove grandi eserciti del passato remoto e prossimo, dagli inglesi ai russi, hanno perso la faccia. Lo è per gli Stati Uniti, che l´hanno fortemente voluta, a ragione, dopo l´11 settembre e poi l´hanno declassata per concentrarsi sull´Iraq, a torto.
Lo è per l´Onu, che sta perdendo la battaglia dell´oppio. E lo è anche per i media internazionali, che la seguono distrattamente, con pochi e diseguali picchi di attenzione.
Ma non è una guerra stanca per i Taliban, che vedono il loro controllo del territorio allargarsi con lenta regolarità fino a poter pensare di riconquistarlo, come accadde dopo il vuoto lasciato dall´intervento sovietico interrotto da Gorbaciov quando era ormai agonizzante. E naturalmente non è stanca per tutti coloro i quali dallo stato di guerra profittano per pescare nel torbido: da Al Qaeda, che tiene i suoi santuari in quella terra di nessuno che sta tra il Pakistan e l´Afghanistan, agli ambigui servizi pachistani e anche allo stesso Musharaff, che può usarla come arma elettorale, per finire con i signori della guerra, che come dice la parola stessa dalla fine del conflitto avrebbero un lucro cessante e un danno emergente.
Perciò è una partita impari come lo sarebbe quella di calcio tra una squadra in campo demotivata, ma costretta a fare atto di presenza, con in più una panchina cortissima (sono sempre di più i paesi della coalizione internazionale che vogliono smarcarsi), e una squadra che si gioca tutto e per giunta può contare su riserve illimitate e caricatissime. Eppure il risultato rischia di restare a lungo in parità. I Taliban non hanno fretta, il tempo è dalla loro parte come lo fu negli anni 90 e la pazienza è una virtù nelle montagne e nei deserti. I mestatori di torbido pure: con la guerra fiorisce il mercato delle armi e rifiorisce anche l´oppio. Una partita impari, della quale però non si vede la fine: tutti per il momento fanno melina.
Questa situazione di stallo giova ai Taliban. Il probabile rapimento di due nostri militari e dei loro accompagnatori locali è un caso da manuale. Perché l´Italia è il ventre molle per eccellenza della coalizione. Non combatte, almeno ufficialmente, come altri europei del resto, però partecipa a missioni di intelligence e forse anche di altro, senza volerlo, né poterlo dire. Il rapimento mette a nudo questa ambiguità (e non crediamo di sopravvalutare i Taliban pensando che possa essere stato mirato proprio per questo). E, naturalmente, rinfocola le polemiche in Italia, come hanno dimostrato le prime reazioni di schieramento. Il danno politico è duplice, al di là dell´ansia bipartisan e di tutta l´opinione pubblica per la sorte dei due militari italiani.
Le polemiche interne dimostrano la reiterata inconciliabilità tra l´ala radical-pacifista del nostro governo e le ambizioni che l´Italia continua a nutrire nonostante tutto. L´intervento in Afghanistan, a differenza di quello in Iraq, è stato approvato dall´Onu e inquadrato nella Nato. Sono cose scritte e riscritte e annoia perfino ripeterle. Così come annoiano e infastidiscono le meccaniche invocazioni al ritiro che partono dall´ala sinistra della maggioranza.
Chiedere il ritiro indica mancanza di senso dello Stato e degli impegni internazionali. Semmai ha senso quello che ha già detto il ministro degli Esteri Massimo D´Alema: che sarebbe opportuno mettere un po´ d´ordine e maggiore unità di intenti e di comandi nei corpi d´armata presenti in Afghanistan, tra americani e Nato, tra Enduring Freedom e Isaf. E sarebbe anche il caso che il governo facesse chiarezza una volta per tutte, senza circonlocuzioni farisaiche, su che cosa fanno i nostri militari in Afghanistan, soprattutto quelli dei corpi speciali e dei servizi.
un dovere verso gli ufficiali e i soldati che rischiano la vita. Verso l´opinione pubblica. Verso la stessa Nato. Che in Afghanistan sta giocandosi addirittura la propria sopravvivenza, come ha detto più volte il suo segretario generale. Sempre più l´Alleanza sta diventando una coalizione di diseguali a rischio di autoestinzione (proprio in questi giorni ha annunciato la rinuncia alla creazione del tanto invocato corpo di intervento rapido).
Sarebbe una fine ingloriosa, anche se magari in Italia sarebbe salutata da alcuni con tripudio radical-pacifista, appunto. Ma senza la Nato il mondo sarebbe sempre più unidirezionale, l´America si isolerebbe ancora di più anche a guida democratica, l´Europa conterebbe sempre di meno. E l´Italia, anziché ambire a poltrone altolocate all´Onu, dovrebbe accontentarsi di uno strapuntino.
LA STAMPA, 24/9/2007
GUIDO RUOTOLO
Invita alla prudenza il ministro della Difesa, Arturo Parisi, perché qualsiasi parola di troppo sui due soldati italiani sequestrati in Afghanistan può mettere ancora di più a rischio la loro vita. Sì, il sequestro dei due «militari», «funzionari», «dei reparti speciali», dell’«intelligence» - come lasciano intendere i media mediorientali e afghani - arriva quantomai «imprevisto» e pieno di incognite. E’ vero, le prime ore del sequestro sono le più «critiche» (come lo sono quelle del ritorno alla libertà degli ostaggi), ma questo caso - è evidente a tutti - si presenta più complicato degli altri. Intanto perché non si tratta di giornalisti o volontari, poi perché avviene in un’area di molteplici presenze e influenze (siamo a un centinaio di chilometri dal confine iraniano), dove coabitano bande di ladroni, insorti, gruppi di talebani, trafficanti di droga e naturalmente diversi clan e tribù. E in queste prime ore, non si esclude neppure che i due italiani possano essere state vittime di una «trappola».
Chi ha sequestrato i due «italiani»? Cosa stavano facendo? Dove stavano andando? Probabilmente, per dirla con l’analista Andrea Margelletti, erano partiti per una missione di «creazione del consenso», e cioé di incontri con le autorità locali, con i capi villaggi per favorire rapporti di amicizia, di collaborazione attraverso aiuti concreti. Sono operazioni che aiutano anche a capire la situazione, ad analizzarla.
Ma c’è un particolare che lascia «perplessa» la Difesa. Da quel che filtra, sembra che i due «italiani» fossero stati messi al corrente dai loro interlocutori afghani della meta della missione solo all’ultimo minuto. E’ un particolare, appunto, che potrebbe anche lasciare intendere che si sia trattato di una «trappola». E’ un’ipotesi che, in queste prime ore, va registrata.
Ieri sera, poi, si è saputo che due afghani sono rientrati a casa. Non erano l’autista e l’interprete dei due «italiani», ma viaggiavano in colonna, a bordo di un altro mezzo, con loro. Perché i rapitori li hanno lasciati andare? Il capo della polizia locale afghana ha fatto sapere che soltanto stamani li interrogherà.
Al posto di «blocco» di una banda di «ladroni» - è questa l’ipotesi prevalente - sulla strada che congiunge Farah ad Azizabad, nel distretto di Shindand, dunque incappa il convoglio «italiano». Al di là degli annunci dell’agenzia di stampa afghana Pajhowok - «Non crediamo a questa agenzia di stampa», sostengono alla Difesa - fonti governative fanno trapelare due notizie «rassicuranti»: «I nostri connazionali sono vivi e non sarebbero stati passati di mano». Insomma, chi li ha sequestrati non li avrebbe ancora consegnati ai Talebani. Questo fino a ieri sera, tarda notte afghana. Le «fonti» attivate avrebbero fornito anche la prova che i due «italiani» sono ancora vivi. Ma naturalmente lo scenario potrebbe cambiare con il passare delle ore.
E’ in corso un’intensa attività diplomatica del ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, che ieri ha avuto rassicurazioni dal presidente Karzai che gli afghani collaborano e sono impegnati a risolvere il sequestro, e che si è incontrato anche con il ministro degli Esteri iraniano. Sul campo, poi, si sono attivati i nostri militari e l’intelligence.
Naturalmente è una corsa contro il tempo, tenendo conto anche che ogni sequestro ha una sua storia particolare. E’ chiaro che in questo caso pesano le polemiche (afghane) del dopo sequestro di Daniele Mastrogiacomo, il giornalista di «Repubblica», per via dello «scambio» con diversi detenuti talebani. Karzai si impegnò a non scendere più a patti con i talebani. Ecco perché si fa molto affidamento che i due «italiani» siano ancora nelle mani di «ladroni».
In queste prime ore del sequestro dei due connazionali, si è registrata anche una (velata) «irritazione» al ministero della Difesa. Ed è comprensibile. Sul ruolo svolto dai due «italiani», prima la Reuters poi Al Jazeera hanno accreditato la tesi che i due sono uomini della intelligence italiana. E anche da New York, Massimo D’Alema l’ha lasciato intendere quando ha parlato di due «funzionari». E’ evidente l’imbarazzo e la preoccupazione di Arturo Parisi: non esporre più di quanto già lo sono i due «ostaggi», che erano impegnati «in attività di collegamento con le autorità civili afghane». Un’ulteriore conferma che quella in corso è una lotta contro il tempo. Prima che i due «ostaggi» possano essere venduti ai Talebani.
LA STAMPA, 24/9/2007
ANDREA ROMANO
Dobbiamo naturalmente auspicare tutto l’auspicabile. E quindi augurarci che per i due militari italiani e i due civili afghani tutto possa risolversi serenamente già nelle prossime ore. Ma se così non fosse, se si trattasse di un rapimento politico-militare ad opera della guerriglia fondamentalista, dovremmo predisporci ad una replica della tormentosa discussione che accompagnò nel marzo scorso la vicenda del giornalista Daniele Mastrogiacomo, dell’autista Sayed Agha e dell’interprete Adjmal Nashkbandi. Il primo tornato fortunatamente a casa, al termine di una trattativa gestita in larga parte dal leader di Emergency Gino Strada e conclusasi con il rilascio di cinque comandanti talebani. Gli altri decapitati di fronte alle telecamere, lasciando in molti di noi il sospetto che quel loro feroce destino fosse stato deciso dall’essere nati lontano dall’Italia e dal non avere credenziali sufficienti ad essere inclusi nello scambio.
Fatti tutti gli scongiuri del caso, e in attesa che si chiariscano i contorni di quest’ultimo episodio, è indispensabile ricordare alcuni dei nodi politici sollevati dalla vicenda Mastrogiacomo. Nodi che innanzitutto hanno chiamato in causa la credibilità internazionale del nostro paese, trovatosi dall’oggi al domani nella condizione di anello debole dell’alleanza.
Con Angela Merkel che dichiarava che la Germania (a differenza dell’Italia) non si sarebbe fatta ricattare. Con il presidente afghano Karzai umiliato dinanzi al proprio paese e costretto ad annunciare che mai più avrebbe trattato con i talebani sotto la pressione di un governo straniero. Con il nostro ministro degli Esteri smentito dal dipartimento di stato Usa poche ore dopo aver detto che l’operazione aveva potuto contare sul sostegno degli alleati. Su tutto, l’imbarazzo degli altri membri della Nato impegnati in Afghanistan e la percezione che la confusa trattativa italiana avesse trasformato il rapimento di occidentali in un’attività economica e militare particolarmente redditizia per la guerriglia talebana.
Fu insomma una ben magra figura, da cui la nostra politica estera nella regione si stava solo da poco riprendendo. Ma i nodi di quella vicenda devono essere ricordati già in queste ore, perché esiste il rischio che da domani il paese si trovi di fronte alla stessa scelta. Che non è tanto trattare o non trattare, ma come farlo e con quali interlocutori.
Perché nei quindici giorni del rapimento Mastrogiacomo l’impressione fu che il governo si fosse eclissato, lasciando voce e mani libere a interlocutori più graditi ai talebani. E soprattutto perché in quelle settimane furono in molti a ritenere più dignitoso un ritiro dell’Italia dall’Afghanistan piuttosto che lo spettacolo di un paese che spingeva Karzai a liberare i capi della guerriglia fondamentalista, gli stessi che erano stati catturati dagli alleati della Nato e che pochi giorni dopo avrebbero ripreso le armi contro la fragile democrazia afghana.
Oggi potremmo trovarci dinanzi a opzioni analoghe ma in una situazione ancora più complicata. I rapiti italiani sono militari, forse persino impegnati in missione di intelligence, e quindi meno capaci di contare sulla spontanea e immediata solidarietà che un giornalista colpito in zona di guerra suscita presso l’opinione pubblica. Il governo Karzai sarà assai meno disponibile a collaborare con noi, dopo lo scotto pagato sulla propria pelle in quelle settimane di marzo. Ma soprattutto è il nostro quadro di politica interna ad essere assai più logorato di quanto non fosse allora, con il rischio che la nuova emergenza afghana diventi l’incidente a cui tutti – fuori e dentro il Parlamento – aspettavano di assistere. E che sulla pelle di due militari italiani e dei loro collaboratori civili si giochi una partita di tutt’altro significato. Inutile dire che ci auguriamo di no.
www.lastampa.it/romano
LA STAMPA, 24/9/2007
FRANCESCO GRIGNETTI
Lo dicono tutti. Anche Romano Prodi, quest’estate, nel chiudere la conferenza di Roma sulla giustizia afghana, l’ha spiegato così: «Non basta solo la strategia militare». Ma come fare a portare avanti un riscatto civile sociale ed economico, se poi ci si spara addosso, i taleban degradano in terroristi, e l’Afghanistan scivola sempre più verso la "irachizzazione"? Le Nazioni Unite hanno un bel daffare a portare l’attore Jude Law (a Kabul qualche mese fa, sorridente tra i bambini) per testimoniare un futuro di speranze, e l’Unione europea può pure annunciare alle conferenza stampa l’investimento di 600 milioni di euro in aiuti per il triennio 2007-2010 (compreso il contributo degli Stati membri, dall’Europa sono stati spesi 3,7 miliardi di euro nel periodo 2002-2006), ma se poi la gente continua a vivere tra fame e povertà, c’è da meravigliarsi se i cuori non battono per l’Occidente?
Paradossi di un dopoguerra che sembra non finire mai. Lo scandalo dei milioni che finivano nei fauci delle mega-organizzazioni internazionali sotto forma di macchinoni bianchi, appartamenti di lusso, diaria per i funzionari, e servitù, è esploso da tempo. Così che il presidente Karzai, in una recente intervista, ha chiesto esplicitamente di dirottare «la maggior parte delle risorse attraverso le istituzioni governative afghane». Rimedio non certo sicuro, visto l’altissimo tasso di corruzione nella burocrazia di Kabul.
Soldi ne sono stati promessi a palate. A Londra, due anni fa, dove 51 Paesi e 17 organizzazioni internazionali firmarono il cosiddetto «Afghan Compact», ovvero un piano d’intervento quinquennale, si sono impegnati ad aiutare la popolazione e lo stato afghano con 10,5 miliardi di dollari in cinque anni. Sembra una cifra imponente. Ma nel precedente Accordo di Berlino, del 2004, la comunità internazionale si era impegnata per il doppio (4 miliardi di dollari l’anno), salvo poi non onorare le promesse. Era esplosa l’emergenza irachena, nel frattempo. E come tutti gli analisti hanno evidenziato, gran parte degli aiuti, dei soldi, e dei soldati, era andata dove l’Amministrazione Bush chiamava.
Con l’Accordo di Londra del 2006, le cifre sono più contenute ma almeno realistiche. Quanto agli obiettivi, è tutto da vedere come andrà a finire. Le mete sono ambiziose: addestrare un esercito da 70 mila uomini, una polizia da 62 mila, portare acqua potabile nel 90% dei villaggi (oggi sono al 13%), dare un sistema sanitario alla metà dei centri abitati, erogare energia elettrica nel 65% delle case cittadine e nel 25% di quelle rurali. E poi si chiedono scuole: obiettivo dell’Afghan Compact è portare in classe il 60% delle bambine e il 75% dei maschietti.
Grandi, ottimi propositi. Anche se poi, alla fine, di tutta questa montagna di progetti, quel che si vede concretamente sono i topolini partoriti dalla mano militare della cooperazione. Spesso e volentieri sono i soldati della Nato, e quindi anche italiani, organizzati nei Prt (provincial reconstruction team) e nei reparti Cimic (cooperazione militare-civile), a «fare» concretamente molte cose. Un breve elenco di quanto inaugurato negli ultimi mesi dai militari italiani: ospedale pediatrico da 22 mila metri quadri a Herat, scuola da dieci classi a Tourghoundy nel distretto di Khost (costata 200 mila dollari), materiale informatico e scrivanie per l’amministrazione di Herat (16 mila dollari), materiali per gli uffici Affari femminili, Cultura e e Radiotv di Herat (altri 31 mila dollari), scuola elementare a Injil (176 mila dollari l’edificio, 9600 arredi e accessori), rete idrica di diecimila metri di condutture e due pompe con generatori elettrici a Herat (300 mila dollari).
I lavoro degli italiani è faticoso, in salita, di poca visibilità ma di alto rendimento sia per la popolazione che «vede» cose pratiche, sia per i notabili locali che acquistano meriti da appuntarsi alla giubba. E che magari ringraziano con qualche soffiata, il che non guasta mai da quelle parti. «Purtroppo lo sviluppo, inteso come strade, sanità, scuola, acqua, non può prescindere da un minimo di sicurezza - racconta il sottosegretario agli Esteri, Gianni Vernetti - e quindi un impegno militare è indispensabile. Però si vedono le prime realtà interessanti. L’Afghanistan è fatto a macchie di leopardo. Dove c’è maggiore sicurezza, stanno arrivando investitori indiani. E sono anche le aree dove si è fatto di più per la ricostruzione».
CORRIERE DEL,LA SERA, 25/9/2007
LORENZO CREMONESI
Un blitz delle forze speciali per liberare i due agenti del Sismi rapiti in Afghanistan assieme al traduttore e all’autista afghani. E’ avvenuto ieri nelle ore precedenti l’alba, mentre gli ostaggi venivano trasferiti dall’area del rapimento sabato sera presso Shindand verso il profondo sud del Paese controllato dai talebani. Arturo Parisi ha rivelato in parlamento che l’azione è stata molto violenta. I rapitori, secondo un comunicato della forza Nato-Isaf, erano almeno nove e «sono tutti morti».
Ancora a detta del ministro della Difesa italiano, nel corso dell’ azione uno degli agenti è stato colpito in modo molto grave alla testa e al torace, l’altro ha riportato ferite più leggere. Uno dei due collaboratori afghani, l’autista, sarebbe invece morto. Il blitz è stato condotto da forze speciali del Nono Reggimento d’Assalto «Col Moschin», assieme alle teste di cuoio britanniche.
Così, con i primi comunicati ufficiali verso le 8 di mattina, abbiamo finalmente compreso i motivi delle 36 ore di silenzi, reticenze e mezze parole mantenuti dal governo italiano riguardo al caso. Il fatto che fossero uomini dei servizi li esponevano a un rischio più alto rispetto agli ostaggi civili. E soprattutto si stava preparando l’azione armata. Per Clementina Cantoni, rapita a Kabul nel 2005, e Daniele Mastrogiacomo solo pochi mesi fa, i comandi Isaf premevano per passare all’azione. Gli inglesi affermavano di aver monitorato via satellite gli spostamenti del Mullah Dadullah con il reporter di Repubblica.
Ma si è preferito il negoziato. Ora è stato diverso. Un uomo delle forze di sicurezza preso in ostaggio va trattato da soldato. Ci sono stati pochi dubbi sulla necessità di passare al più presto all’azione. E ciò anche per il fatto che a detta della polizia afghana - sembra che gli ostaggi fossero stati presi da un gruppo relativamente poco importante basato nella zona di Shindand, ma stessero per passare nelle mani di quadri molto più militanti della guerriglia talebana che opera nella provincia di Helmand.
Rimane tuttavia dubbia l’identità dei rapitori. I media afghani offrono diverse alternative: banda criminale a caccia di riscatti, talebani che hanno teso una trappola agli italiani, gruppo sostenuto dall’Iran contrario alla missione Nato in Afghanistan. Quest’ultima versione è sostenuta con forza da Danish Karokhel, direttore dell’agenzia stampa nazionale Pajhwok. «Le nostre fonti a Herat e Shindand segnalano che a rapire gli italiani sono stati gli uomini di Ashakzai Abdel Hamid, un capobanda quarantenne originario dell’area di Zirqu, situato nei pressi del luogo del rapimento. Controlla un centinaio di uomini ed è finanziato da Teheran con l’obbiettivo di destabilizzare la regione di confine», afferma. A suo dire, il blitz per liberare gli ostaggi è avvenuto mentre si trovavano in spostamento verso sud a circa 50 chilometri dal luogo del rapimento. Sparse tra la provincia di Herat e quella di Farah al momento opererebbero altre tre bande pagate dall’Iran, che assieme a quella di Abdel Hamid arriverebbero a contare tra i 400 e 500 uomini armati.
«Le loro azioni mirano a creare il caos anche sulla provinciale che da Herat conduce a Kandahar con rapine e sequestri di persona», aggiunge Karokhel, specificando che, anche se a prima vista questa potrebbe sembrare una strategia molto simile a quella delle milizie talebane, in verità gli obiettivi politici sono completamente diversi. «I talebani sono espressione dell’estremismo islamico sunnita-pashtun, queste bande obbediscono invece agli interessi del regime sciita di Teheran», dice.
Secondo Tolo, nota televisione privata di Kabul, i rapitori degli agenti del Sismi sarebbero invece talebani duri e puri. Nel programma della serata, specificava che i loro morti nel blitz sarebbero solo 5, altri 9 sarebbero stati presi prigionieri. Ariana tv, un’altra emittente della capitale, nei notiziari si è concentrata sulla sorte dei due afghani che si trovavano con gli italiani. Un tema particolarmente delicato nel Paese, specie dopo che il traduttore e l’interprete di Mastrogiacomo vennero uccisi e il governo di Hamid Karzai accusato dall’opinione pubblica di non aver fatto abbastanza per i sui cittadini. «Ancora non so nulla di mio fratello Behroz. Faceva il traduttore per gli italiani, possibile che ancora non ci abbiamo detto se è vivo, morto o ferito?», ha protestato in diretta il fratello.
CORRIERE DELLA SERA, MARTEDì 25/9/2007
WASHINGTON - Anche i soldati italiani combattono la loro «guerra segreta». Danno la caccia ai talebani, cercano di ostacolare il traffico di armi, proteggono le vie di rifornimento. Missioni nell’ombra perché la versione ufficiale preferisce parlare di assistenza alle autorità afghane. Di pozzi ricostruiti, di scuole messe in piedi, di addestramento di poliziotti. Il contingente in Afghanistan non dovrebbe partecipare a operazioni di combattimento ma la realtà sul terreno lo richiede. E ce lo chiedono gli alleati. Al Central Command di Tampa (Florida), il centro nevralgico che coordina gli interventi dall’Iraq all’Afghanistan, hanno disperato bisogno di forze speciali. La tattica adottata nell’ultimo anno dalle truppe Nato prevede un’azione preventiva costante. Non si aspettano più i talebani nelle «basi di fuoco» ma si prova a scovarli prima che possano attaccare. Dalla tecnica del pescatore, che getta la rete e attende, si è passati a quella del cacciatore che stana la preda. E’ un’azione combinata di commandos e aerei. Che comporta un rischioso lavoro di intelligence sul terreno. L’humint. I bombardieri hanno bisogno di informazioni e le spie dal cielo (satelliti, aerei senza pilota) non bastano. Tocca allora alle
special forces infiltrarsi in territorio ostile. E’ ciò che stavano facendo i nostri due militari catturati dai guerriglieripredoni.
L’episodio che li ha coinvolti ha rappresentato la conferma di quanto i media raccontano e il governo prova a nascondere per motivi di politica interna. E’ da oltre un anno che in Afghanistan opera una nuova task force di corpi d’élite italiani composta da poche decine di elementi divisi in quattro distaccamenti. Ci sono i commandos del Comsubin (Marina) tra i migliori al mondo , i parà del Col Moschin, i ranger e i soldati del 185˚ reggimento per l’acquisizione di obiettivi. Partecipano, quando è necessario, a «missioni di combattimento», conducono le ricognizioni a lungo raggio (che prevedono infiltrazioni in aree non sicure), tendono agguati ai talebani. Cinque elicotteri d’attacco Mangusta dotati di razzi e mitragliatrice forniscono la copertura, alcuni elicotteri Chinook trasportano italiani e alleati, due velivoli senza pilo ta Predator svolgono le missioni di sorveglianza. Un apparato impiegato - secondo le dichiarazioni ufficiali - anche nel blitz di ieri.
Sulla loro attività trapela poco. Le fonti sono restie a confermare qualsiasi evento, più liberi i portavoce stranieri. Da loro sono venute indicazioni interessanti. Agli inizi del 2006 le truppe italiane partecipano in modo diretto a un’offensiva anti-talebana. Quindi le troviamo insieme a americani, spagnoli e afghani nell’operazione «Wyconda Pincer». Nell’agosto di quest’anno i Mangusta tirano fuori dai guai un convoglio spagnolo caduto in una trappola: una trentina di ribelli restano uccisi sotto il fuoco degli elicotteri.
La particolarità della «guerra segreta» è che mentre il contingente tradizionale - gli heavy metal nel gergo americano - può muovere dopo un meccanismo che richiede tempo, i commandos sono più flessibili. E vanno dove serve. Stesse regole per gli elicotteri da trasporto. Negli ultimi mesi i militari italiani hanno avuto l’ordine di intensificare l’attività nella regione di Farah e nelle aree verso il confine iraniano. Per due motivi. Bande talebane si sono spostate a est per sottrarsi alle incursioni alleate nelle tradizionali roccaforti del sudovest. Inoltre dalla frontiera iraniana arriverebbero rifornimenti di armi ed esplosivi. Le disposizioni del Comando centrale ai reparti sono chiari: individuare, bloccare, neutralizzare. Compito che può essere assolto da una squadra di 6-12 elementi ma anche da una coppia di incursori. Dotati di radio criptate, illuminatori laser, sono in grado di dirigere da terra un raid aereo o il fuoco dell’artiglieria. Un tiratore scelto del Col Moschin può centrare un comandante talebano nel suo rifugio. Un incursore del Comsubin piazzare una trappola esplosiva sul sentiero battuto dai ribelli. Gli scout, coperti da un telo mimetico, vestiti all’afghana, spiano con potenti binocoli i movimenti nemici. Ma tutto deve restare segreto. O perlomeno dietro una cortina fumogena di ambiguità. Persino le prime ricostruzioni della liberazione - poi corrette - collocavano i nostri parà qualche centimetro indietro rispetto ai Sas britannici. Non per prudenza ma per opportunità politica.
CORRIERE DELLA SERA, 25/9/2007
FIORENZA SARZANINI
ROMA – «L’esame dei proiettili estratti dai corpi dei feriti esclude che siano stati esplosi da armi in uso alle forze militari occidentali ». La prima comunicazione che arriva da Kabul scarta la possibilità che i due militari del Sismi sequestrati sabato mattina siano stati colpiti dalle forze alleate. Ma la dinamica del blitz scattato all’alba di ieri non consente di smentire l’ipotesi che in realtà si tratti proprio di «fuoco amico». Perché, come conferma alla Camera il ministro della Difesa Arturo Parisi, l’intervento è avvenuto mentre i rapitori viaggiavano sulla strada che dalla provincia di Farah va verso il sud dell’Afghanistan. Stavano cambiando prigione, forse si preparavano a cedere gli ostaggi a un gruppo di talebani. Erano in movimento.
L’INTERVENTO ALL’ALBA
I due 007 erano stati fatti salire su due auto diverse, chiusi nel bagagliaio e avvolti in sacchi di plastica nera. Il convoglio dei sequestratori era composto da quattro auto. Le forze speciali del reggimento Col Moschin e quelle britanniche del Sas, lo Special airborne service, lo hanno bloccato e hanno aperto il fuoco. Secondo la versione ufficiale i sequestratori hanno risposto, sparando a loro volta. Se davvero hanno reagito, è presumibile che lo abbiano fatto quando erano ancora a bordo e dunque appare difficile che abbiano rivolto le armi contro le proprie vetture. Resta il fatto che tutti i componenti della banda sono morti, mentre nessun appartenente alle forze Isaf risulta ferito. Non a caso anche il generale del comando Nato in Afghanistan Giorgio Battisti ha spiegato che «non c’è ancora alcuna certezza». Per stabilire che cosa sia davvero accaduto bisognerà attendere la fine delle verifiche che vengono svolte «in teatro» in queste ore dagli specialisti dell’Isaf e l’analisi del proiettile che ha colpito alla testa uno dei due agenti segreti, riducendolo in fin di vita. E che potrà essere estratto soltanto quando si deciderà di intervenire chirurgicamente. Oltre alla procura di Roma, anche la magistratura militare ha aperto un fascicolo per verificare la correttezza delle procedure seguite. Al momento si sa che l’azione era stata pianificata nei dettagli, con i reparti di terra schierati in tutta la zona e i velivoli Predator e gli elicotteri Mangusta che controllavano il territorio, per cercare di tenere sempre «sotto localizzazione» le posizioni degli uomini impegnati e dei rapitori.
Al momento di partire da Herat i due militari avevano preso le apparecchiature satellitari che consentono di seguire il percorso di chi si muove nelle aree di rischio. E dunque hanno lasciato tracce almeno fino a che hanno potuto tenerle accese. stata la prima indicazione utile per chi conduceva le ricerche perché ha consentito di circoscrivere una zona precisa, anche se piuttosto ampia. Fondamentale si è poi rivelata l’informazione di una «fonte» che ha saputo indicare due targhe delle auto usate dalla banda per bloccare i due 007. Domenica pomeriggio nelle mani dell’intelligence sono arrivati alcuni nomi e questo ha permesso di individuare il villaggio dove poteva essere la prigione. Secondo le notizie trasmesse dall’Isaf, gli agenti del Sismi avrebbero comunicato la destinazione della missione all’autista e all’interprete soltanto quando erano già in movimento e avrebbero preteso un cambio di auto durante il viaggio. Ciò avvalora l’ipotesi che il sequestro sia stato casuale e che il gruppo avesse deciso di cedere i prigionieri a una fazione che fosse in grado di gestirli. Talebani, probabilmente, ed era proprio questo il «passaggio» che si doveva evitare.
Sin da sabato il ministro della Difesa Arturo Parisi aveva concordato con il premier Romano Prodi l’opzione del blitz. Il fatto che gli ostaggi fossero uomini del Sismi rendeva impossibile qualsiasi trattativa. Il governo era consapevole che se fossero finiti nelle mani dei fondamentalisti non ci sarebbe stata alcuna possibilità di salvarli. Del resto già dopo la fine del sequestro del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo si era valutato che in casi analoghi si sarebbe cercato in ogni modo di evitare l’avvio di un negoziato. E dunque di esporre l’Italia alla stessa situazione di imbarazzo vissuta in quei giorni. Parisi ha informato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Poi ha atteso che il comando militare individuasse il momento giusto per intervenire. Secondo la versione ufficiale, domenica sera gli ostaggi sono stati portati al villaggio. Entrare nelle case è apparso troppo rischioso e poiché le informazioni raccolte davano per imminente un altro spostamento, si è preferito attendere che il convoglio partisse nuovamente. Alle 4 di ieri è arrivata la comunicazione del comando militare: «Siamo pronti». Parisi ha avvisato Prodi. Poi ha dato il via libera all’operazione.