Sergio Romano, Corriere della Sera 24/9/2007, 24 settembre 2007
Da ormai oltre tre mesi il Belgio vive una crisi politica molto grave. Dopo le elezioni sono mancate le condizioni per creare un nuovo governo federale, soprattutto per ragioni legate al bilinguismo del Paese, tanto da far pensare a una possibile separazione consensuale come avvenne nell’ex Cecoslovacchia nel 1993
Da ormai oltre tre mesi il Belgio vive una crisi politica molto grave. Dopo le elezioni sono mancate le condizioni per creare un nuovo governo federale, soprattutto per ragioni legate al bilinguismo del Paese, tanto da far pensare a una possibile separazione consensuale come avvenne nell’ex Cecoslovacchia nel 1993. Ha senso dividere il già piccolo Belgio dopo quasi due secoli di indipendenza e farne due staterelli nella epoca della globalizzazione. Quale sarebbe il destino della corona? Si troverebbe un accordo sulla successione del mastodontico debito pubblico, il maggiore in Europa dopo il nostro, che affligge il Paese? Antonio Di Bartolomeo act00@hotmail.it Caro Di Bartolomeo, come altri Stati dell’Ottocento, il Belgio ha creato la propria identità nazionale grazie a una lettura affascinante, ma un po’ arbitraria e letteraria del proprio passato. I belgi, da cui lo Stato prende il nome, furono un popolo celtico, già installato all’epoca di Cesare in quella parte della Gallia che comprende, insieme alla valle della Mosella, le regioni a nord della Senna e della Marna. I valloni e i fiamminghi, che formano oggi una popolazione di circa 11 milioni di abitanti, ne sono i discendenti al modo in cui noi discendiamo dagli antichi romani e gli svizzeri dagli elvetici. Vi fu una confederazione di tribù belghe, retta da un consiglio comune, e vi fu più tardi una provincia «Belgica» creata da Augusto. Ma queste terre, con maggiore o minore autonomia, furono per molti secoli province di vasti imperi. La nascita delle Province Unite (gli odierni Paesi Bassi), dopo la Riforma, ebbe l’effetto di tracciare, all’interno della famiglia fiamminga, una frontiera religiosa: mentre i calvinisti conquistavano la loro indipendenza, i cattolici, insieme ai valloni, rimasero con la Spagna e poi con l’Austria. La frontiera scomparve dopo le guerre napoleoniche quando fu deciso che il re dei Paesi Bassi, alleato delle potenze vincitrici a Waterloo, avrebbe annesso al proprio regno le vecchie province austriache. L’unione durò quindici anni e si ruppe quando i cittadini di Bruxelles, ispirati dalla rivoluzione francese del 1830, insorsero contro il loro sovrano protestante. Ma il Belgio che nacque nei mesi seguenti fu una creazione della mente di Talleyrand e, quindi, una sorta di figlioccio della diplomazia. Parlò francese perché la borghesia di Bruxelles era prevalentemente francofona e perché questa era la lingua del grande Stato, a ovest delle sue frontiere, che aveva officiato da padrino al momento della sua nascita. E i fiamminghi, naturalmente, si ritennero trattati come parenti poveri. Le differenze vennero a galla durante l’occupazione tedesca, allorché alcuni gruppi fiamminghi manifestarono una certa simpatia per la Germania, e si acuirono quando le Fiandre si dimostrarono più intraprendenti e dinamiche della Vallonia. Si tentò di superare la crisi con la formazione di uno Stato federale che fu incidentalmente (il federalismo costa caro) una delle cause del grande debito pubblico accumulato tra gli anni Ottanta e Novanta. Ma la soluzione, apparentemente, non soddisfa la comunità fiamminga dove si è pericolosamente radicata la convinzione «leghista» che la Vallonia viva alle spalle della sua laboriosità e delle imposte pagate dai suoi membri. Oggi la situazione è paradossale. Le ultime elezioni sono state vinte dalla democrazia cristiana, ma gli elettori cattolici sono divisi fra due partiti (il fiammingo e il vallone) che non riescono a mettersi d’accordo per governare insieme. Il Paese è ricco, moderno, dinamico e recita sulla scena internazionale, grazie al ruolo di Bruxelles in Europa, una parte considerevolmente superiore alle proprie dimensioni. Ma rischia di buttare via 177 anni di storia nazionale e i grandi vantaggi che tutti hanno tratto dalla loro convivenza all’interno di uno Stato comune. Sembra addirittura che qualcuno, nell’eventualità di una scissione, abbia proposto di trasformare la provincia bilingue di Bruxelles in un distretto europeo, simile al Distretto federale di Washington. Forse l’unico modo per spiegare le vicende di questi mesi è quello di ricordare che il Belgio è la patria di un grande pittore della follia, Hieronymus Bosch, di alcuni grandi pittori surrealisti, di straordinari architetti dell’art nouveau, di Simenon e di Tintin: un Paese insomma dove la fantasia, in alcuni momenti, prevale sulla realtà e sul buon senso.