Fabio Cavalera, Corriere della Sera 24/9/2007, 24 settembre 2007
CON UN COMMENTO DELLA MASCI
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO – «Lasciate ferma la macchina, camminate, riprendete la bicicletta, usate il mezzo pubblico ». Un consiglio da bravi padri di famiglia. L’appello ambientalista di 108 sindaci, cosa mai vista, è stata una bella iniziativa, la prima del suo genere in Cina. Un gesto che testimonia come la sensibilità per l’inquinamento da traffico cominci ad avere un confortante riscontro anche da queste parti.
Peccato che di auto, ieri, ne siano circolate un fiume. Come sempre. E che il gesto di buona volontà (non vi erano obblighi e divieti) richiesto dai primi cittadini sia scivolato via senza che ne rimanesse traccia significativa. Anzi, un fallimento. Se mai fosse servita una controprova il «Free car day» l’ha data: i cinesi ormai sono come i 48 milioni di cittadini italiani sopra i 18 anni che possiedono 34 milioni di vetture, una ogni 1,4 abitanti. Portafoglio in crisi ma alla quattro ruote non si rinuncia mai. Figuriamoci, poi, se in Cina si tratta di dare retta niente più che a un amichevole suggerimento.
Un po’ di attenzione alle cifre: nel 1990 nella Repubblica Popolare circolavano 5 milioni e 540 mila veicoli e solo 820 mila (il 14,8 per cento) erano di privati. Di questi 580 mila erano camion o pullmini e 240 mila erano vetture per passeggeri. Sono trascorsi 17 anni e la situazione al giugno, secondo i dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica pubblicati dal settimanale governativo Beijing Review, ha subito una metamorfosi stupefacente.
Il numero delle auto private ha toccato la vetta dei 32 milioni pari al 60,48 per cento dell’intero traffico su strada. I cinesi patentati sono diventati 100 milioni. Considerando che l’80 per cento della popolazione, ossia l’80 per cento di un miliardo e 300 milioni di individui, vive sul 50 per cento del suo territorio e che se si volesse essere ancora più pignoli il 42 per cento della popolazione occupa il 12 per cento del territorio è facile comprendere quale concentrazione di veleni, di inconvenienti, di disastri si sommino nelle metropoli cinesi.
Aggiungiamoci pure che il processo di urbanizzazione marcia a un ritmo impressionante: 15 milioni di contadini si spostano ogni anno dalla campagna alla città; nel 1978 15 cinesi su cento vivevano nei perimetri urbani, adesso sono 42 su cento, tutti alla ricerca di benessere e del primo status symbol da mostrare, l’automobile. Ecco che il quadro è completo. Le quattro ruote, riconosce il settimanale del governo, portano piacere e comodità ma creano problemi di salute, pesano sui consumi energetici, impattano sull’ambiente in modo pesante. Dal 1977 al 2000 l’emissione di biossido di carbonio è triplicata e oggi la Cina conquista la medaglia d’oro di questa speciale classifica.
Non fa niente. I cinesi (non meno degli italiani) adorano il loro totem del terzo millennio. Lo coccolano, lo comprano e lo ricomprano. Vanno in ufficio, in vacanza, al parco. Ovunque. E se ne infischiano se 108 sindaci rinunciano per un giorno all’autista e girano col mezzo pubblico. Loro no. Il mezzo pubblico lo detestano. Solo 10 cinesi su cento, venti nelle città, lo utilizzano (lo ha sottolineato Wang Fengwu, dirigente del ministero delle Costruzioni). Record negativo.
Il mercato cinese dell’auto è da pochi mesi il secondo al mondo. Nel 2006 le vendite sono cresciute del 35 per cento. Le grandi aziende americane, tedesche e francesi, hanno addirittura deciso di tagliare i prezzi – i profitti lo consentono – pur di conquistare il cuore delle borghesia emergente. Non si guarda all’oggi ma al domani.
Il «Free car day» è stato significativo perché la Cina dei 108 sindaci ha dimostrato di avere capito che un po’ di giudizio e responsabilità a volte fa bene ai polmoni. Ma, forse, la Cina dei cento milioni di patentati e degli altrettanti in coda per diventarlo non ci ha creduto e non ci crede per niente, pensa il contrario altrimenti a Pechino nel tragitto dal secondo al terzo anello, non più di duemila metri in linea retta fra i cerchi di asfalto che chiudono il cuore della capitale, non si viaggerebbe a una velocità di 10 chilometri all’ora (dato della Banca Mondiale). Meglio le biciclette. O, se non ci fosse tutto questo smog, una leggera corsetta. Però la Cina ha provato. La prima volta è stato un buco nell’acqua. La prossima chissà.
PAOLO SALOM
MILANO – «Ma come stupirsi che il divieto sia stato ignorato? In Cina era la Festa della Luna. E poi la disciplina non è più quella di una volta». Risultato: strade piene di auto e aria mefitica. Come sempre.
Maria Rita Masci, sinologa, traduttrice di letteratura cinese contemporanea, sorride al pensiero che nessuna città della Repubblica popolare abbia dimostrato sufficiente «sensibilità ecologica». «Dopo tutti questi anni con l’acceleratore schiacciato al massimo, dopo che sviluppo e ricchezza sono diventati un "dovere" di ogni cittadino, difficile immaginare che improvvisamente sorga dal nulla il senso di rispetto per l’ambiente o la capacità di rinunciare a qualcosa che si è atteso una vita: l’auto». Inoltre, fa notare la Masci, «il governo ha proprio sbagliato giorno. Venerdì cadeva la ricorrenza della Festa della Luna che segna l’arrivo dell’autunno. In questo periodo, tutti i cinesi si precipitano a comprare i tipici dolcetti yuebing, biscotti riempiti di una pasta a base di fagioli di soia. Si dice che portino fortuna, perciò la gente fa a gara a comprare i più buoni e, soprattutto, a regalarli alle persone che contano: fidanzate, superiori gerarchici, amici e parenti. Sabato era la giornata ideale per queste commissioni». Come si poteva immaginare che i cinesi avrebbero lasciato le auto in garage? «Impossibile, è come se chiedessero a noi italiani di fermare il traffico alla vigilia di Natale: ma chi obbedirebbe?». Certo, l’idea che abbiamo in Occidente di un popolo rispettoso dell’autorità e soprattutto dei diktat del governo subito rispettati alla lettera è forse da aggiornare.
«Direi – risponde Maria Rita Masci – che vietare di consumare, in questo momento, è piuttosto difficile da imporre. Soprattutto dopo anni di propaganda in senso opposto. E comunque, certo, lo sviluppo ha allentato la disciplina. Erano previsti deterrenti, sanzioni come le multe? Perché altrimenti nemmeno da noi si sarebbero ottenuti risultati. Non solo in Cina». Infine, un pensiero ai prossimi Giochi. «Beh’ conclude Maria Rita Masci, un po’ sconfortata – se questo no car day era una prova per le prossime Olimpiadi, mi pare un fallimento totale. Ma non sarà che il governo si è dimenticato di informare a dovere i suoi cittadini?».