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 2007  settembre 22 Sabato calendario

MARCO ZATTERIN

CORRISPONDENTE DA BRUXELLES
La cosa che ha colpito di più nel dibattito sul supereuro all’incontro informale Ecofin di Oporto è stata la sostanziale assenza di dibattito. Per due giorni, insieme coi governatori delle rispettive banche centrali, i 27 ministri si sono confrontati lo scorso fine settimana sulla crisi finanziaria e sulle tendenze congiunturali, quasi snobbando i record a catena messi a segno dalla moneta unica. Niente da dire o nessun problema? Per Jean-Claude Juncker, navigato presidente dell’Eurogruppo, la risposta è la numero due. Il suo parere è che nessun rappresentante di Eurolandia, con l’eccezione dei francesi, vede alcuna necessità di intervenire sul tasso di cambio. «La sua forza mi preoccupa meno della sua debolezza nel 1999», ha sentenziato. E così ha chiuso una già esile discussione.
Il ministro delle Finanze belga, Didier Reynders, sintetizza l’atteggiamento di «non cale» verso il mini-dollaro con un secco proclama: «l’euro forte non è un problema se hai un’economia forte». La Commissione Ue è serena. Dieci giorni fa lo spagnolo Joaquin Almunia, responsabile per l’Economia, ha affermato di vedere il biglietto verde assestato fra 1,33 e 1,35 euro. «La tendenza non ha intaccato un contesto ancora favorevole nonostante la frenata di qualche decimale», ha precisato.
Innanzitutto, si fa notare a Palazzo Berlaymont, il super-euro mette al riparo dagli shock a cui il petrolio a quota 80 potrebbe sottoporci. «Paghiamo il barile in dollari - si spiega - e paghiamo il dollaro poco: in un contesto di domanda d’energia crescente è una mano santa». Reynders conferma: «Siamo più al riparo rispetto a pochi anni fa». L’unico vero aspetto da valutare con attenzione, è la linea del presidente della Bce Jean-Claude Trichet, sono i movimenti troppo repentini e l’eccessiva volatilità dei cambi. «Solo questi - assicura il banchiere centrale - sono indesiderabili per la crescita».
La Francia contesta la stretta politica monetaria di Francoforte e teme per l’export. Bruxelles minimizza. Un esperto tira fuori i dati sull’export italiano per argomentare la scarsa apprensione per quanto sta avvenendo. Il 45% del nostro export, dice, avviene nei confini di Eurolandia e, pertanto, non è influenzato dalle variazioni di cambio. Nei primi sei mesi 2007 le vendite italiane all’estero sono salite dell’11,6%. Il segno positivo è per tutte le aree salvo gli Usa, dove si registra una flessione del 2,2%. E’ il solo punto debole, legato fra l’altro al 6,8% della nostra attività internazionale. Tutto sommato, si fa notare, «non basta per dare l’allarme».
Oltre a ciò, gli economisti di Bruxelles invitano a soppesare gli effetti benefici che un tasso di interesse unico ha sui paesi più instabili per politica e finanza pubblica (come l’Italia).

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