Maurizio Molinari, La Stampa 22/9/2007, 22 settembre 2007
Con l’euro attestato oltre quota 1,40, il dollaro canadese che raggiunge la parità, oltre novecento miliardi di dollari in titoli di Stato Usa conservati nei forzieri cinesi e la crisi dei mutui che si annuncia a Wall Street tanto lunga quanto dolorosa il tema del giorno a Washington è la sorte del biglietto verde: c’è chi teme sia avviato verso un inesorabile declino e chi invece giudica l’attuale indebolimento solo apparente perché l’economia nazionale resta molto solida
Con l’euro attestato oltre quota 1,40, il dollaro canadese che raggiunge la parità, oltre novecento miliardi di dollari in titoli di Stato Usa conservati nei forzieri cinesi e la crisi dei mutui che si annuncia a Wall Street tanto lunga quanto dolorosa il tema del giorno a Washington è la sorte del biglietto verde: c’è chi teme sia avviato verso un inesorabile declino e chi invece giudica l’attuale indebolimento solo apparente perché l’economia nazionale resta molto solida. Per comprendere i peggiori timori all’orizzonte del dollaro bisogna ascoltare Desmond Lachman, ex vice direttore del dipartimento politico del Fondo monetario internazionale in forza all’American Enterprise Institute, secondo il quale il «campanello d’allarme viene non tanto dalla forza dell’euro ma dalla decisione dell’Arabia Saudita di non abbassare i tassi seguendo la Federal Reserve» con una inedita scelta di autonomia monetaria «che lascia temere la possibilità che non solo i sauditi ma anche Kuwait, Emirati Arabi e forse Venezuela e Russia scelgano di acquistare sempre meno dollari». Se ciò dovesse avvenire «l’America avrebbe difficoltà a trovare gli 800 miliardi di dollari annui che gli servono per fare fronte al deficit corrente». «Siamo in guai seri - aggiunge l’economista conservatore - perché la convergenza fra una crisi dei mutui che durerà ancora un paio di anni, il rischio di recessione e la diminuzione dell’importanza del dollaro come più importante moneta di riferimento degli scambi globali può innescare una spirale dalla velocità imprevedibile». E’ sul termine «imprevedibile» che si accumulano i timori perché, come aggiunge Dan Mitchell, economista del Cato Institute, «solo se il calo del dollaro avviene lentamente può essere gestito limitando i rischi dalla Federal Reserve» di Ben Bernanke. Mitchell imputa la vulnerabilità del biglietto verde alla politica seguita da Alan Greenspan negli ultimi due anni di guida della Federal Reserve: «Tenendo i tassi di interesse così bassi troppo a lungo ha fatto felici i politici di Washington ma ha causato un eccesso di liquidità sui mercati finanziari che ha gonfiato la bolla dei mutui e indebolito il dollaro». Dietro le analisi di Lachman e Mitchell c’è il timore di chi a Wall Street vede «un’America che rischia di tornare agli anni Settanta» sommando valuta debole e recessione ma sul fronte opposto vi sono quegli economisti che leggono diversamente la situazione economica. «I fondamentali dell’economia sono forti, la bilancia dei pagamenti con l’estero migliora di continuo e i capitali affluiscono in grande quantità» spiega Robert Solomon, l’economista della Brookings Institution con alle spalle undici anni nella Federal Reserve, secondo il quale «l’indebolimento del dollaro è un riflesso della crisi dei mutui non della debolezza dell’economia» e dunque «non esiste il pericolo di un collasso del biglietto verde». Lo scenario del collasso viene collegato in alcuni centri studi al ricorso da parte di Pechino dell’«opzione nucleare» ovvero la vendita sul mercato dei 900 miliardi di dollari in titoli di Stato Usa: una quantità tale da poter causare la bancarotta della stessa Federal Reserve. «Ma se la Cina dovesse farlo sarebbe lei la prima a rimetterci - obietta Robert Kubarych, ex capo economista della Borsa di New York oggi in forza al Council on Foreign Relations - perché la sua crescita è sostenuta dagli acquisti che provengono dagli Stati Uniti». Se yuan e dollaro «sono e restano valute espressone di interessi economici convergenti», Kubarych non crede al declino della valuta Usa: «Perde certo valore rispetto all’euro ma non allo yen e nella bilancia commerciale americana l’Asia conta tre volte più dell’Europa». Di fronte agli scenari valutari che rimbalzano dal Vecchio Continente, l’ex economista del New York Stock Exchange nonché esperto di Cina, ribatte: «Voi europei pensate che tutto ruoti attorno all’euro ma è una percezione sbagliata, appartenente al passato, Washington teme un indebolimento del dollaro rispetto alle valute asiatiche mentre è pressoché indifferente a ciò che avviene nel cambio con l’euro, per non parlare del Canada». La chiave di lettura di quanto sta avvenendo, conclude Kubarych, «non è a Francoforte ma a Tokio, dove si continuano a comprare dollari ad un valore alto». Stampa Articolo