Jacopo Iacoboni, La Stampa 22/9/2007, 22 settembre 2007
Claudio è bravo», disse una volta l’allora premier D’Alema, «è il migliore dei nostri in Liguria, peccato che porti iella», tutti quei treni che avevano preso a scontrarsi quando lui era ministro dei Trasporti
Claudio è bravo», disse una volta l’allora premier D’Alema, «è il migliore dei nostri in Liguria, peccato che porti iella», tutti quei treni che avevano preso a scontrarsi quando lui era ministro dei Trasporti... Dai treni alle macchine cambia il mezzo ma la iella di Burlando coi trasporti è la stessa, stando al suo racconto. I nemici dicono però che non è semplice iella: è il contrappasso del potere, che talora coniuga iattanza e ingenuità. La bomba è comunque esplosa, nei tempi di Grillo e dell’Antipolitica un politico di spicco che guida contromano e senza patente resta un infortunio non male. Anche se Claudio Burlando, governatore della Liguria, diessino, ne riduce la portata. Domenica scorsa alle dodici ha imboccato contromano una stradina sulla collina degli Erzelli, Genova. Sul fatto esistono due versioni diverse, una - su Repubblica - sostiene abbia sfiorato una mezza dozzina di incidenti, e abbia sventolato il tesserino scaduto da parlamentare. Risultato, niente multa. L’altra, fornita ora dal governatore, ammette: sì, guidava contromano e senza patente, ma ha percorso solo un breve tratto, incrociato solo una macchina, per fermarsi subito, appena s’è accorto dell’infrazione, e chiamare lui la stradale. Dice di aver tirato fuori il tesserino scaduto da parlamentare non per il tragicomico «lei non sa chi sono io», ma solo per farsi identificare, visto che aveva dimenticato la borsa con patente e carta d’identità. Perché non raccontare subito l’accaduto? «Ho commesso un errore, sì. Ho chiesto personalmente al questore (che conferma, nda.) di pagare tutto il dovuto; credo che mi verrà ritirata la patente». Il resto, il sistema di relazioni costruito in tanti anni di lavoro, quello è più difficile ritirarlo. Troppo solidamente ramificato e trasversale, in questa città. Burlando è uomo dai modi miti, ma a Genova non da tutti amatissimo. Sandro Biasotti, il governatore che l’ha preceduto, considera «comunque gravissimo che non gli sia stata fatta subito la multa». E chiede un passo indietro, le dimissioni. Difficile che arrivino, da un uomo che ha superato altre prove. Molto più hard. Nel ”92 quando finì in carcere, poi prosciolto, per una storia legata alla costruzione del Sottopasso antistante al porto antico di Genova, prima sembrò che fosse finito, poi che fosse un martire. Lo consideravano avviato a una luminosa carriera, lui, figlio di portuale, diventato poi ingegnere ed entrato nelle file dei dalemiani un po’ prima dei tempi della merchant bank di Palazzo Chigi. E’ stato allora che ha cominciato a lavorare a un progetto che riguarda «il volto della nuova Genova», dice lui; un immenso affare imprenditoriale, soprattutto edilizio, dicono altri. Raccontano che gli imprenditori con i quali meglio lavora oggi siano Aldo Spinelli, presidente del Livorno, un tempo piccolo operatore del trasporto, via via cresciuto in questi anni, e Carlo Castellano, presidente di Esaote, azienda di tecnologie sanitarie, già gambizzato dalle Br. E qui le amicizie, ironia della storia, incrociano l’ultimo incidente del Politico Contromano. Dov’è stato fermato Burlando? Appunto, agli Erzelli, alla guida di una Mitsubishi («non è intestata a me», dice quando gli si chiede se è vero sia della moglie). Dicono che all’affare sia interessata adesso anche la Eriksson. Spinelli è l’uomo che nel ”98 comprò l’area degli Erzelli, allora in dismissione, per soli otto miliardi di lire; l’ha rivenduta nove anni dopo per 40 milioni di euro. Burlando ebbe un ruolo? «Ero totalmente ignaro, da ministro, di quella vendita. Chiedete a Zara, che guidava l’azienda municipalizzata: non è vero che spinsi a favore dell’acquirente privato». Glielo continuano a rinfacciare, però. Anche perché Spinelli tornerà ciclicamente, nella Genova burlandiana. Per dire, è stato lesto a farsi da parte quando occorreva vendere, a un consorzio presieduto da Castellano. E i suoi container stipati agli Erzelli, che sarebbe stato costosissimo trasferire altrove, sono stati felicemente spostati in un’altra ex area industriale; un tempo indovinate di chi? Di Emilio Riva, a Cornigliano. Un milione e 500 mila metri quadrati di ex acciaierie che sarebbero dovuti andare in gestione, secondo un accordo firmato da Biasotti col governo Berlusconi, metà a Riva, metà al Comune. «Quell’accordo non fu applicato - dice Burlando - perché Riva si era impegnato a mantenere i livelli di occupazione se gli avessimo dato in gestione una parte ampia dell’area». La morale, dice un genovese doc, è che «Riva sta su un milione 250 mila metri quadri». A condizioni assai vantaggiose. Burlando vanta che l’intesa fu fatta per chiudere un altoforno che intossicava gli abitanti di Cornigliano. «Mi misi d’accordo con Scajola, allora ministro». Per descrivere il rapporto tra i due L’Espresso scrisse appunto di «due Claudio che si sono spartiti la Regione». Uno dei due (il compagno) spedì una letteraccia al settimanale. Don Gianni Baget Bozzo sostiene che «il perno del potere burlandiano sono le coop, e il disegno di tenere Genova isolata da Milano, per poterne fare la terza regione rossa». In questi anni la prima impresa cittadina per volume di affari è diventata una coop di Reggio, Coopsette, che in fasi diverse s’è pappata - tutto in regola, per carità - bocconi ghiotti nella dismissione della Genova post-industriale, dal porto antico al sottopasso, dal terminal traghetti alla vecchia sede dell’Ilva diventata grande albergo, per arrivare all’ampliamento della Fiera del mare. Ancora prima: la riconversione di Fiumara, ex area Ansaldo; o di San Biagio, dove c’era la raffineria Garrone, del presidente della Samp. E’ ormai leggenda, a Genova, il «club dello scopone» che ogni lunedì si vede al ristorante Europa; ne fanno parte Burlando, Aldo Spinelli, il camallo Paride Batini, talora passano a salutarli il capo dei gestori del terminal traghetti Luigi Negri, l’assicuratore Franco Lazzarini, il presidente di Carige Giovanni Berneschi. Negano di costituire una rete, non negano «stima reciproca». Ad altri genovesi questo non piace, Fabio Fazio su Micromega ha scritto «a Genova è come dopo la guerra, quando la mentalità era costruire a tutti i costi»; Antonio Ricci bastona da anni il Politico Contromano. E Grillo, beh Grillo è Grillo, figuratevi cosa scrive a Burlando sul suo blog. Ma sono via, tutti e tre. Diceva Fabiano Fabiani vent’anni fa, quando arrivava qui al timone di Finmeccanica, «Genova è un villaggio, vi conoscete tutti». Non tutti si amano, però, e le strade e gli svincoli, cantava De Gregori, sono «micidiali», figurarsi contromano.