Vari, la Repubblica 22/9/2007, 22 settembre 2007
TRE ARTICOLI DI REPUBBLICA DEDICATI AGLI SCETTICI DELL’AMBIENTALISMO, CIOE’ A COLORO CHE NON CREDONO ALLE PREVISIONI CATASTROFICHE, PER ESEMPIO, DELL’ICCP (TUTTI DEL 22/9/2007)
ELENA DUSI
L´hanno soprannominato il "complotto degli scettici". E a rendere il dibattito meno limpido hanno contribuito quei 10mila dollari offerti dalla ExxonMobil a climatologi ed economisti attraverso l´American Enterprise Institute, think tank vicino alla Casa Bianca. Era l´inizio di febbraio e l´Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) aveva appena pubblicato i suoi dati a Parigi. Non solo il clima del pianeta si sta riscaldando - concludeva il rapporto - ma la causa del cambiamento è «molto probabilmente» l´attività umana. L´American Enterprise Institute cercò di arruolare in fretta e furia scienziati "contro" per rinsaldare il fronte degli scettici e rintuzzare gli argomenti di quegli «ambientalisti apocalittici» (per usare le parole di Patrick Michaels dell´università della Virginia in un articolo sul Washington Post del 1989) che «hanno creato la più popolare fra le nuove religioni dai tempi del marxismo».
Oggi molti argomenti dei "negazionisti" si sono sciolti di fronte ai dati di termometri di terra e di mare. Ma se gli scettici sono arretrati, lo hanno fatto solo per arroccarsi su posizioni meglio difendibili. Richard Lindzen, climatologo del Massachusetts Institute of Technology, ieri ha usato un fuoco di fila di interrogativi per sfidare il Nobel italiano Carlo Rubbia, sostenitore del protocollo di Kyoto, alla conferenza di Venezia "Il futuro della Scienza". «Chi ci dice che la colpa del riscaldamento globale sia dell´effetto serra? E chi ci dice che sia la Co2 ad aumentare le temperature? Non conosciamo il clima di un secolo fa. Come possiamo azzardare conclusioni tanto allarmanti?». Di fronte al Congresso americano, il repubblicano Dana Rohrabacher ha rincarato la dose: «Chi dà all´uomo tanta tracotanza da indurlo a pensare che con il suo comportamento può causare al pianeta sconvolgimenti così profondi?».
Le posizioni sono spaccate lungo le faglie dei continenti, con europei e giapponesi propensi a credere che l´uomo sia responsabile dei cambiamenti climatici, mentre americani e australiani sono più scettici. Un sondaggio citato da Newsweek il 13 agosto in un servizio intitolato "I negazionisti: una macchina ben finanziata" rivela che il 64% degli americani ritiene che fra gli scienziati ci siano "forti dubbi" sulla consistenza del cambiamento climatico. Solo un terzo crede invece nel legame fra riscaldamento delle temperature e attività umane. Percentuali esattamente capovolte si ritrovano in Giappone ed Europa. E sempre a Venezia, ieri, un gruppo di 21 scienziati partecipanti al convegno ha firmato un appello a difesa dei dati dell´Ipcc, «basati sul lavoro di una comunità scientifica interdisciplinare e sottoposto a processi di attenta revisione». Lo stesso George Bush ha adottato una posizione più laica e una settimana fa il suo consigliere scientifico John Marburger ha ammesso che «al 90% il riscaldamento è dovuto a cause umane». Per giovedì prossimo il presidente ha convocato a Washington una conferenza internazionale per dare nuovi limiti agli inquinanti. Il governatore della California Arnold Schwarzenegger ha emanato una norma per ridurre dell´80% il Co2 entro il 2050, seguito dai colleghi di Minnesota e New Jersey. Il premier australiano John Howard è uscito dalle file degli scettici e ha promesso di impegnarsi per la riduzione dei gas serra. Se poi alla Casa Bianca l´anno prossimo dovesse cambiare bandiera, ai negazionisti non rimarrà più spazio per esporre i loro dubbi.
ROBERT J.SAMUELSON
Noialtri giornalisti ci lanciamo spesso in vere e proprie crociate morali. Una delle più recenti riguarda il riscaldamento del clima. Purtroppo, la nostra indignazione moralizzatrice non sempre giova e si accorda con un giornalismo di qualità. quanto si evince chiaramente da un recente dossier di Newsweek sul riscaldamento del pianeta: se ne deduce infatti che quando si tende a contrapporre il bene e il male capita di semplificare eccessivamente una questione di per sé alquanto complessa. ormai evidente a tutti che il riscaldamento climatico è una realtà. L´unica domanda da porsi è come reagirvi.
Se avete perso l´articolo pubblicato da Newsweek, eccovene una sintesi. «In tema di riscaldamento del pianeta, una campagna ben coordinata che ha beneficiato di cospicui finanziamenti ed è stata condotta da scienziati scettici, think tank neoliberali e industriali, ha seminato una cortina di dubbi». Questa "denial machine" (apparato che demolisce una tesi, ndt) avrebbe intralciato la lotta contro il riscaldamento del globo e continuerebbe a farlo a pieno regime. Morale dell´articolo: smantelliamo le tesi sostenute da questa "denial machine" e il Paese potrà finalmente affrontare seriamente il problema. Leggere l´articolo è stato molto interessante, peccato solo che sia in errore.
Un silenzio assordante grava su un punto chiave del dibattito sul riscaldamento: noi non abbiamo la tecnologia necessaria a farvi fronte. Perché ci si possa riuscire non basta che Arnold Schwarzenegger intenda abbassare dell´80% da qui al 2050 i livelli di emissioni di CO2 degli anni Novanta. Nella migliore delle ipotesi potremo limitare l´aumento di tali emissioni.
Se dobbiamo prestar fede a uno studio pubblicato nel 2006 dall´Agenzia Internazionale per l´Energia, le politiche attuali comporteranno il raddoppiamento delle emissioni di biossido di carbonio (uno dei principali gas serra) da qui al 2050: questo aumento sarebbe dovuto ai Paesi in via di sviluppo nella misura del 70%. La Iea ha altresì simulato il livello di emissioni che si produrrebbero qualora facessimo ricorso in massa alle migliori tecnologie oggi disponibili: l´energia solare ed eolica, le biomasse, automobili più "verdi", elettrodomestici ed edifici in grado di risparmiare maggiormente l´energia, un aumento di produzione dell´energia nucleare. Ebbene: anche in base a questa ipotesi utopistica, le emissioni in tutto il mondo nel 2050 supererebbero leggermente i relativi livelli del 2003.
Nondimeno, se noi riuscissimo a ridurre in modo sostanziale le emissioni, il risparmio sarebbe senza alcun dubbio neutralizzato dall´aumento dei consumi energetici in Cina e altrove. Secondo le proiezioni del McKinsey Global Institute, tra il 2003 e il 2020 il numero delle automobili circolanti in Cina sarà passato da 26 milioni a 120 milioni, la superficie media degli insediamenti urbani sarà cresciuta del 50% e la crescita annuale media della domanda energetica sarà del 4,4%. Se anche potessimo gestire al meglio e in modo ottimale l´energia, il fabbisogno energetico aumenterà come minimo del 2,8% annuo.
A fronte di queste realtà, la "denial machine" di Newsweek non ha poi così tanto peso. La sua influenza resta modesta. I grandi media le sono stati in genere ostili: non hanno mai smesso di presentare il riscaldamento terrestre come una grave minaccia. Nel 1988 Newsweek così titolava: "Effetto serra: in vista il rischio di molte più estati calde". Nel 2006 una copertina di Time era decisamente molto più allarmista: "Dovreste preoccuparvi. Preoccuparvi molto".
Ma allora: che fare in merito al riscaldamento? Siamo in presenza di un vero rompicapo. Ovviamente occorre puntare sulla ricerca e lo sviluppo. I progressi in campi differenti, come le biomasse, il nucleare, il sequestro dell´anidride carbonica, o le batterie per le vetture ibride potranno contribuire a far risparmiare energia. Ma dovremo altresì arrenderci all´evidenza, accettando il rischio di passare per pessimi americani: non abbiamo una soluzione a questo problema.
Quando discutiamo di riscaldamento del clima, noi giornalisti dovremmo resistere alla tentazione di presentare le cose su un piano moralistico, come ha fatto Newsweek. Da questo punto di vista coloro che contestano la gravità del problema o la validità delle soluzioni proposte sono sistematicamente scherniti e presi in giro, considerati ingenui, o se preferite "illuminati" o lacché dell´industria. In democrazia, invece, il diritto di pensarla in altro modo è un diritto essenziale. O quanto meno così dovrebbe essere.
(Copyright Washington Post
- la Repubblica
Traduzione di Anna Bissanti)
ANTONIO CIANCIULLO
Jeremy Rifkin ha appena concluso il tour delle capitali europee come ambasciatore del nuovo modello energetico: sole, vento, idrogeno, efficienza, una terapia morbida ma urgente per guarire il male planetario del secolo, il cambiamento climatico che minaccia le radici del nostro equilibrio. Eppure, mentre si discute del futuro, proprio alla vigilia della conferenza sul clima che si aprirà lunedì a New York, cresce la spinta dei negazionisti e dei filonucleari. Che credibilità ha chi mette in discussione il rapporto tra l´azione umana e il riscaldamento globale?
«Per vent´anni i migliori scienziati del mondo hanno analizzato il problema, hanno fatto ricerche, si sono scambiati informazioni. E sono arrivati alla conclusione che, con una probabilità che supera il 90%, il cambiamento climatico in atto è colpa dell´uomo. Cos´altro dobbiamo sentirci dire prima di chiudere il rubinetto dei gas serra che minacciano la nostra esistenza?».
Nel settembre scorso la Royal Society ha accusato la Exxon di aver distribuito 2,9 milioni di dollari alle lobby anti ambientaliste per minimizzare i rischi legati al cambiamento climatico. Secondo lei ci sono interessi economici dietro la campagna negazionista?
«Il pressing di queste lobby è evidente. Ed è veramente bizzarro, di fronte all´accuratezza delle ricerche condotte dalla comunità scientifica, dare ancora credito a posizioni negazioniste, come è recentemente avvenuto anche in Italia. Il lavoro dell´Intergovernamental Panel on Climate Change, il gruppo di scienziati coordinati dalle Nazioni Unite, è stato così stringente che perfino George Bush, l´uomo che ha stracciato gli accordi di Kyoto, ha dovuto ammettere che il cambiamento climatico è una minaccia reale».
Proprio perché è una minaccia reale sta riprendendo quota il nucleare, che non comporta emissioni di anidride carbonica.
«Il nucleare è una tecnologia figlia della guerra fredda, non ha futuro. Bastano quattro punti per dimostrarlo. Primo: per ottenere un rallentamento visibile della crescita del riscaldamento climatico bisognerebbe costruire una centrale nucleare a settimana per 63 anni, al costo di 2 miliardi di dollari a centrale. Secondo: dopo 18 anni di ricerca e 9 miliardi di dollari di spesa, il cimitero radioattivo nelle montagne dello Utah si è rivelato un fallimento, non c´è soluzione per le scorie nucleari. Terzo: per il raffreddamento delle centrali nucleari francesi viene usato il 55% dell´acqua disponibile e nell´estate terribile del 2003, un picco di caldo che diventerà sempre più frequente, gli impianti atomici si sono dovuti fermare. Quarto: due anni fa un attacco al sistema nucleare di Sidney è stato evitato all´ultimo momento; la proliferazione delle centrali è una manna per i terroristi».
C´è chi punta sui reattori di quarta generazione: più piccoli, più sicuri, più economici.
« una sciocchezza. Questa tecnologia potrebbe, forse, essere matura tra vent´anni. Ma allora il pianeta si sarà scaldato in maniera intollerabile se non adotteremo subito rimedi radicali. L´Ipcc lo ha detto con chiarezza: in assenza di correttivi, entro 7 anni gli effetti del cambiamento climatico raggiungeranno una dimensione devastante. arrivato il tempo dell´azione. E, visto che le risorse sono limitate, occorre scegliere: o si investe sulle tecnologie del passato, sul nucleare e sul carbone, o si scommette sulle fonti rinnovabili e sull´idrogeno. I politici devono decidere e spiegarlo ai cittadini».
Quali previsioni si sente di fare dopo i contatti con i ministri europei?
«L´Europa ha già scelto. Ha definito un traguardo ambizioso per il 2020: 20% in più di efficienza, 20% in meno di emissioni serra, 20% di energia dalle rinnovabili. Ora bisogna muoversi in fretta e bene».
Solo verso le fonti rinnovabili?
«Efficienza energetica, rinnovabili e idrogeno sono i cardini del sistema energetico di cui il mondo ha bisogno. Ma fondamentale è lo spirito con cui questi elementi vanno collegati. Uranio e petrolio sono espressione di un vecchio modo di produrre, verticistico e centralizzato. Ormai siamo nell´era di Internet e di YouTube. I giovani sono abituati a cercare quello di cui hanno bisogno sul web, dando informazioni e prendendone. Ed è questo il modello che risulterà vincente anche in campo energetico: una rete flessibile, con contatori intelligenti che consentono di comprare e vendere elettricità, con software capaci di orientare e dosare i flussi di energia in funzione delle necessità del momento, con prezzi che fluttuano a secondo degli orari consentendo a tutti di regolare nel mondo più conveniente i consumi».