Mario Cobianchi, Panorama 27/9/2007., 27 settembre 2007
Panorama, giovedì 27 settembre Giuliano Poletti, presidente della Lega Coop, ex segretario della Federazione del Pci di Imola
Panorama, giovedì 27 settembre Giuliano Poletti, presidente della Lega Coop, ex segretario della Federazione del Pci di Imola. Turiddo Campaini, presidente della Coop Toscana, ex consigliere comunale dei Ds. Gilberto Coffari, presidente della Coop Adriatica, ex sindaco pci di Cervia dal 1976 al 1982, e, dal 1984 al 1994, consigliere provinciale ds a Ravenna. Si potrebbe continuare ma forse basta questo per dare un’idea dei legami che da sempre uniscono la sinistra italiana con il 3 per cento del pil del Paese. Ovvero con il sistema della Lega delle cooperative che, tutte insieme, fatturano ogni anno 50,5 miliardi di euro, pari, appunto, a circa il 3 per cento del prodotto interno lordo italiano. In effetti la stragrande maggioranza dei dirigenti della Lega delle cooperative (401 mila dipendenti, quasi 7,4 milioni di soci) è stata prima esponente del Pci-Pds-Ds e poi è diventata manager "cooperativo" salvo poi, per alcuni, tornare a fare politica a tempo pieno. Così, negli anni, si è creato un intreccio che Ivan Cicconi, ingegnere bolognese, direttore dell’Istituto per la trasparenza, aggiornamento e certificazione appalti e intellettuale di sinistra, ha definito "rito emiliano" che consiste nell’impossibilità di stabilire una linea di confine tra dove finisce la cooperativa e dove inizia il partito. Uno slogan che ha avuto fortuna tanto da essere "adottato" anche dal pm Gherardo Colombo per definire la sovrapposizione di interessi tra cooperative e partito. Uno dei settori in cui questo intreccio è più forte è quello della distribuzione organizzata nel quale la Lega delle cooperative è leader assoluta con 1.331 punti vendita tra supermercati, ipermercati e discount. Complessivamente in questo settore le "coop rosse" hanno realizzato, nel 2006, ricavi da vendite per 11,8 miliardi, un utile lordo di 379 milioni e un margine operativo lordo di 97, il 495 per cento in più rispetto al 2005. Risultati ottenuti anche grazie a notevoli benefici fiscali, finanziari e lavorativi che i concorrenti, come l’Esselunga ma anche come le catene straniere Auchan o Carrefour, non hanno. E che producono l’effetto di distorcere la concorrenza danneggiando per primi proprio i consumatori. Su questa differenza di trattamento le Coop, interpellate, non hanno voluto intervenire anche perché proprio su questi vantaggi fiscali è in atto una controversia tra il governo, che li difende, e Bruxelles, che non li vede di buon occhio. Il poderoso sistema di vantaggi di cui godono le Coop sono stati oggetto di diversi attacchi, ma con pochi risultati. Prima Michele Vietti nel 2004, poi Giulio Tremonti nel 2005 e infine la Finanziaria 2007 ci hanno provato. Ora per esempio i benefici fiscali devono essere a favore solo delle cooperative "a mutualità prevalente", ovvero di quelle organizzazioni nelle quali i soci sono protagonisti. Ma, secondo i dati del ministero dello Sviluppo economico, che Panorama ha potuto visionare, su 72.274 cooperative italiane ben 67.979, cioè il 94 per cento (comprese le Coop della grande distribuzione), si autodefiniscono a "mutualità prevalente" con il diritto a ottenere le numerose agevolazioni soprattutto fiscali. La più importante è la possibilità di calcolare ai fini Ires (imposta sul reddito delle società) solo il 30 per cento dell’imponibile. Secondo l’analisi di Paolo Costanzo, fiscalista milanese, autore di un libro proprio sui profili tributari delle cooperative, Unicoop Firenze, la più importante in quanto a ricavi (2 miliardi), ha pagato, nel 2005, in totale appena 8 milioni circa di imposte a fronte di 98 milioni di utile ante imposte. Appena l’8 per cento. Come mai? Il segreto sta proprio nella determinazione della base imponibile che per le coop è inferiore rispetto a quella di aziende "normali". L’altro grande vantaggio riguarda l’Irap (imposta regionale sulle imprese) del quale beneficia la gestione finanziaria. Le cooperative, in effetti, si comportano come una banca vera e propria dato che possono sollecitare il pubblico risparmio dei soci, senza però essere sottoposte agli stringenti controlli della Banca d’Italia. Alla fine dell’anno scorso i soci delle Coop di consumo avevano versato 11,4 miliardi di euro (300 milioni in più rispetto al 2005) che, insieme a quelli prodotti dalla cassa ordinaria, sono stati investiti in strumenti finanziari. Nel 2006 questi investimenti hanno prodotto un rendimento di 283 milioni di euro. In una banca questa attività rientra nella gestione ordinaria, e quindi l’Irap si paga per intero. Nelle aziende con posizione finanziaria positiva, come nel caso delle Coop, no. Così, sempre secondo l’analisi di Costanzo, le Coop hanno ottenuto un risparmio fiscale di altri 12 milioni di euro. Un altro importante vantaggio riguarda il diritto del lavoro. Nel 2001 il governo Amato (ministro del Lavoro era Cesare Salvi) approvò una legge, la 231, che permette di non applicare l’articolo 18 ai soci-lavoratori delle cooperative che possono quindi essere licenziati anche senza giusta causa. Cessando di essere dipendenti, cessano anche di essere soci, mentre l’articolo 18 si applica solo ai dipendenti non soci. Ecco perché le cooperative preferiscono avere dei soci come dipendenti: sia per rientrare nei parametri della "mutualità prevalente" sia per godere di una maggiore flessibilità nella gestione del personale. Il risultato? Una distorsione della concorrenza a danno delle imprese "normali" che devono fare i conti non solo con una tassazione più alta, ma soprattutto con un concorrente con solidi agganci nella politica. Ne sa qualcosa Bernardo Caprotti che proprio sui tanti vantaggi delle Coop di consumo ha scritto addirittura un libro. Mario Cobianchi