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 2007  settembre 22 Sabato calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 24 SETTEMBRE 2007

«Bisogna prepararsi per il peggio, e il peggio è la guerra», ha detto il 16 settembre Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese. [1] Il generale Wesley Clark (comandante delle forze Nato nella guerra del Kosovo del 1999): «Il prossimo conflitto più probabile è quello con l’Iran, uno Stato radicale che l’America da circa trent’anni cerca di isolare nel panorama internazionale, uno Stato che di questi tempi minaccia di destabilizzare ancor più il Medio Oriente con le sue mire espansionistiche, il suo supporto agli intermediari del terrorismo come il gruppo libanese Hezbollah e Hamas a Gaza e in Cisgiordania, e il suo supporto su larga scala alle milizie radicali sciite in Iraq. Nel momento in cui l’Iran pare essere sempre più vicino a dotarsi dell’atomica, pressoché tutti i leader statunitensi - e tutti coloro che aspirano alla presidenza - hanno detto chiaramente che non permetteranno a Teheran di perseguire tale obiettivo». [2]

La Casa Bianca sarebbe divisa con Dick Cheney nella parte del falco e Condoleezza Rice in quella della colomba. Mario Calabresi: «Il vicepresidente sarebbe sostenitore di un’azione mirata e preventiva contro le strutture dove si prepara il nucleare iraniano, per impedire che il regime di Ahmadinejad possa arrivare a possedere la bomba atomica. Mentre il segretario di Stato è impegnata in una politica che tenga insieme l’offensiva diplomatica e un progressivo rafforzamento delle sanzioni contro Teheran. Lo schema della Rice, che da studiosa dell’Unione Sovietica ripete un modello già sperimentato con Mosca, si muove all’interno dell’Onu con la convinzione che l’isolamento crescente dell’Iran possa indebolirlo e spingerlo alla trattativa». [3]

Gli ottimisti sperano che alla fine si possa ottenere che anche l’Iran, come già la Libia e la Corea, rinunci all’arma atomica. Jean Daniel: «A quest’argomento il partito della fermezza risponde che i libici e i coreani hanno creduto nella realtà della minaccia americana, mentre a loro parere ciò non sarebbe più vero nel caso degli iraniani. Senza dubbio, la situazione attuale non è in alcun modo identica a quella che ha preceduto la guerra in Iraq. Può darsi che l’Iran non sia lontano dal possedere quelle armi di distruzione di massa che l’Iraq non aveva. Le intenzioni aggressive e antioccidentali dei dirigenti iraniani sono assai più credibili dei sospetti che si potevano avere sulle mire recondite di Saddam Hussein. Tutto questo, è essenziale precisarlo nel momento in cui si prende in considerazione l’eventualità di un conflitto con Teheran». [4]

Alcune precisazioni d’aiuto a chi voglia farsi un’idea non ideologicamente prevenuta sulla questione. Vittorio R. Parsi: « 1) l’Iran sbaglia se si illude di poter portare a termine il suo progetto nucleare. Persino la Nord Corea ha dovuto rinunciarvi, e questo nonostante il regime coreano non fosse minimamente sospettato di mire egemoniche nella propria regione (mire che viceversa l’Iran non fa nulla per nascondere); 2) il rapporto del generale Petraeus è stato durissimo nei confronti del ruolo giocato dall’Iran tanto in Afghanistan quanto in Iraq nel sostenere la guerriglia e sulla necessità di bloccare le aspirazioni di Teheran: su questo punto il consenso negli Usa è bipartisan; 3) la possibilità di evitare uno scontro militare dipende dalla credibilità degli strumenti alternativi alle bombe. Questo rende le sanzioni tanto più inevitabili quanto più l’Iran insiste nel suo atteggiamento, e ogni ritardo o dilazioni avvicina il rischio dell’opzione militare». [5] Nicolas Sarkozy, presidente francese: «O la Bomba iraniana o il bombardamento dell’Iran». [6]

L’Onu sta negoziando con Teheran da quattro anni e sembra aver fallito. John Bolton, ex ambasciatore Usa all’Onu (stretto collaboratore di Cheney): «Nel frattempo gli iraniani hanno potuto accumulare ciò che gli serve per il programma nucleare. Anche perchè al Consiglio di Sicurezza la Russia continua a fare interdizione. Che venga approvata una risoluzione robusta o meno oramai è evidente che la diplomazia non impedirà a Teheran di ottenere un ordigno nucleare». [7] Vincenzo Nigro: «Russia e Cina hanno confermato che non pensano affatto a una guerra per bloccare il nucleare iraniano e sono molto fredde anche su nuove sanzioni economiche all’Iran. E siccome Russia e Cina sono in Consiglio di sicurezza, una guerra con l’approvazione dell’Onu sarebbe impossibile». [8]

Evocando la guerra, Kouchner ha distolto l’attenzione della comunità internazionale dalla vera svolta in corso nelle cancellerie europee: un nuovo regime di sanzioni al di fuori dell’Onu, se i negoziati per una terza risoluzione contro l’Iran dovessero trascinarsi ancora a lungo, come molti prevedono. Questa strategia nasce soprattutto dell’ostruzionismo del direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), Mohammed El Baradei. Emanuele Ottolenghi: « stato l’accordo negoziato da El Baradei con l’Iran a ritardare ad infinitum la terza risoluzione e a dare tempo all’Iran per risolvere i problemi tecnici che il suo programma avrebbe incontrato. El Baradei ha rimosso la precondizione che l’Iran interrompa il processo di arricchimento in cambio di una maggior cooperazione con l’IAEA. In pratica, El Baradei ha fatto il gioco di Teheran e reso più difficile la strada della diplomazia multilaterale. La mancanza di risultati, con il tempo che scorre veloce verso il punto del non ritorno, ci costringe dunque a contemplare alternative». [9]

Cheney sta vincendo il braccio di ferro con la Rice. Ennio Caretto: «Cheney avrebbe fatto presente a Bush che tra gli Usa e l’Iran è già in corso ”una guerra per procura”, e che occorre dichiarare ”organizzazione terroristica” la Guardia rivoluzionaria di Teheran». [10] Andrea Nicastro: «I comandanti britannici a Bassora usano la stessa espressione: ”Proxy war”, guerra per delega, a indicare le ”influenze iraniane sull’Esercito del Mahdi”. Dai confini occidentali a quelli orientali dell’Iran lo scenario non cambia molto. In Afghanistan l’accusa a Teheran è di armare i talebani che combattono le truppe alleate. Gli iraniani negano in toto anche se paiono più convincenti sul fronte afghano che su quello iracheno. Teheran fa notare che i talebani (sunniti) sono sempre stati mortali nemici degli iraniani (sciiti) e quest’inedita alleanza avrebbe poco senso». [11]

Teheran risponde alle accuse americane con la stessa moneta. La settimana scorsa il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale, Alì Larijani, ha detto che «gli Usa armano gruppi ribelli come il curdo Pejak per compiere attentati contro di noi». Al Pentagono dicono di «non saperne nulla», ma Teheran insiste. Durante l’ultimo vertice della Lega Araba, Mohammad Baqiri, viceministro degli Esteri, è tornato ad accusare Washington. « un tipico esempio di ”doppio standard”. Da una parte ci incolpano di fornire esplosivi e armi agli insorti in Iraq e dall’altra fanno contro di noi esattamente ciò di cui ci accusano». [11] Mohamed Jafari, vice responsabile del Consiglio di sicurezza nazionale: «Quando arrestiamo i militanti del gruppo curdo Pejak, imbracciano mitra M16 americani. Dove li hanno trovati? I prigionieri confessano di averli ricevuti nelle basi americane in Iraq». [12]

L’unica speranza è un cambio di regime a Teheran per far arrivare alla guida dell’Iran dei leader non interessati alle armi nucleari. Bolton: «Ultima risorsa, l’uso della forza. Oggi siamo molto vicini a quest’ultima possibilità». [7] Nel caso, l’attacco avverrà probabilmente tra gennaio e febbraio. Jim Hoagland, columnist del Washington Post: «Più avanti il calendario politico restringerebbe le opzioni di Bush. Fin lì, il presidente avrebbe le mani relativamente libere. Poi, le primarie faranno emergere i candidati più forti alla Casa Bianca in entrambi i partiti e diventerà molto più difficile giustificare la scelta». [13] Gian Micalessin: «Il primo focolaio del grande incendio sarà Fajr, la base dei Pasdaran nel sud dell’Iran considerata la filiera degli ordigni che seminano morte tra le truppe americane in Irak. La distruzione di Fajr innescherà - verosimilmente - i tentativi iraniani di bloccare il traffico petrolifero in tutto il Golfo». [14]

Gli Stati Uniti avrebbero a quel punto il pretesto per sferrare il colpo di maglio ai siti nucleari. Micalessin: «L’escalation, dalle prime scaramucce di terra all’attacco generale, non potrà durare più di una settimana. In quel tempo limite - mentre le truppe americane in Irak fronteggeranno la guerra d’attrito sul fronte iracheno e la massiccia offensiva iraniana - l’aviazione dovrà annientare l’apparato militare di Teheran e i siti nucleari. Secondo Sam Gardiner, un ex alto ufficiale dell’aviazione statunitense oggi docente di Strategia militare, solo la distruzione dei siti nucleari richiederà 400 incursioni disseminate nell’arco di almeno cinque giorni con l’utilizzo, in 75 casi, di ordigni capaci di penetrare per decine di metri nel sottosuolo». [14] Come reagirebbe il pubblico americano? Hoagland: «La reazione iniziale sarebbe di appoggiare i soldati e la decisione del presidente. Poi dipenderebbe anche dall’esito della missione e dalle reazioni internazionali: se non fosse rapido e positivo, il dissenso si farebbe strada». [13]

Domani il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sarà a New York per l’apertura della 62ma Assemblea generale delle Nazioni Unite (con un visto che ne limita i movimenti in un raggio di 40 chilometri dal Palazzo di Vetro). La sua richiesta di rendere omaggio alle vittime dell’11 settembre è stata respinta (Bush: « il capo del Paese che sponsorizza il terrorismo. Ground Zero non è un posto per lui»). Oggi dovrebbe parlare alla Columbia University, ospite del ”World Leaders Forum” con la presidentessa cilena Michelle Bachelet, il presidente del Turkmenistan Gurbanguly Berdymukhammedov, il presidente del Malawi Binguwa Mutharika, il presidente dell’Estonia Toomas Hendrik Ilves e il presidente della Georgia Mikheil Saakashvili. I 600 biglietti per ascoltarlo, distribuiti gratis online, sono andati a ruba in pochi minuti. Alessandra Farkas: «Molti studenti si sono affrettati a rimetterli in vendita al miglior offerente su siti quali Craiglist.org». [15]