La Repubblica Affari & Finanza 10/09/2007, GIOVANNI PONS, 10 settembre 2007
Generali, la battaglia finale. La Repubblica Affari & Finanza 10 settembre 2007. Passano gli anni, la finanza diventa globale insieme alle sue crisi ma in Italia si torna sempre a parlare delle Generali, la grande incompiuta del capitalismo italiano
Generali, la battaglia finale. La Repubblica Affari & Finanza 10 settembre 2007. Passano gli anni, la finanza diventa globale insieme alle sue crisi ma in Italia si torna sempre a parlare delle Generali, la grande incompiuta del capitalismo italiano. E a tenere banco, come ai tempi di Enrico Cuccia e Cesare Merzagora, è l’ assetto di controllo della compagnia, considerata da oltre 50 anni la cassaforte in grado di puntellare il fragile sistema economico e finanziario del nostro paese. Vi è inoltre una diffusa sensazione che a Trieste si faccia fatica a stare al passo con i tempi. Basti ricordare che nel lontano 1979 il passaggio della presidenza da Merzagora a Enrico Randone sancì anche la presa della gestione sulle Generali da parte di Mediobanca e Lazard attraverso un ben congegnato patto di sindacato. Ebbene quella presa del potere dura ancora ai giorni nostri. E e anzi si è rafforzata, essendo Mediobanca primo azionista del Leone di Trieste con il 14% ed essendo Antoine Bernheim l’ ex partner della banca d’ affari parigina che nel 1973 siglò l’ ingresso di Lazard nel capitale di Generali ancor oggi seduto sulla poltrona più prestigiosa della compagnia. Le analogie con la situazione di trent’ anni fa non finiscono qui. Anche oggi, come allora, l’ assetto proprietario è al centro di una contesa. Alla fine degli anni ’ 70 era Merzagora con il suo nome e la sua autorevolezza a cercare di contenere l’ avanzata di Cuccia e dei francesi allora rappresentati da André Meyer e Bernheim, già allora fedeli alleati di Mediobanca. Oggi è Giovanni Bazoli e il primo gruppo bancario italiano costruito intorno a Intesa Sanpaolo a proporsi come "contrappeso" a Piazzetta Cuccia e agli azionisti francesi che dal 2003 costituiscono una componente importante di quel mondo. Bazoli e Cuccia hanno sempre combattuto nell’ arena finanziaria italiana su fronti contrapposti, basti pensare ai tentativi della Comit di conquistare l’ Ambroveneto nel corso degli anni ’ 90. Ma quando alla fine del 1999 il banchiere siciliano consegnò la stessa Comit nelle mani di Banca Intesa impose una condizione che pesa ancora oggi come un macigno: a Bazoli fu chiesto di uscire con la Comit dall’ azionariato di Mediobanca, nella quale era presente fin dai tempi della sua costituzione. L’ obbiettivo era evidentemente quello di spezzare il filo che conduceva direttamente a Generali. Un filo che Intesa cercò di riannodare successivamente realizzando un’ alleanza industriale con la compagnia di Trieste, poi suggellato da uno scambio azionario tra i due gruppi. Oggi il gruppo Generali è una realtà molto ampia e diversificata che si colloca al terzo posto tra le compagnie assicurative a livello europeo. E’ presente in 44 paesi del mondo, spaziando dal Sudamerica all’ Europa dell’ est, ha una raccolta premi di 64 miliardi di euro e una capitalizzazione di Borsa di circa 42 miliardi. La sua redditività è cresciuta negli ultimi tre anni da 1,2 a 2,4 miliardi di euro anche se è ancora inferiore agli altri colossi europei come la francese Axa e la tedesca Allianz. E’ giusto, dunque, e forse anche normale che ci si ponga il problema di chi meglio di altri debba controllare un colosso di tal fatta. La scintilla che ha riaperto le ostilità poco prima dell’ estate è scoppiata con l’ annuncio del matrimonio tra Unicredit e Capitalia, i due principali azionisti di Mediobanca. L’ abbraccio tra i due gruppi, secondo Bazoli, ha delle conseguenze proprio sulle Generali. In pratica la banca aggregante, l’ Unicredit Group guidato da Alessandro Profumo, andrebbe ad assumere un’ influenza dominante su Trieste in quanto primo azionista di Mediobanca la quale a sua volta è il primo azionista di Generali. Fino ad arrivare ad Intesa di cui Generali possiede il 5%. Per ovviare a questa situazione Profumo e il neo presidente di Piazzetta Cuccia Cesare Geronzi hanno di loro sponte annunciato delle misure volte a garantire un certo grado di autonomia sia di Mediobanca che di Generali. Verranno vendute le partecipazioni dirette di Unicredit e Capitalia a Trieste, verrà ceduta la quota di Capitalia in Piazzetta Cuccia (9,39%) e nel consiglio di amministrazione di Unicredit quando si parla di temi assicurativi si dovranno astenere i consiglieri (Dieter Rampl e Fabrizio Palenzona) che rappresentano l’ istituto in Mediobanca. Ora si attende di conoscere il giudizio dell’ autorità antitrust la quale in altre occasioni ha già individuato un controllo di fatto di Mediobanca su Generali e in ogni caso l’ impossibilità di creare in assemblea maggioranze alternative. Inoltre la presa su Generali fa perno sul comitato esecutivo di questa, composto per sei membri su sette da uomini indicati da Mediobanca. Con una situazione di questo tipo ci si chiede quale possa essere l’ approdo finale della più grande compagnia assicurativa italiana. E per rispondere a questa domanda occorre considerare le sollecitazioni che arrivano dal mercato, dal momento che una fetta importante del capitale di Generali, diciamo il 70%, è diffuso tra investitori piccoli e medi. Una serie di nomi importanti, come per esempio la De Agostini, ma anche hedge fund abituati a premere sul management in direzione di una maggiore efficienza, stanno considerando o hanno già considerato di dirottare parecchi soldi sulle Generali. La De Agostini, dopo aver venduto la Toro proprio alla compagnia di Trieste, vi ha reinvestito fino a 1,6 miliardi di euro sui 2,5 miliardi che aveva a disposizione. Segno che si aspetta progressi significativi nel prossimo futuro. GIOVANNI PONS