Italia Oggi 19/09/2007, Valentina Giannella, 19 settembre 2007
Italia Oggi 19 settembre 2007. La nuova struttura del quotidiano del gruppo Espresso: attualità nella prima parte e servizi speciali nella seconda
Italia Oggi 19 settembre 2007. La nuova struttura del quotidiano del gruppo Espresso: attualità nella prima parte e servizi speciali nella seconda. La Repubblica delle idee riparte da 2 Mauro: parliamo all’Italia che vuole crescere e fermarsi a pensare di Valentina Giannella La battaglia delle idee, della logica, dei progetti concreti, di un’Italia più Europa, di una sinistra più aperta e matura. Senza dimenticare il piacere della buona lettura. questo il progetto, già sperimentato da anni ma che oggi trova in edicola una forma editoriale studiata per esaltarne l’identità, della nuova Repubblica (in crescita ad agosto 2007: 583.998 copie). Che è divisa in due: la prima metà dedicata al quotidiano in senso stretto, la seconda ai servizi speciali, ai reportage, alle inchieste. "A tutto quello che abbiamo solo noi", come spiega a ItaliaOggi il direttore Ezio Mauro (58 anni), entrando nel suo ufficio di via Cristoforo Colombo a Roma. Fuori da questa grande stanza foderata di libri, molti dei quali antichi, i giornalisti percorrono veloci i corridoi a piccoli gruppi, entrano ed escono frenetici dalle porte del settimo piano, quello dell’ufficio centrale. Parlano di foto, dichiarazioni, treni da prendere per arrivare primi. Sono le sei di sera, l’ora in cui il giornale deve prendere forma. E da oggi, dopo tanti numeri zero, comincerà la nuova sfida di Repubblica: R2. " nei momenti di cambiamento che il giornale dà il meglio di sé. La bonaccia non fa per noi", sorride Mauro sedendosi dietro alla sua grande scrivania abitata da altri libri, giornali stranieri e una grande ciotola piena di caramelle. Domanda. Repubblica cambia. Perché? R. In realtà è cambiata in continuazione, dal mio arrivo (nel 1996, ndr). E molto velocemente. L’altro giorno ho preso un numero del 2000 e mi è sembrato un giornale vecchio, più vecchio degli anni che ci separano da quella data. D. Si è chiesto come mai? R. Perché è vivo. E come tutti gli organismi viventi si è spesso lasciato deformare dal contatto con la realtà, per raccontarla meglio. Dal giorno dopo, poi, quel pezzettino di modulo deformato ha preso una sua dimensione, coerente con il resto dell’organismo, e ne è entrato a far parte, arricchendolo. La realtà cambia i giornali in continuazione, l’importante è che ci sia una forte identità di fondo. Ma restyling, cioè verniciature, non ne abbiamo mai fatte. D. E il cambiamento di oggi come lo chiama? R. Questo è un ripensamento del quotidiano in quanto tale. Noi cambiamo noi stessi ma in effetti stiamo rivisitando il costume giornalistico. il compimento di un lavoro di tanti anni ed è l’esaltazione di quell’intuizione geniale scalfariana (da Eugenio Scalfari, fondatore e direttore di Repubblica prima di Ezio Mauro, ndr) che è l’incrocio tra il modulo del settimanale e quello del quotidiano. Siamo arrivati al punto che producevamo talmente tanti servizi speciali, inchieste, reportage, che abbiamo pensato fosse venuto il momento di raggrupparle e di dargli una propria forma a parte. D. Come si colloca il quotidiano, oggi, nella costellazione multimediale di Repubblica tra web, radio e tv? R. Siamo sempre più un sistema integrato di informazione. Al mattino mettiamo in mano al lettore un giornale di carta che organizza la giornata attraverso i moduli giornalisti tradizionali, ma anche innovativi come quella che abbiamo chiamato, e a cui tengo particolarmente, "La battaglia delle idee". Strumenti utili al confronto e alla comprensione, ma anche buone e piacevoli letture. Poi la giornata entra nel vivo e il giornale si prolunga su repubblica.it e su Repubblica tv, nuovi mezzi che riverberano la cultura giornalistica di Repubblica. Ciò che io chiamo "una certa idea dell’Italia". D. Sarebbe? R. Quella di un paese europeo, occidentale, moderno. Che deve crescere, che crede nel cambiamento. Repubblica è nata dicendo ai lettori che cambiare era possibile, e noi stessi siamo stati un vettore di rinnovamento, sotto molti aspetti, anche per altri giornali italiani. D. Come è nata la "battaglia delle idee"? R. nata all’inizio dell’ultima guerra in Iraq: quando abbiamo capito che i tradizionali strumenti di analisi giornalistica non erano sufficienti, abbiamo deciso di ospitare opinioni che potevano essere in assoluto dissonanti con la mia, o con quella media del giornale, e che tuttavia erano molto qualificate per spiegare che cosa stesse capitando. Secondo il principio che non è importante che cosa pensino, l’importante è che pensino e che ci aiutino a pensare. Ne è nata una rubrica, che è durata, e che oggi verrà sottolineata nella nuova parte del giornale. Credo che la battaglia delle idee la facciano da un lato Repubblica e dall’altra il Foglio. Certo per farlo, e per far capire il meccanismo ai lettori, bisogna avere una cultura molto ben delineata. E quella di Repubblica è ben piantata nel centro-sinistra, nel mondo liberal e progressista. D. Perché ha deciso di dividere in due il giornale? R. Questa cosa è nata per esigenze strettamente giornalistiche ma alla fine risponde a due reali esigenze del paese. La prima: non si potrà più dire che i giornali sono tutti uguali, perché mezzo lo facciamo completamente diverso. Cerchiamo di dedicare metà giornale a cose originali, che non si sentono ai tg della sera o nella schermata web che gli italiani guardano prima di andare a dormire. D. La seconda motivazione? R. Quella di recintare una parte di politica. Mi spiego meglio: io credo che la politica debba stare a capotavola, avere lei il mazzo, dare le carte in nome dell’interesse generale. Tuttavia, il cittadino si disconnette dalla politica che parla di se stessa. Quindi quella pura starà nella prima parte. Nella seconda ci sarà invece la politica capace di parlare di persone, di paesi, del mondo. Quella che presenta progetti concreti su sanità, famiglia, welfare e lavoro: tutto ciò che è concreto, commestibile, che fa parte della vita della gente. La politica politicante nei servizi speciali non entra in R2. Per intenderci, non ci posso mettere la festa dell’Udeur. D. Come cambia la grafica? R. Pulizia, ordine, bianco sono le parole chiave. Non ci sono più le icone in testa alle pagine, gli scassi nelle colonne. Cambiano alcuni colori. Sopra la testata ci sono i richiami di R2. Fanno uno strano effetto ottico: i focus group lo considerano più alto e stretto di prima ma il formato non cambia. Ciascun pezzo ha i riferimenti ai siti web per saperne di più: il nostro ma anche quello della Casa Bianca, per esempio, se stiamo parlando della Casa Bianca. Nella seconda parte grandi foto e una pagina per argomento. D. Quali sono i settori più raccontati in R2? R. La cronaca nazionale e internazionale, pensando alla tradizione del grande rotocalco italiano, come per esempio L’Europeo di Tommaso Giglio. Gli esteri ma anche l’economia. Che su Repubblica negli ultimi dieci anni è passata dall’economia del "chi" all’economia del "come". Dal raccontare le gesta dei personaggi a come ragionare sui mutui, proteggere i risparmi_ uno spostamento notevole di quadrante che significa stare dalla parte del cittadino consumatore, ritenendolo portatore di diritti. Poi la cultura e lo spettacolo, privilegiando argomenti scelti da noi. D. Da ex direttore de La Stampa, come vede il nuovo corso firmato Giulio Anselmi? R. Io risalgo a tre direttori fa (1992, ndr), ne è passato di tempo. Oggi è un giornale molto più affermato in Italia e tuttavia mantiene una sua coerenza nei confronti delle sue radici, dei suoi obblighi, delle sue missioni. un giornale che leggo sempre molto volentieri, deve tenere conto che io sono piemontese, quindi... (è nato a Dronero, in provincia di Cuneo, ndr). D. Tornando alla politica, è tempo di primarie per il Partito democratico. Molti addetti ai lavori hanno commentato: pessima comunicazione, Silvio Berlusconi ha vinto con Forza Italia e sta vincendo anche ora la gara della comunicazione. vero? R. Non penso che sia così. La nascita del Pd è una grande occasione per l’insieme del sistema politico italiano. E ciò che sta avvenendo a destra è una conseguenza, la necessaria riorganizzazione del centro-destra nel nuovo sistema che il motore del Partito democratico potrebbe mettere in atto. Ma l’occasione potrebbe andare perduta se fatta con il motore ingrippato dalle oligarchie dei partiti. Il Pd deve essere forte perché aperto, maturo. D. L’attuale governo di centro-sinistra ha però votato alla camera una legge considerata liberticida per la stampa. Che cosa ne pensa e come si comporterà Repubblica, che con le intercettazioni ha fatto non pochi colpi giornalistici? R. Io lo ammetto: abbiamo commesso errori e alcune cose tornassi indietro non le farei. Se io e lei siamo indagati, per esempio, ma stiamo parlando dell’ultimo film visto al cinema, la nostra conversazione non va pubblicata perché riguarda la nostra vita privata. E questo purtroppo noi lo abbiamo fatto. D. Parla del caso Falchi-Ricucci? R. Certi passaggi delle loro conversazioni avremmo potuto evitarli ma ricordo ancora quella sera: era tardi, quando ci arrivò una montagna di carte. Ricordo il modo in cui lo distribuimmo tra i colleghi e il lavoro a rotta di collo. E qui spunta il problema: la responsabilità della magistratura, che conosce l’ambito e la profondità dell’inchiesta. lei che deve prendersi la responsabilità di espungere ciò che non ha rilevanza. I miei colleghi, soprattutto in quel breve tempo, non possono sapere se la nostra conversazione sul film ha a che fare o meno con i risvolti futuri dell’inchiesta. La magistratura deve bloccarla, perché invece ce la dà? Se mi desse una distinzione precisa tra che cosa è pubblicabile e che cosa no e io comunque sgarrassi, mi prenderei la responsabilità dell’errore e lo accetterei. Così è troppo facile. D. Che cosa è troppo facile? R. L’unico impegno che sta unendo destra e sinistra: dare la colpa ai giornali di ciò che non sono capaci di disciplinare. Hanno timore di dire al magistrato: "assumiti una responsabilità, fissa tu il limite della rilevanza". D. Parlando di trasparenza, lei ha seguito da Mosca per Repubblica il periodo della Perestroika (dal 1988 al 1990). Che cosa ricorda di più? R. Quando, con il mio amico Andrea Bonanni, che allora era il corrispondente per il Corriere della Sera, passeggiavamo per ore la notte cercando di ragionare e rimettere a posto i pezzi tutte le volte che le notizie comunicate ufficialmente non seguivano la logica. Alla fine, la storia ci insegnava, aveva sempre ragione la logica. D. Guardando indietro a quell’epoca e vedendo oggi Gorbaciov che, seppure a scopi benefici, fa da testimonial alle borse di Louis Vuitton, quanto tempo le sembra passato? R. Tanto. Mi sembra impossibile, perché lui è stato il primo riformatore, ma anche l’ultimo segretario generale del Pcus. Ricordare un segretario generale che viaggiava con la macchina dai vetri anneriti, nella corsia riservata, e vederlo oggi che fa pubblicità mi dispiace un po’. D’altra parte, è anche colpa di quel sistema che riduce comunque uno dei suoi personaggi storici più rilevanti a cercare questi mezzi per tenere in piedi la sua fondazione. Dopo averlo per anni costretto a ridurre i metri quadrati dei suoi uffici, a restringersi in poche stanze_ Sono quelle vendette postume che sanno di comunismo anche dopo che il comunismo è finito. D. In questi 11 anni di direzione di Repubblica quali sono stati i momenti più intensi, nel bene e nel male? R. Gli attentati terroristici dei gregari imitatori delle Brigate Rosse mi hanno coinvolto molto, perché avevo vissuto da cronista tutta la stagione degli anni 70. L’11 settembre mi ha fatto vedere per la prima volta quella che è ormai una bussola: l’Occidente è sotto attacco. Una constatazione che ha anche un potere di orientamento per il giornale che faccio. Il che non mi impedisce di dire che questa guerra è sbagliata. sbagliata per i principi democratici su cui si basa la cultura occidentale. Nella nostra battaglia delle idee questo è un tema su cui abbiamo discusso e discuteremo molto. D. La terribile esperienza del rapimento di Daniele Mastrogiacomo. Che cosa prova un direttore che sa un suo giornalista in pericolo di vita? R. Ho un po’ di pudore a dirlo, perché poi ciascuno ha i propri lutti privati e io non faccio eccezione. Ma forse è stato il momento più terribile della mia vita. In alcuni passaggi Daniele era perso, era proprio perso. Abbiamo messo in atto meccanismi familiari, di vicinanza. Alle nove di mattina andavo a prendere la moglie di Daniele, Luisella, la portavo qui. Stava nella mia stanza, anche per controllarci a vicenda, per non perderci di vista. A mezzanotte mia moglie ci passava a prendere e andavamo a cena insieme, dove continuavamo a ragionare insieme sul da farsi fino alle due di notte. Fortunatamente è tornato. Un esito molto fortunato di una storia di morte, perché in quella storia sono morti tutti. I suoi due compagni di lavoro, Sayed Agha e Adjmal Naschkbandi_ Ecco (pausa) non avrei mai creduto che una morte così lontana geograficamente di una persona che non conoscevo personalmente potesse colpirmi così tanto come la morte di Adjmal, il traduttore di Daniele. Non riuscivamo ad accettarlo perché erano stati liberati insieme, si erano abbracciati urlandosi: "Free, free, free", e poi erano partiti su due pick-up diversi. Per cui chi ha rimproverato Daniele per quel gesto di felicità e vittoria quando fu finalmente libero deve capire: lui sapeva che il suo amico era stato liberato prima, con lui. Non poteva sapere che pochi giorni dopo sarebbe stato ammazzato. Nei giorni successivi mi sono arrovellato su questa storia. Ho fatto molta fatica a venirne fuori. D. Avete negato di aver pagato alcun riscatto, ma dal punto di vista umano avrebbe pagato? R. Dal punto di vista esclusivamente umano penso di sì. Anche se invece era l’unica cosa che non avremmo potuto fare e che non avremmo mai fatto. Quando lo rapirono scrissi un editoriale usando le stesse parole che avevo usato per Giuliana Sgrena. Al di là del coinvolgimento personale, ho detto che bisognava fare tutto il possibile per portare a casa Daniele e i suoi collaboratori ma che in quel sequestro erano in gioco la sovranità del nostro paese e l’autonomia della nostra politica. Lì dentro c’era tutto. Lo dissi anche a Luisella: se ci chiedessero la capitolazione dello stato italiano, io per primo scriverò che non possiamo accettare. D. Dopo il caso Mastrogiacomo la policy di lavoro per gli inviati di Repubblica è cambiata? R. Sì, Daniele non va più nei paesi musulmani perché rischia: è un nome e un volto troppo conosciuto. E agli altri chiediamo un supplemento di prudenza. D. Torniamo in Italia e ricominciamo da capo: si ricorda qual è stato il suo primo pezzo? R. Certo (sorride). Ero in Piemonte, raccontavo la storia di un paese in cui la Dc era stata sbattuta fuori per la prima volta, e aveva vinto una lista civica che governava con i comunisti. Feci il pezzo, mi chiamò il caporedattore della Gazzetta del Popolo dicendomi: "Guardi, il pezzo è scritto benissimo: non lo pubblicheremo mai. Però, dato che lei sa fare questo mestiere, se ci sarà bisogno la chiameremo". Io pensai: vabbè, ci metto una croce sopra. Invece poi mi chiamarono davvero, per una sostituzione estiva. Era il luglio del 1972 e firmai il mio primo contratto a settembre. Il primo pezzo da dentro la redazione fu invece una notizia, in colonna, su una donna che si era buttata nel Po. Io sapevo come si scriveva un’inchiesta perché mi nutrivo di queste cose, ma una notizia in colonna ha una sua tecnica precisa e io non mi ero mai fermato a capire come si faceva. Mentre la scrivevo, con due dita sulla macchina da scrivere, mi passò dietro le spalle un cronista molto bravo, lesse l’attacco e disse: "Auguri!". Rimasi al giornale fino a mezzanotte e mezza ad aspettare la copia appena stampata. Quando arrivò, la notizia c’era ma era completamente riscritta. Allora andai a una cabina telefonica, chiamai la mia fidanzata e le dissi: "Credo di non essere fatto per questo mestiere". (ride) D. Invece, dopo La Gazzetta del Popolo venne chiamato a fare la politica a Roma per La Stampa_ R. Ci rimasi otto anni, un periodo in cui mi divertii tantissimo_ D. Ora che fa il direttore da tanti anni non le manca qualcosa? R. (Ride) Ho fatto questo mestiere per scrivere, e ancora oggi mi devo trattenere dal dire come secondo me bisognerebbe cominciare i pezzi. So che è giusto che i cronisti li comincino come vogliono loro, insomma, però_ mi manca un po’_ D. Una regola per un buon attacco? R. Dipende: se è una storia di cronaca attacchi con la notizia, se è una storia più raccontata puoi partire da un particolare rendendolo metaforico dell’insieme a cui allude. A me ha insegnato molto fare il corrispondente per Panorama di Lamberto Sechi. Perché il quotidiano aveva un approccio frontale sulla notizia, il settimanale doveva trovare un ingresso secondario, un andamento laterale che però faceva sentire il lettore trasportato dentro in un percorso ravvicinato. Quasi cinematografico. D. Per un giorno lei è invisibile e dotato di teletrasporto. In quale ufficio di direzione di quale grande giornale straniero si intrufolerebbe per vedere come si lavora? R. New York Times e Los Angeles Times. Perché sono forse i giornali più belli del mondo. In più il direttore del New York Times, Bill Keller, era a Mosca con me. Siamo stati insieme a un passo dal fare uno scoop_ che poi alla fine non c’era (sorride). D. Cioè? R. Lapponia, noi due da soli con Gorbaciov che a un certo punto uscendo da un asilo si lascia scappare: "Grazie a Dio". Io e Keller ci guardammo pensando: "Un segretario generale del Pcus che dice Grazie a Dio, non è possibile!". L’incastrammo mezz’ora dopo per farglielo notare e la moglie, Raissa, si inalberò: "Smettetela! un modo di dire comune!". Lei aveva capito subito che cosa cercavamo. Se ci avesse detto: "Sì, in effetti, ogni tanto ci penso anch’io a Dio", sarebbe stato uno scoop mondiale... Valentina Giannella