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 2007  settembre 21 Venerdì calendario

MILANO

La prima piattaforma borsistica globale, con basi operative negli Stati Uniti, Europa e Medio Oriente. Il primo sbarco in forze nel cuore della finanza europea e americana degli investitori dei fondi sovrani, quelli controllati da governi poco democratici ma carichi di dollari da reinvestire. E la prima, credibile minaccia che la Borsa di Londra (Lse) cada sotto il controllo di un governo degli Emirati Arabi da quando la City ha acquisito Borsa Italiana.
Che tutto questo sia possibile in un colpo solo, lo ha chiarito la rapida successione di annunci del Nasdaq, della Borsa di Dubai e della Qatar Investment Authority, che ieri ha sospinto il titolo della società- mercato londinese al rialzo del 16,1%. Prima è arrivato l’accordo fra la seconda piazza azionaria Usa e Dubai: il risultato previsto è che il Nasdaq assumerà il controllo completo di Omx, la società-mercato scandinava, mentre a sua volta Dubai avrà il 28% della Lse, ma anche il 19,9% del Nasdaq; quest’ultimo poi diverrà azionista e alleato operativo del Dubai International Exchange, il gruppo che gestisce la piazza finanziaria della città del Golfo.
L’intesa che tocca Londra e Milano è in realtà a più stadi. Nasdaq comprerà le azioni dell’Omx da Dubai per 1,2 miliardi di euro, dopo che gli arabi avranno chiuso la loro offerta d’acquisto in corso sul gruppo scandinavo. In cambio, Dubai riceverà quasi tutta la quota dei newyorkesi nella Borsa di Londra e piazzerà due propri uomini nel consiglio della piazza tecnologica di Manhattan. L’obiettivo di Bob Greifeld, numero uno del Nasdaq, è creare una rete globale contrapposta quella imperniata sull’asse fra il New York Stock Exchange e i francesi di Euronext. Dubai Borse punta invece a crescere come prima capitale finanziaria del Golfo e, per farlo, incassa il marchio e le competenze del Nasdaq, più la finestra sul mondo e le tecnologie a cui potrà accedere grazie alla Lse. Agli arabi si apre poi l’opzione di lanciare un’Opa sul gruppo della City, quindi anche indirettamente su Piazza Affari e su Mts, la piattaforma europea dei titoli di Stato creata dal Tesoro per finanziare del debito italiano.
Non è detto che vada così, perché su Londra la Borsa di Dubai ha almeno un altro concorrente. Il secondo annuncio di ieri è arrivato infatti dalla Qatar Investment Authority: il fondo pubblico dell’Emirato ha fatto sapere di aver rastrellato il 20% del gruppo della City e di tenere un faro anche su Omx. La Lse ha reagito con favore all’annuncio, ma la partita con Dubai è aperta. Insieme, i due centri del Golfo potenzialmente controllano il 48% della City, ma per ora sembrano decisi a sfidarsi. Entrambi vogliono conquistarne il controllo e affermarsi come leader per la finanza nel Golfo. Fondi pubblici per decine di miliardi grazie al petrolio, più la spinta a abbandonare le vecchie posizioni in dollari, rendono la guerra degli Emirati su Londra perfettamente plausibile. Che la City abbia già respinto gli attacchi di Deutsche Börse, Euronext, Macquarie e dello stesso Nasdaq non è una garanzia per l’amministratore delegato Clara Furse. Né lo è la fusione con Milano, che diluirà ma non eliminerà le posizioni degli Emirati.
Proprio la natura degli investitori lascia però un margine d’incertezza. Se l’intesa con il Nasdaq andrà in porto, emissari del governo di Dubai siederanno infatti al cuore di Wall Street, in un’America sempre più protezionista. «Dovremo vedere se ci sono implicazioni per la sicurezza nazionale», è stata la reazione a caldo del presidente George W. Bush. E il senatore democratico Charles Schumer gli ha fatto eco: «L’accordo solleva interrogativi seri a cui dovremo rispondere». Magari, con la minaccia di un veto come quello che bloccò già Dubai Ports due anni fa.