Vari, 21 settembre 2007
UNDICESIMO GRUPPO DI ARTICOLI SUL CROLLO IN BORSA COMINCIATO IL NOVE AGOSTO 2007 (GRUPPO AAAJCW)
CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 21/9/2007
ENNIO CARETTO
WASHINGTON – A sole 18 ore dal primo ribasso dei tassi d’interesse in oltre quattro anni, il governatore della Banca centrale americana Ben Bernanke ha ammonito che le insolvenze dei mutui subprime o ad alto rischio «sono destinate ad aumentare », facendo schizzare l’euro a quasi 1 dollaro e 41 centesimi, un record storico, e costringendo le Borse a battere in ritirata.
Deponendo alla Commissione finanze della Camera con il ministro del Tesoro Hanry Paulson, l’erede di Alan Greenspan ha aggiunto che «le perdite finanziarie globali hanno ecceduto di molto le più pessimistiche previsioni» e che «la crisi creditizia ha stressato in modo significativo i mercati». Come nel comunicato della Fed di martedì, Bernanke ha concluso che la crisi finanziaria «ha reso più incerta la crescita economica» negli Stati Uniti. Ma ha spiegato di avere tagliato i tassi «proprio per impedire che essa contagi l’economia reale e per promuovere una crescita moderata duratura».
Dato l’allarme, il capo della Fed ha quindi cercato di rassicurare l’America e il mondo. «Siamo pronti ad affrontare i nuovi problemi che si presenteranno in un mercato immobiliare in rapida correzione» ha dichiarato. «Impediremo che si ripeta una crisi pur preservando i mutui subprime responsabili ». E ha spiegato che entro fine anno la Fed – a tutela dei consumatori – imporrà una maggiore trasparenza e uniformerà i regolamenti. «Malgrado le incertezze – ha sostenuto – il sistema finanziario globale è in una posizione relativamente solida per uscire dalla crisi». Alla domanda se in caso di necessità ridurrà ulteriormente i tassi, provvedimento che secondo Greenspan potrebbe essergli impedito da incipienti pressioni inflazionistiche, Bernanke ha tergiversato: «Continueremo a monitorare i mercati da un lato e a prestare una forte attenzione all’inflazione dall’altro » ha garantito, «staremo un passo avanti agli sviluppi ».
Nell’analisi del monetarista Steve Hanke, tuttavia, con il crollo del biglietto verde (adesso in parità con il dollaro canadese dopo 31 anni, e sotto i 114 yen giapponesi) e con il conseguente balzo del supereuro a 1,4091 dollari (ma era arrivato a 1,4099), gli sviluppi si preannunciano negativi. Il dollaro deprezzato, osserva Hanke, è foriero d’inflazione e Bernanke potrebbe trovarsi con le mani legate. Rischia di venire immobilizzata anche la Banca centrale europea: il supereuro, che di questo passo potrebbe presto superare il dollaro e mezzo stando ad Hanke, fa da freno all’ economia europea, e un rialzo dei tassi peggiorerebbe la situazione.
Il governatore della Riserva Federale ha parlato in un clima teso a causa del drammatico deprezzamento del dollaro, dell’aumento dello oro a 736 euro l’oncia, il massimo dall’80, e da quello del petrolio a 83,89 dollari al barile. Bernanke è intervenuto quando Paulson, al suo fianco, ha annunciato di avere permesso a due grandi banche a garanzia pubblica, la Fannie Mae e la Freddie Mac, di cartolizzare i mutui jumbo, ossia sopra i 400 mila dollari, «per accrescere la liquidità nel settore». Il provvedimento, ha precisato Bernanke che aveva appena immesso sui mercati altri 7 miliardi, è temporaneo, non vogliamo che il governo si trovi a dovere coprire perdite da insolvenza e che gli investitori continuino a esporsi a troppi rischi.
Come per limitare l’impatto della testimonianza del governatore che ha però elogiato – «Sta facendo un buon lavoro» – il presidente Bush ha trasmesso un messaggio ottimista all’America. «Siamo in una fase di grande turbolenza» ha asserito in una conferenza stampa alla Casa bianca «ma le fondamenta dell’economia sono forti, il mercato del lavoro è stabile, l’inflazione viene contenuta e le esportazioni crescono ». Bush si è poi impegnato «a lavorare con il Congresso per risolvere il problema dei mutui, purché non aumenti le tasse». Ma il presidente, che ha incassato le accuse rivoltegli da Greenspan nel suo libro di avere portato in passivo il bilancio dello Stato – «non mi sento offeso » – ha dimostrato un certo nervosismo: «Non vedo l’ora di uscire dalla stretta».
CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 11/9/2007
GUIDO SANTEVECCHI
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA – Il governatore della Banca d’Inghilterra che ammette di aver cambiato parere dopo aver visto le immagini in tv sulle code agli sportelli della Northern Rock. Il presidente della Commissione Tesoro del Parlamento che chiede al vicegovernatore se fosse «addormentato nel retrobottega» quando per la prima volta in cent’anni una banca britannica veniva assediata da risparmiatori in fila per ritirare i loro depositi. un quadro di debolezze umane e inadeguatezza del sistema quello che è uscito dall’audizione di Mervyn King sulla crisi della Northern Rock.
Il governatore è stato accusato di non aver previsto la stretta sul credito a Londra per effetto dell’onda lunga della crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti. E gli è stato rinfacciato di aver prima rifiutato di immettere liquidità nel mercato «perché danneggerebbe l’efficienza nella valutazione del rischio da parte degli operatori, spingendoli a manovre moralmente azzardate » (dichiarazione del 12 settembre) e poi di essersi contraddetto pompando d’urgenza 10 miliardi di sterline nel sistema finanziario «perché la situazione è cambiata e serve un’azione decisiva» (19 settembre).
King ha preso il fuoco delle contestazioni con dignità, insistendo che sarebbe stato irresponsabile un intervento preventivo della Bank of England già ad agosto, quando erano emerse le condizioni di difficoltà della Northern Rock. In quel momento si sarebbe solo minata la fiducia dell’intero sistema. Forse ha ragione, ma è vero che un mese dopo la fiducia è crollata per diversi giorni, mentre di fronte alle filiali della banca in crisi si formavano code chilometriche.
Per di più King ha detto che la gente a quel punto agiva in modo del tutto razionale, perché di fronte alla debole tutela dei risparmi prevista dalla legge britannica solo una garanzia del governo avrebbe potuto cambiare la situazione. La garanzia è arrivata, con Gordon Brown che è passato sopra al principio liberista in base al quale gli investitori privati se la devono cavare senza interventi pubblici. E poco dopo sono arrivati i 10 miliardi della Banca d’Inghilterra: ce n’è abbastanza per sospettare che anche la famosa indipendenza data alla Old Lady nel 1997 dall’allora cancelliere Brown sia una mezza finzione.
King ha negato di essersi piegato alla ragion politica del governo; in cambio Brown ha ribadito la sua piena fiducia nel governatore che aspetta il rinnovo quinquennale del suo mandato. King ha concluso che serve un adeguamento della legge britannica. Ma ha addossato parte della responsabilità per il mancato intervento preventivo sulle norme europee: il governatore ha rivelato che avrebbe preferito dare alla Northern Rock un aiuto segreto, senza pubblicità e quindi senza spaventare la gente. Questo però sarebbe stato un abuso per la normativa Ue.
Dignitoso ma disarmante vedere un uomo dell’esperienza di King costretto ad ammettere di aver cambiato idea guardando la televisione. E il presidente della Commissione parlamentare gli ha fatto osservare che se voleva limitare i danni, al contrario ha «gridato al fuoco in un cinema affollato» creando il panico.
L’inquisitore del Treasury Committee ha dedicato parole dure al vicegovernatore sir John Gieve, accusandolo di «aver dormito nel retrobottega » mentre la Northern Rock crollava. Sir John è il responsabile della stabilità finanziaria del Regno Unito e si è difeso dicendo di essere stato assente dalla Bank of England per un paio di settimane a fine agosto, quando circolò il rapporto sulla crisi. Il motivo? Un funerale di famiglia e poi le vacanze in Francia. «Francamente non credo che lei stia facendo il suo lavoro », ha concluso il presidente.
CORRIERE DELLA SERA, VENERDì 21/9/2007
GIULIO TREMONTI
C aro direttore, 1. Possiamo chiamarla come vogliamo: crisi, turbolenza, tempesta, collapse, storm, turmoil, distress, crunch. Possiamo – o no – paragonarla a quella del 1929. Possiamo chiamarla o vederla come vogliamo. Ma è certo che, a partire dall’«agosto 2007», dalle profondità misteriose del capitalismo finanziario salgono in superficie scosse fortissime.
Le scosse già registrate bastano per porre termine all’illusione fiabesca che il progresso economico possa essere continuo e gratuito. E con ciò segnano l’improvviso ritorno dal futurismo al realismo, dall’irresponsabilità alla responsabilità, aprendo spazi ad una visione della vita meno materiale e più spirituale.
Le stesse scosse, impattando sul rallentamento già in atto all’interno dell’economia, fanno prevedere una prossima fase di stagnazione.
Ma – soprattutto – non è affatto detto che tutto sia già successo. Che le scosse siano alla fine e non al principio. Che, essendo l’economia globale, anche da noi non arrivi altro. Addirittura che nel mondo si scateni la «tempesta perfetta», con il contagio globale – anche all’Asia ed alla Russia – via «rischio virus» o con i venti di guerra in Medio Oriente.
In altri termini: può finire bene (si spera), ma può ancora finire male. Molto dipende dalla cura e dai tempi della cura. La cura giusta non è quella dello struzzo: continuare a fare finta di non vedere quello che già si vedeva (da chi scrive, già nello scorso novembre) Forse è puntare su di un misto, tra interventi pubblici e fortuna: la strategia finora prevalente. Può essere che questa sia la cura giusta. Può essere che sia necessaria una cura diversa. In ogni caso: non si trova la cura di un male, se prima non se ne comprendono le origini.
2. Per secoli le banche hanno preso denaro sulla fiducia e prestato denaro a rischio. L’arte del banchiere è nella capacità di valutare il merito del rischio assunto. E’ ancora così, per la gran parte delle banche. Ma non per tutte. In un crescendo che parte più o meno dal principio di questo secolo (il secolo della «globalizzazione»!?) la struttura «aperta» dei mercati finanziari e le nuove tecniche della finanza hanno infatti consentito l’uscita dallo schema bancario classico, la rottura del vecchio equilibrio tra rischio e responsabilità. Una parte delle banche (non tutte) si è in specie liberata dal proprio rischio sui prestiti, trasferendolo a terzi. Lo ha fatto impacchettando i propri crediti in «prodotti finanziari» collocati sul mercato presso acquirenti attratti dagli alti rendimenti, confusi dalla complessità degli strumenti, spesso inconsapevoli del rischio «spazzatura » che assumevano.
Tutto si è in specie sviluppato dentro la meccanica perversa del «meno rischi più guadagni». I cosiddetti «subprime », i prestiti a rischio concessi negli USA e poi impacchettati e fatti circolare in giro per il mondo con i rischi connessi, sono stati solo un piccolo anello di una lunghissima catena di fuga dal rischio e di corsa ai profitti, fatta con tanti altri strumenti: vehicle, conduit, asset-backed commercial paper, derivatives, hedge funds, etc.
Gli hedge funds – ad esempio – sono in sé una centrale di rischio. Sono infatti niente altro che banche irregolari. Le banche sono sottoposte ad una giurisdizione statale, a regole, a standard, a limiti e criteri prudenziali di azione. Gli hedge funds sono l’opposto: la loro regola è infatti quella di non avere regole. Sono l’opposto del loro stesso nome ( hedge = copertura anti-rischio).
Dal principio di questo secolo gli hedge funds si sono moltiplicati per numero e volumi di attività. Ed hanno interfacciato sullo stesso piano con le banche, con i fondi, con i fondi pensione, in una elevata confusione di ruoli. Nell’insieme la nuova «tecnofinanza» ha magicamente moltiplicato la liquidità (con valori inventati e finanziati a debito), ha tra l’altro indirettamente finanziato il «miracolo » quasi istantaneo della globalizzazione.
così che il contromodello è diventato il modello, l’eccezione la regola. Solo adesso si denunzia l’altissimo «livello di complessità» dei nuovi strumenti configurati come indecifrabili geroglifici finanziari.
per tutto questo che, alla fine, la cattiva prassi di alcuni è diventata la paura di tutti. così che i banchieri non si fidano più dei banchieri. Per questo si è rarefatto il circuito «interbancario» (che funziona come in un corpo il sistema circolatorio). Con effetti concatenati. Il primo effetto è stato (potrà essere) la crisi da incrocio tra finanziamenti a lungo e raccolta a breve termine. Questa per esempio è stata la causa del panico bancario in Inghilterra.
3. l’opacità che ha generato la sfiducia ed è la sfiducia che ha generato una crisi che continua. Si può continuare così, nella speranza che prima o poi la fiducia ritorni. O si può provare, contro l’opacità, una cura nuova: la cura della trasparenza. meglio continuare a temere che la tua controparte (chi ti deve pagare un prezzo o rimborsare un prestito) non abbia più patrimonio sufficiente. O è meglio sapere con chiarezza chi ha cosa e chi non ha niente?
Come è diventata globale la finanza, così sono diventati globali anche la contabilità ed il diritto. Coordinando gli organismi sovranazionali ed internazionali di «sorveglianza » si può scrivere in pochi giorni e subito dopo imporre agli operatori un unico «codice» delle attività di rating ed un nuovo schema di bilancio, così facendo emergere tanto quello che c’è quanto quello che finora non c’è nei libri degli operatori. Perché no?
LA STAMPA, SABATO 22/9/2007
CARLO BASTASIN
Rendere onore alla stabilità dei prezzi nella città della Bundesbank è naturale quanto togliersi le scarpe prima di entrare in moschea. Non ci sarebbe nulla di rivelatorio nelle parole di Mario Draghi ieri a Francoforte se non fosse per alcune implicazioni involontarie ma suggestive: la crisi finanziaria in corso non verrà affrontata in Europa con riduzioni dei tassi d’interesse sul tipo di quelle americane e le sue conseguenze negative sulla crescita quindi dovranno trovare risposta nelle politiche strutturali delle nostre economie. Per un Paese come l’Italia in condizioni di governo instabile significa da un lato poter beneficiare della stabilità «europea», ma dall’altro doversi impegnare politicamente nelle riforme più di quanto consiglierebbe la fragilità del governo.
Anche un Paese che non è in grado di prevedere a chi faranno capo le responsabilità pubbliche nemmeno tra poche settimane, può far conto sulla delega all’Europa di parte della propria sovranità: grazie alla Bce, l’inflazione sarà stabile, i risparmi saranno tutelati e il ciclo degli investimenti potrà continuare. Inoltre i vincoli fiscali di Bruxelles limitano i rischi che il debito pubblico aumenti. Quello che ci dice il linguaggio di Francoforte è che, nonostante se stessa, l’Italia, questa strana macchina senza volante, non finirà fuori strada.
Tuttavia potrebbe fermarsi in mezzo alla via. La crisi del credito si sta trasferendo sull’economia reale. In modo più vistoso negli Stati Uniti e in modo più graduale in Europa. Le previsioni di crescita negli Usa per il 2008 sono state abbassate di un punto di pil.
In passato, secondo stime della Bce, in presenza di un forte apprezzamento dell’euro, ciò si traduceva in una minore crescita anche in Europa di oltre lo 0,5%. Ma questa volta le conseguenze dovrebbero essere meno gravi. L’export verso gli Usa conta ormai solo per un settimo del totale europeo, contro un quarto di dieci anni fa. Negli ultimi quattro anni l’Europa ha aumentato invece del 60% l’export verso Paesi emergenti che non sono per ora colpiti dalla crisi americana. Secondo stime tedesche, nel 2007 l’export verso gli Usa calerà del 5% in valore, in parte compensato dalle importazioni di altri Paesi. ragionevole stimare per l’economia europea una riduzione del tasso di crescita dello 0,3% nel 2008, più sensibile in Spagna (il cui mercato immobiliare è a rischio) e in Germania e Italia (più esposti all’export).
Per l’Italia una battuta d’arresto delle esportazioni lascerebbe esposta la fragilità interna del Paese, col reddito delle famiglie logorato dalle posizioni di rendita che impediscono ai prezzi di scendere e alla crescita di aumentare. Le implicazioni dovrebbero riguardare le politiche di apertura dei mercati e di ristrutturazione microeconomica già avviata, più che il livello assoluto dell’euro e dei tassi d’interesse che in questo momento riflettono gli squilibri strutturali americani e le incertezze finanziarie globali.
Entro poche settimane la Bce diffonderà le informazioni sul credito bancario e solo allora sarà possibile valutare il rischio di una crisi di sistema di dimensioni simili a quella americana in cui una larga fetta dei mercati dei capitali non sta più funzionando.
Ma, secondo stime di mercato, se anche l’intero volume dei commercial paper strutturati dovesse scaricarsi sui bilanci delle banche europee, il loro capitale primario ne sarebbe toccato in parte irrilevante. Vi saranno casi critici in singoli istituti, ma non dovrebbe esserci una crisi di sistema se si salvaguarda la fiducia. A questo fine il comportamento del Sistema europeo di banche centrali dovrebbe essere quello seguito finora: intervenire con prestiti interbancari per risolvere le crisi di liquidità, ma conservando un orizzonte stabile sul medio termine, cioè rispettare l’obiettivo della stabilità dei prezzi compatibile con il livello della crescita potenziale e le condizioni di liquidità.
Anche tra i banchieri centrali di Francoforte c’è però un abuso di pedagogia quando pretendono di poter trasmettere fiducia ai mercati con la sola propria «stabile» condotta. Alcuni governatori europei sembrano addirittura considerare un rialzo dei tassi solo rinviato, così come rialzi sono stati approvati nei giorni scorsi da banche centrali europee esterne all’euro.
Tutti sanno che perfino la Bce oggi non è in grado di fare previsioni consapevoli sulla crisi in corso, né sui rischi di un crollo del dollaro. Un eccesso di ideologia muscolare sarebbe un errore sconcertante dopo che quasi dieci anni di sapiente pragmatismo francofortese hanno dimostrato la loro superiorità sulle astuzie della Fed e della Banca d’Inghilterra.
CORRIERE DELLA SERA, MARTEDì 25/9/2007
BILL EMMOTT
Antonio Fazio è stato costretto a dimettersi da governatore di Bankitalia per la sua eccessiva ingerenza. Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, oggi rischia di perdere il posto. Rischia per essersi rifiutato di intervenire, e per aver cambiato idea subito dopo. Ben Bernanke, presidente della Fed americana, è invece intervenuto audacemente tagliando i tassi di interesse, eppure il mercato obbligazionario sembra pensare che così facendo voglia attizzare l’inflazione. Certo, reggere il timone di una banca centrale è un lavoro duro, ma è destinato a diventarlo ancora di più, con il perdurare di queste crisi finanziarie, sia per le banche centrali che per i politici di riferimento.
La tempesta che ha investito banche come la Northern Rock in Gran Bretagna, o il mercato delle private equity che dipende da ingenti prestiti sottoprezzo, oppure i finanziatori americani del mercato immobiliare, dove gli acquirenti esigono facilitazioni assurde, è necessaria e salutare per l’economia. Tuttavia, le sue conseguenze non colpiranno soltanto le aziende più temerarie. Con il crollo dei prezzi immobiliari in America, si prospetta una progressiva stagnazione economica, man mano che l’occupazione e i consumi si riducono. Il timore dell’inflazione, da parte del mercato obbligazionario, la rende ancor più probabile, poiché fa crescere i costi dei prestiti a lungo termine per le aziende. La recessione potrebbe essere di breve durata, se l’America sarà fortunata, ma sarà comunque difficile evitarla. Lo stesso vale per la Gran Bretagna, dove le banche imporranno una stretta creditizia e i consumatori avranno meno liquidità da spendere. L’Europa sarà colpita nelle esportazioni, con la rivalutazione dell’euro contro il dollaro. L’export Usa calerà. Il mondo, nel suo complesso, ha beneficiato fino ad oggi di quattro anni di crescita rapida, ma per il futuro si prospetta un periodo di raffreddamento. In America, la buona notizia è che questo accadrà durante la campagna elettorale, così i politici avranno un’occasione d’oro per tuonare contro la recessione e le pratiche commerciali sleali della Cina, ma non riusciranno a far nulla per contrastarle fino al 2009, quando l’economia è destinata a riprendersi. In Gran Bretagna, le notizie sono meno buone per il partito laburista e il suo nuovo premier, Gordon Brown, il quale vorrebbe indire le elezioni politiche nel 2008 o nei primi mesi del 2009, ma se il Paese è in recessione, con ogni probabilità uscirà perdente.
I governatori delle banche centrali devono affrontare le scelte più difficili. Vorrebbero tagliare i tassi di interesse a sostegno dell’economia, ma l’inflazione resta alta e di conseguenza non possono imporre tagli troppo rapidi e netti. Le spiacevoli sorprese della Northern Rock significano che il governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, si trova davanti a una scelta personale assai difficile. Dovrebbe rassegnare le dimissioni, perché ha perso ogni credibilità. Ma se lo farà, sembrerà che la banca centrale ha perso la sua preziosa indipendenza ed è ormai un semplice strumento della politica. Forse la risposta sta nell’adozione dell’euro da parte della Gran Bretagna e nel collegamento alla Bce? Spiacente, no, stavo solo sognando.
Le traversie della Northern Rock hanno rivelato una grande debolezza nelle leggi e disposizioni di controllo finanziario del Paese. Le piccole banche che prestano denaro e raccolgono i risparmi hanno bisogno di controlli più accurati, rispetto ai grandi istituti, proprio perché i loro clienti sono gente comune. Ma il controllore, ovvero l’Autorità dei servizi finanziari insediata dai laburisti nel 1997, ha consentito alla Northern Rock di agire con molta imprudenza, con il risultato che oggi il governo deve garantire la copertura di tutti i depositi dei risparmiatori. Se la Banca d’Inghilterra ha gestito male il tentativo di salvataggio, non le si può tuttavia imputare il comportamento della Northern Rock, finita in cattive acque. Un mercato libero nel settore bancario, come per tutti gli altri beni e servizi, è ottimo per promuovere l’innovazione, ma se il governo dovrà intervenire per salvare la situazione, quando le cose si mettono male, questo non farà altro che incoraggiare i comportamenti irresponsabili delle banche. Pertanto, ora che ha messo in atto il salvataggio, la Gran Bretagna dovrà introdurre nuove leggi per rafforzare il controllo sulle banche. Gordon Brown, che ha ideato il sistema di controllo finanziario quando era ministro delle Finanze, sarà costretto a modificare la sua normativa. Lo farà, ma non potrà fare a meno di chiedersi se la recessione gli costerà il nuovo incarico, che aspettava da dieci anni.
Traduzione di Rita Baldassarre
IL SOLE 24 ORE 25/09/2007
Alessandro Merli
L’Fmi avverte: la crisi del credito non è finita. «La normalizzazione dei mercati può non essere vicina». I rischi per la stabilità finanziaria globale sono aumentati e le condizioni finanziarie sono diventate più restrittive dopo le turbolenze delle ultime settimane, «il primo test importante per i nuovi strumenti finanziari», un test che non è ancora finito. Il processo di aggiustamento «richiederà tempo» e può avere un impatto sull’economia reale, che pure attraversa un fase di crescita robusta. «Se le condizioni finanziarie resteranno difficili, l’espansione globale rallenterà ulteriormente». Così il Fondo monetario nel suo semestrale rapporto sulla stabilità finanziaria globale, il primo dopo la scoppio delle turbolenze di quest’estate.
A Madrid, il direttore del Fondo Monetario, Rodrigo Rato, ha affermato che la crescita subirà le conseguenze della situazione di mercato anche nel 2008, con le ripercussioni più severe per gli Stati Uniti. «Mesi problematici attendono i mercati finanziari», ha detto ieri il capo del dipartimento mercati dei capitali dell’Fmi, Jaime Caruana, ex governatore della Banca di Spagna nel presentare il rapporto. La situazione dei mercati può influenzare non solo i prezzi, ma anche la disponibilità di credito, ha aggiunto.
L’analisi del Fondo individua naturalmente la scintilla della crisi nel settore dei mutui subprime negli Stati Uniti, dove avanza una stima («altamente incerta», ammette) che le perdite potenziali siano fino a questo momento di circa 200 miliardi di dollari (una trentina in più di quanto calcolato finora), di cui 40 circa a carico delle banche e il resto degli investitori in prodotti strutturati basati su questi mutui. L’Fmi rileva peraltro che di per sé non si tratta di cifre in grado di mettere a repentaglio la solidità del sistema finanziario, il quale si è affacciato a questa fase di turbolenza con capitali adeguati per assorbire eventuali perdite: le perdite finora riconosciute rappresentano soltanto lo 0,04% del capitale primario (tier 1) delle banche. Il sistema che contribuisce a distribuire il rischio finisce anche per diffondere le perdite, anzi la rapidità con cui si sono diffuse le turbolenze ha colto di sorpresa sia i mercati, sia le autorità: il Fondo rileva fra l’altro l’esposizione di investitori asiatici e di alcune banche europee.
Caruana ha notato peraltro l’azione delle banche centrali per fornire liquidità ai mercati e dato un giudizio positivo sul taglio dei tassi d’interesse decretato dalla Federal Reserve e lo stop ai rialzi da parte della Banca centrale europea. Il comportamento futuro delle banche centrali dipenderà molto dall’andamento dell’inflazione e dai prossimi dati sull’economia, ha sottolineato il dirigente del Fondo, rilevando che l’impatto delle turbolenze finanziarie «sarà deflazionistico e quindi creerà qualche spazio di manovra per le banche centrali».
Nel documento, il Fondo avanza cinque raccomandazioni per migliorare il quadro regolatorio dei mercati, pur ricordando, ha detto Caruana, che è importante non perdere l’equilibrio fra la necessità di migliorare gli standard di credito e rafforzare la gestione del rischio e il mantenimento dei benefici derivanti dall’innovazione finanziaria. Nessuna reolamentazione draconiana, quindi, ma una serie di aggiustamenti: 1) maggiore trasparenza (tra l’altro nei rapporti fra le banche e i loro veicoli fuori bilancio); 2) miglior monitoraggio del rischio soprattutto sulle cartolarizzazioni, dove la struttura degli incentivi in un modello che «origina e distribuisce» il rischio ha allentato la disciplina di credito; 3) miglioramenti delle agenzie di rating, con una più ampia differenziazione dei "voti" che consenta di percepire più rapidamente ogni deterioramento. L’Fmi peraltro sollecita gli investitori a non affidarsi unicamente ai rating, senza applicare la due diligence; 4) miglior valutazione dei prodotti complessi, tenendo conto del rischio di liquidità; 5) un perimetro più ampio per il consolidamento del rischio da parte delle banche, soprattutto in riferimento a quelle strutture che sono formalmente fuori bilancio ma che le banche devono poi sostenere per evitare rischi alla reputazione.
LE RICHIESTE DEL FMI
Le raccomandazioni
Il Fondo Monetario non chiede una revisione drastiche della regolamentazione ma suggerisce una serie di aggiustamenti:
1) maggiore trasparenza in particolare nei rapporti fra le banche e i loro veicoli fuori bilancio
2) migliore monitoraggio del rischio soprattutto sulle cartolarizzazioni
3) miglioramenti delle agenzie di rating con una più ampia differenziazione dei voti che consenta di percepire più rapidamente ogni deterioramento
4) migliore valutazione dei prodotti complessi tenendo conto del rischio liquidità
5) un perimetro più ampio per il consolidamento del rischio da parte delle banche soprattutto in riferimento a quelle strutture che sono formalmente fuori bilancio ma che le banche devono poi sostenere per evitare rischi alla reputazione