Francesco Spini, La Stampa 20/9/2007, 20 settembre 2007
Per ora è solo un segnale, un avvertimento. Ma dietro il provvedimento con cui due giorni fa l’Antitrust ha dato il via libera alla fusione tra uniCredit e Capitalia c’è una strategia più generale dell’authority: erodere quel gruzzolo da 350 milioni che le banche ogni anno incassano con le commissioni applicate quando si preleva da un Bancomat di un istituto concorrente
Per ora è solo un segnale, un avvertimento. Ma dietro il provvedimento con cui due giorni fa l’Antitrust ha dato il via libera alla fusione tra uniCredit e Capitalia c’è una strategia più generale dell’authority: erodere quel gruzzolo da 350 milioni che le banche ogni anno incassano con le commissioni applicate quando si preleva da un Bancomat di un istituto concorrente. Grazie alla «moral suasion» operata dal presidente dell’authority di Antonio Catricalà il gruppo guidato da Alessandro Profumo ha accettato di dire addio alle commissioni sui prelievi presso sportelli di terzi in 4 mila comuni dove non è presente con cash dispenser di marchio proprio. E questa - almeno nelle intenzioni del Garante - dovrebbe rivelarsi una pillola avvelanata per il sistema e una boccata d’ossigeno per i consumatori che ogni anno vengono tartassati da commissioni poco giusitificate sul fronte dei costi. Ci vorrà tempo perché la legge della concorrenza operi i suoi effetti. Contattati ieri da La Stampa, gruppi che recentemente sono stati al centro di fusioni importanti - Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, Banco Popolare - non hanno comunicato di avere allo studio mosse del genere. Il motivo è intuibile. Dopo la sventagliata di liberalizzazioni che ha dato un taglio a costi che ingessavano il sistema, quali quelli di estinzione del conto corrente, tra le voci che resistono c’è proprio quella legata al Bancomat. E per il sistema bancario è senza dubbio un buon affare. Basti pensare che nel 2006 i prelievi Bancomat «in circolarità», effettuati cioè presso sportelli di banche diverse dalle emittenti, sono stati 153 milioni, uno ogni quattro. Mentre la stessa operazione allo sportello automatico della propria banca non prevede commissioni, eseguirla altrove può costare caro. Il panorama è vario. Ci sono istituti, come Mediolanum o Fineco, che non fanno pagare nulla. Generalmente però le banche applicano una commissione che oscilla tra gli 1,75 e i 2,30 euro. Significa ricavi stimabili tra i 267 e i 352 milioni di euro l’anno. Denari che sono solo in minima parte giustificati dai costi. Lo scorso giugno, infatti, la Cogeban, la convenzione tra le banche che gestisce il marchio Bancomat, in virtù di accordi presi proprio con l’Antitrust ha ridotto di oltre il 10% il valore della commissione interbancaria massima, portandola a 0,62 euro. Cifra entro cui dovrebbero rientrare, contrariamente a quanto sostengono le banche anche attraverso l’Abi, tutti i costi di un prelievo eseguito sul Bancomat di un’altra banca: l’elaborazione dei dati, il loro trasporto, i costi finanziari, il personale, la manutenzione del distributore automatico. Punto. Ciò significa che chi richiede 2,30 euro per una transazione richiede il 73% in più del costo effettivo. Decisamente troppo, anche rispetto agli impegni presi a suo tempo, a tutto beneficio dei bilanci. Nonostante infatti l’Antitrust abbia invitato le banche ad adeguare le tariffe applicate alla clientela alle nuove commissioni stabilite dalla Cogeban, «l’abbassamento non c’è stato - sottolinea Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef -, anzi gli aumenti sono continuati senza sosta». Concorda Rosario Trefiletti (Federconsumatori): «Il sistema non è migliorato di una virgola». «Segno - nota Lannutti - che dal ”90 in poi le fusioni bancarie non hanno mai portato vantaggio. Quello voluto da Catricalà è un segnale che va nella direzione giusta». Stampa Articolo