Raimondo Bultrini, la Repubblica 20/9/2007, 20 settembre 2007
"Fratello Numero Due" Nuon Chea se lo aspettava da tempo. Soprattutto da quando è stato installato ufficialmente il Tribunale per i Crimini contro l´umanità delle Nazioni Unite destinato a processare i sopravvissuti del regime più sanguinario del mondo, i khmer rossi cambogiani che negli anni ´70 abolirono le leggi, il denaro, le scuole e la religione
"Fratello Numero Due" Nuon Chea se lo aspettava da tempo. Soprattutto da quando è stato installato ufficialmente il Tribunale per i Crimini contro l´umanità delle Nazioni Unite destinato a processare i sopravvissuti del regime più sanguinario del mondo, i khmer rossi cambogiani che negli anni ´70 abolirono le leggi, il denaro, le scuole e la religione. Ma quando l´ottantaduenne ex braccio destro del famigerato comandante della rivoluzione ultracomunista Pol Pot ha visto la polizia attorno alla sua casa di legno ai confini con la Tailandia, le gambe gli tremavano e si è lasciato sorreggere per entrare nell´auto e salire sull´elicottero che lo ha portato nella capitale Phnom Penh. Sono passati quasi trent´anni dalla fine delle spaventose violenze e carestie che tra il ´75 e il ´79 hanno sterminato oltre un quarto della popolazione cambogiana - poco meno di due milioni di uomini, donne e bambini - e molti dei dirigenti del regime sono già morti, compreso Pol Pot, "processato" sommariamente e ucciso dai suoi stessi compagni alla vigilia della liberazione del Paese da parte delle truppe vietnamite. Dopo ritardi e polemiche, il governo e il Parlamento cambogiano hanno ratificato solo nel 2004 l´istituzione del Tribunale formato con il supporto delle Nazioni Unite. Il primo ad essere stato arrestato il mese scorso su ordine della corte - formata da una maggioranza di giudici locali e membri della magistratura internazionale - è stato Kaing Guek Eav, famoso col nome di Duch, comandante della prigione S-21 di Tuol Sleng dove furono detenuti, torturati e uccisi oltre 16mila prigionieri. Ma era Nuon Chea, il più alto in grado tra gli imputati ribattezzato "l´ombra di Pol Pot", l´uomo che segretamente decideva chi arrestare e condannare a morte. Nonostante ufficialmente ricoprisse l´incarico di presidente dell´Assemblea nazionale, infatti, era in realtà il capo dei servizi di sicurezza, oltre che consigliere strategico di Pol Pot. Contro di lui esisterebbero prove schiaccianti, documenti firmati, testimonianze di ex dirigenti del regime e vittime. Come altri due capi dei khmer rossi, il suo vicino di casa già ex presidente Khieu Samphan e l´ex ministro degli Esteri Ieng Sary, viveva libero con sua moglie e il figlio nella cittadina di Pailin nel nord est, dove molti membri del regime hanno messo in piedi affari più o meno leciti, compreso il contrabbando di gioielli e droga. Fratello Numero Due conduceva una vita modesta e riservata, praticando la religione buddista che fu abolita dal suo regime responsabile dello sterminio di migliaia di monaci. Sperava come molti altri che il tribunale non avrebbe mai iniziato a funzionare - almeno non prima della sua morte - e nelle sue rare interviste ha ripetutamente detto di essere stato sempre all´oscuro delle violenze e delle torture contro i dissidenti e i contadini innocenti accusati di essere "intellettuali" e nemici del popolo. «Come presidente dell´Assemblea non avevo a che fare con le decisioni del governo», si è difeso, pur dicendosi pronto a rispondere alle domande dei giudici. «Mio padre è felice - ha detto anche suo figlio ai giornalisti - di fare luce sul regime dei khmer rossi per far capire la verità al mondo e alla gente». Alle udienze che dovrebbero aprirsi all´inizio del 2008, potrebbe davvero aprire capitoli inediti nella storia di quegli anni terribili.