Sergio Romano, Corriere della Sera 20/9/2007, 20 settembre 2007
Alla vigilia del novantesimo anniversario di Caporetto vorrei conoscere quale fosse il pensiero del popolo italiano nel 1882 quando Roma firmò l’accordo con Vienna e Berlino noto come Triplice Alleanza
Alla vigilia del novantesimo anniversario di Caporetto vorrei conoscere quale fosse il pensiero del popolo italiano nel 1882 quando Roma firmò l’accordo con Vienna e Berlino noto come Triplice Alleanza. Adesso nel Trentino e nel Tirolo quello della Grande Guerra sta diventando tema di appassionato e rispettoso ricordo, ma sfuma nella memoria il perché della nascita di quel trattato poi spezzato dall’Italia il 23 maggio 1915. Luigi Sardi luigi.sardi@virgilio.it
Caro Sardi, la Triplice Alleanza nasce dal sentimento di insicurezza con cui l’Italia, dopo la formazione del regno, cominciò a fare i suoi primi passi sulla scena internazionale. Ci accorgemmo della nostra condizione al congresso che si tenne a Berlino nel 1878 sotto la presidenza di Bismarck, il grande cancelliere che aveva vinto la guerra franco-prussiana di otto anni prima. Quando il ministro degli Esteri italiano dell’epoca, Luigi Corti, si fece coraggio e accennò alle aspirazioni del regno per il Trentino, il delegato russo Aleksandr Gorciakov chiese seccamente se l’Italia avesse perduto un’altra guerra per chiedere una nuova provincia. Era una sarcastica allusione al modo in cui nel 1866, nonostante le sconfitte di Custoza e di Lissa, eravamo riusciti ad avere il Veneto. Non basta. Al congresso Bismarck incoraggiò la Francia a consolarsi in Tunisia delle perdite subite nel 1870. L’intesa rimase segreta sino alla primavera del 1881, quando il governo francese architettò un incidente alla frontiera algerino-tunisina con una tribù di krumiri (una parola che entrò poi con altri significati nel nostro linguaggio sindacale e gastronomico) e ne approfittò per imporre al bey di Tunisi la propria tutela. La notizia fu accolta in Italia, da parte della classe politica, come una umiliazione. Perdevamo a profitto della Francia una regione che era abitata da una forte comunità di coloni, soprattutto meridionali. E vedevamo installarsi a breve distanza dalle coste siciliane un Paese con cui, in quel momento, avevamo cattivi rapporti politici ed economici. A queste delusioni internazionali si aggiunsero altre preoccupazioni. La Chiesa non aveva ancora digerito la perdita di Roma e chiedeva ai suoi fedeli di non partecipare alla vita dello Stato nazionale. I movimenti socialisti e anarchici si stavano diffondendo nel Paese. Umberto II, giunto al trono nel 1878, era alle sue prime armi e non aveva il carisma del padre. Quando visitò Napoli, poco dopo l’incoronazione, un giovane anarchico, Giovanni Passanante, saltò sul predellino della carrozza reale e lo colpì al braccio con un pugnale. Il presidente del Consiglio Benedetto Cairoli, che sedeva di fronte al re, si gettò sull’attentatore e l’afferrò per i capelli. Un capitano dei corazzieri a cavallo lo colpì alla testa con una sciabolata. Il re era salvo, ma il grande mito della monarchia nazionale aveva subito la sua prima ferita. «La poesia di casa Savoia – disse la regina Margherita – è distrutta». Isolato sul piano internazionale, minacciato all’interno dalla destra cattolica e dalla sinistra rivoluzionaria, il regno aveva bisogno di alleati. Vi erano già stati contatti con la Germania, ma Bismarck voleva che l’Italia si mettesse d’accordo anzitutto con Vienna. Occorreva quindi accettare che l’Austria divenisse, da nemico ereditario, amico e alleato. E occorreva mettere la sordina alle rivendicazioni trentine e triestine. Lei si chiede, caro Sardi, quale sia stato allora il sentimento del popolo italiano. Non vi fu grande entusiasmo naturalmente fra coloro che avevano combattuto l’Austria e volevano completare l’unità con le province irredente. Ma nella seconda metà dell’Ottocento la politica estera era quasi ovunque fermamente nelle mani dell’esecutivo, se non addirittura del sovrano. Alla costituzione della Triplice Alleanza e alla rottura del patto nel maggio 1915, il Parlamento restò estraneo.