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 2007  settembre 20 Giovedì calendario

PECHINO

La fascinazione di Sir Norman Foster per gli hangar, gli aeroporti, per tutto quello che sfiora il volo risale agli anni del suo servizio nella Raf, l’aeronautica militare britannica. Da architetto, ha dato fondo alla sua passione, progettando terminal, dallo scalo di Hong Kong (Chep Lap Kok) alle nuove strutture di Stansted. Adesso va oltre, e con l’immenso Terminal 3 di Pechino non solo aggiunge un progetto importante al suo curriculum, ma si prepara a consegnare il complesso aeroportuale più grande del mondo. La Cina si compiace di un record messo a segno ben prima della fatidica Olimpiade dell’8 agosto 2008: la scorsa settimana i media di Pechino hanno salutato lo stato avanzatissimo dei lavori, e l’annunciata inaugurazione di febbraio, come una sorta di vernissage anticipato, come la prova che la mobilitazione tecnologica e operativa (e, in ultima istanza, politica) si è dimostrata vincente.
Ora si provano i sistemi di smistamento bagagli, che contano su 30 chilometri di nastri. I lavori complessivi, avviati il 7 agosto 2004, si concluderanno entro l’anno.
Il Terminal 3 moltiplicherà la capacità dell’aeroporto di Pechino, ora sovraffollato al punto che nei giorni scorsi le autorità aeroportuali hanno annunciato il taglio di alcune decine di voli interni – da e per la capitale – proprio per contrastare una congestione che pareva echeggiare quella delle strade e tangenziali della città. Se le previsioni verranno confermate, nell’anno olimpico l’aeroporto di Pechino farà registrare il movimento di 66 milioni di passeggeri, passando dal nono al terzo posto nella lista degli scali più trafficati. Per la Cina, inoltre, costituirà il baricentro di un’espansione del trasporto aereo non inferiore, per portata, alle cifre del suo boom economico. Lo scorso anno è stato annunciato che tra il 2006 e il 2010 sarebbero stati investiti 14 miliardi di euro per aumentare il numero degli aeroporti della Repubblica Popolare, portandoli da 142 a 190, e le autorità hanno sempre riportato con enfasi i vari trionfi, che fosse un nuovo scalo in Tibet o i dati sulla nuova struttura di Canton, inaugurata nel 2005.
Oltre il luccichio dell’alluminio della copertura, oltre l’ampiezza della volta, oltre l’uso della luce naturale attraverso una grande vetrata – particolari familiari per chi ha in mente lo stile di Foster – fanno impressione i numeri. Che sono i 50 mila operai impiegati contemporaneamente al culmine dell’intensità e i 99 ettari della superficie occupata, ottenuta anche invadendo aree abitative e sloggiando 10 mila residenti. Con compensazioni erogate secondo meccanismi messi a punto in anni di invasivi progetti idroelettrici, vedi il caso delle Tre Gole. Ci sono poi i 2.900 chilometri di cavi, i 445 ascensori, le 7 mila auto che potranno essere parcheggiate.
La Cina della tradizione, deglutita giorno dopo giorno da cantieri urbani che rendono le città identiche le une alle altre (e le autorità cominciano a sgomentarsene), affiora tuttavia in particolari richiesti dalla committenza a Foster.
La porta d’ingresso nella Pechino dei Giochi doveva anticipare, in qualche modo, i suoi tesori più preziosi. Ecco allora le tinte che riecheggiano i padiglioni della Città proibita, il tetto brunito a schiena di drago, i pilastri affusolati in rosso. Il colpo d’occhio varrà per tutti. Ma ai britannici viene ricordato che quest’ultimo capolavoro del loro Sir Foster, rispetto al londinese Terminal 5 di Heathrow, è costato la metà, è grande il doppio e sarà completato in un terzo del tempo. Per i britannici il colpo d’occhio diventa un colpo basso.
Marco Del Corona