Alberto Ronchey, Corriere della Sera 20/9/2007, 20 settembre 2007
Tra le alterazioni del clima e la necessità di procurarsi energia indipendente dalle importazioni di petrolio, gas, carbone, l’Italia è in Europa la nazione che subisce le più gravose conseguenze del cosiddetto «effetto serra »
Tra le alterazioni del clima e la necessità di procurarsi energia indipendente dalle importazioni di petrolio, gas, carbone, l’Italia è in Europa la nazione che subisce le più gravose conseguenze del cosiddetto «effetto serra ». Si sapeva già, ma ora l’ha confermato la conferenza sulle questioni energetiche, ambientali e climatiche. Il fenomeno «serra », imputato secondo stime variabili e controverse all’eccessiva emissione di anidride carbonica, CO2, viene affrontato in Italia con ritardo particolare, provocato da lassismi o provvidenzialismi di decenni. Rispetto ai consumi, è mancato finora un piano attendibile per lo sviluppo di fonti energetiche alternative ai combustibili fossili. Responsabilità dei governi, certo. Ma non solo. A suo tempo, un referendum rifiutò per timori fobici l’adozione delle centrali elettronucleari, malgrado le scelte diverse delle maggiori società europee. Ora è tardi. Ritornare all’impresa interrotta, in quello stadio tecnologico, verrebbe a costare troppo senza effettiva utilità. Invece affiora la proposta di entrare nella ricerca tecnologica più aggiornata e di massima sicurezza in materia di fissione o di scorie radioattive da smaltire, accolta però ancora da resistenze o rigetti psicologici contro il nucleare. Se ne riparlerà fra vent’anni? Non è tutto. Nei costumi locali e nazionali rimane diffusa l’avversione a nuove centrali elettriche, tralicci d’alta tensione, terminali di metano liquido, rigassificatori e stoccaggi di gas. Eppure, l’economia italiana deve sopportare il costo del-l’elettricità importata più alto d’Europa. E ora, dopo l’iperconsumo elettrico dei condizionatori nei mesi del caldo afoso e prolungato, si prevede o si teme per l’inverno l’eventualità dei blackout. Ossia, rischio di ripetute paralisi d’ogni comune strumento del vivere o lavorare, illuminazione, ascensori, macchine d’ogni tipo, elettrodomestici, tecnologia digitale informatica, telefonia cordless e così avanti. La recente conferenza di Roma sulla questione climatica e la carestia energetica è stata pressoché inutile, oltreché censurabile a causa di alcune stime tecniche arbitrarie segnalate da eminenti specialisti. Tutto il resto già si conosceva fin troppo bene, da quando è in discussione il «clima impazzito ». Più esteso inquinamento dell’aria, siccità o piogge tropicalizzate, alluvioni, ghiacciai alpini che si vanno sciogliendo, fenomeni che alterano la portata dei fiumi e la configurazione delle coste. Dinanzi all’inquietante scenario, si ripetono tuttavia generiche deprecazioni e ancora semplici esortazioni a limitare i consumi elettrici. Nella controversia essenziale sulla questione delle fonti energetiche pulite, rinnovabili e alternative ai combustibili fossili, ancora invocazioni d’un imprecisato mix tra energia solare termica o elettrica, eolica o da biocarburanti, senza perdere le speranze nella fuel cell per la trazione all’idrogeno. Il governo, a questo punto, progetta non senza enfasi un «patto con la natura», che si risolve tuttavia solo nell’includere pannelli solari fotovoltaici negli edifici di nuova costruzione. Ma in altre nazioni, già da tempo, si moltiplicano i quartieri urbani e i villaggi «solaristi». Anche nella sperimentazione del solare fotovoltaico siamo in ritardo, non solo rispetto alla Germania o alla Spagna, ma persino agli Emirati del petrolio. Adesso in Italia vengono annunciati lavori per impianti fotovoltaici destinati a una potenza complessiva di 200 megawatt, quattro volte le installazioni degli ultimi trent’anni, ma la Germania già due anni fa superava 1.500 mw e procede. Quando e come in Italia sarà possibile recuperare il tempo perduto?