Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  settembre 19 Mercoledì calendario

Ritorno a Gomorra. la Repubblica, mercoledì 19 settembre La città finge disinvoltura. Ma in realtà c´è ansia

Ritorno a Gomorra. la Repubblica, mercoledì 19 settembre La città finge disinvoltura. Ma in realtà c´è ansia. Ogni volta che qualcuno viene da fuori, che viene a prendere possesso della piazza del paese, ogni volta che si parla di qualcosa di cui non si vuole parlare l´aria diviene come rarefatta. Grumosa. Mancavo da un anno, e tutto sembra identico a Casal di Principe. I politici nazionali non la frequentano molto. La conoscono per voci lontane. Ogni tanto finisce in qualche statistica: la città con più Mercedes al mondo, quella con più omicidi d´Europa. Ma sembrano record del passato. Ora tutto è cemento, rifiuti, mozzarelle. Terra dove ci sono più imprese edili che cittadini. Salgo sul palco e sento la vicinanza di molte persone, molte venute da fuori, e molte del paese che non ne possono più. Dei clan, del loro paese associato ai clan. In piazza le saracinesche e le finestre sono chiuse. Il lunedì c´è riposo, dicono per giustificarli, non è per timore dei clan che i negozi sono chiusi. Ma nessun commerciante avrebbe rifiutato di triplicare le proprie vendite. Vedo arrivare Renato Natale, l´ex sindaco. E´ strano. Quando glielo racconto non ci crede. Da adolescenti nella testa di molti c´era il mito del Che. Io avevo lui come eroe. Proprio mentre lui era sindaco uccisero Don Peppino. L´esecuzione del parroco che scrisse un documento «per amore del mio popolo non tacerò». Non tacere, parlare: proprio quello che in queste ore sembra essere così difficile, pericoloso. Renato Natale tentò di combattere con gli strumenti da amministratore l´impero di cemento dei clan, iniziando dal paese, da quello che loro ritenevano il feudo. Una volta gli scaricarono davanti a casa chili di merda di bufala. E quando decise di chiudere con paletti Piazza Mercato, ritrovava i paletti davanti al portone sradicati dalle ruspe dei clan. Lui li rimetteva e i clan li sradicavano di nuovo: una simbolica guerra che durò tempo. Ma ce la fece. La piazza divenne luogo di ritrovo dei giovani di tutta la zona. In quella piazza vi fu il raduno straordinario della popolazione di Casale insieme a centinaia di scout provenienti da tutta Italia per il trigesimo della morte di don Peppino Diana. Le prime ragazze in strada persino abbracciate ai propri fidanzati, le prime donne davanti ai bar: cose che sembrano ridicole, semplici, normali ma che quindici anni fa erano assolutamente impensabili. Qui niente è scontato. Renato Natale mi saluta e vedendolo, proprio mentre sono sulla piazza, mi salgono come un doloroso rigurgito i ricordi di episodi terribili. Antonio Cangiano vicesindaco di Casapesenna rifiutò di far vincere a un´impresa di un clan un appalto nel paese, loro che vincevano gare in ogni parte del nord Italia. Gli spararono alla schiena costringendolo per sempre sulla sedia a rotelle. E poi Federico. Federico Del Prete, sindacalista. Aveva iniziato a denunciare con un´azione costante i crimini minuscoli, le estorsioni agli ambulanti. E poi aveva persino aperto un´indagine che permetteva di vedere in alcuni esponenti del corpo dei Vigili Urbani il vero strumento utilizzato dalle cosche per controllare il territorio: dall´estorsione al controllo dei cantieri. Era riuscito a far vedere ciò che sino ad allora era parso indimostrabile. E in un momento in cui si discuteva delle troppe macchine blu date a sottosegretari e ministri, Federico Del Prete lo andarono a trovare nel suo ufficio. Non aveva protezione. Era al telefono quando 6 proiettili calibro 7,65 lo uccisero. E´ la storia di un´Italia resistente le cui lapidi sono portate nella voce di chi ricorda questi episodi, e li passa di bocca in bocca, mentre mi chiedo come mai in questi giorni, in queste ore, i governi, questo governo abbiano davvero fatto così poco. C´è il padre di Don Peppino Diana, i visi di molte ragazze del paese che mi stringono la mano e mi abbracciano. Mentre si avvicinano, mi viene spontaneo guardare dietro le loro spalle per vedere se ci sono i loro fidanzati e salutare anche loro per rassicurarli sulla mia correttezza. Sulla mia sinistra i ragazzotti di sempre. Soliti modi di fare. Occhiali, vestiti che se fosse passato qualsiasi pubblicitario o stilista li avrebbe immediatamente presi come testimonial dei propri prodotti. Mi guardano gli anelli che indosso. Li indossano anche loro. Tre, simbolo lontano. Padre figlio e spirito santo. E l´anello dello spirito santo è quello della sinistra, la mano che si da a colui al quale non si concede rispetto. Le telecamere non riescono a non riprenderli. Loro si avvicinano, «abbassa ”sta cosa», mettono le mani sugli obiettivi. Per molti che vengono da fuori è come arrivare in uno strano luogo, quasi magico. Ciò che fuori è cinema e delirio, qui è realtà. Le misure di sicurezza sono imponenti, mi dicono che ci sono persino i cecchini: che ad una manifestazione pubblica in una piazza debbano esserci i cecchini è difficile spiegarlo in Europa. I ragazzi della mia scorta sono tranquilli, non hanno chiesto nessun rafforzamento e mi placano con una frase che non ho più dimenticato, «noi non dobbiamo mica fare paura a nessuno, perché nessuno ci fa paura». C´è una scena quasi divertente. Ogni volta che sibilo parola o qualcuno accenna a qualcosa che possa somigliare al suono del mio nome, i ragazzotti annodano le braccia subito, di scatto. Prima ciondolanti, con le mani nelle tasche dei jeans e i polsi piegati in avanti. Poi, appena mi viene data la parola, scattano. Come soldatini. Tutti a braccia conserte, come a dimostrare che non c´è un solo applauso. Neanche l´intenzione di avvicinare un palmo all´altro. La dimostrazione che nessuna sorta di vicinanza è possibile tra loro e questo giullare. Questo buffone. Fausto Bertinotti parla, ma un gruppetto inizia a disturbare. Urlano tra loro, cominciano a applaudire dichiarazioni che rilasciano alle telecamere i più maturi tra gli imprenditori presenti. «La camorra non esiste» urlacchiano, dichiarano ai giornalisti e alle telecamere. Sembra una provocazione. A leggerla senza capire, come una frase pronunciata da chiunque sembra ridicola, persino scontata. Nelle barzellette i mafiosi dicono che la mafia non esiste. Ma non è così. Camorra è una parola che non sopportano, sa di crimine comune, quello che loro individuano a Napoli. Rapinarolex, ladri d´auto. Qui c´è imprenditoria, investimento. I clan di qui costruiscono l´Emilia Romagna, investono in Romania, si comprano Casinò in molte parti del mondo, e alberghi, e commerciano nel burro e nelle bufale, nei trasporti e nei rifornimenti di carburante. Dov´è la camorra? I soldi del racket e del narcotraffico sono fatti con metodo aziendale, qui si è svolta la più grande truffa alle assicurazioni d´Italia. L´estorsione è una partecipazione all´economia dei clan da cui poter dopo aver pagato ricevere benefici, prestiti, protezioni con le banche. Dov´è la camorra? E´ un invenzione. La tesi dei loro avvocati è sempre la stessa da anni. Qui ci sono solo imprenditori accusati di mafiosità da concorrenti sleali. E il sangue? Anche per questa domanda c´è una risposta. Vecchi rancori familiari risolti con sparatorie, retaggi di una terra isolata. Sento che ciò che più ha infastidito degli interventi è la parola «imprenditori». Arricreate le persone raccontandogli dei guaglioni con la pistola, ma non toccate gli affari. In piazza c´è don Nicola, il padre di Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi divenuto celebre per il soprannome Sandokan, e per la sua capacità di combinare affari milionari nel settore del cemento con una disciplinata ferocia: dall´alta velocità alle grandi ristrutturazioni, in grado di nascondersi da latitante al centro di Casal di Principe mentre le polizie di mezzo mondo lo cercavano. Don Nicola non lo riconosco subito, è parecchio invecchiato. Pensavo ci sarebbe stato ad accoglierci suo nipote che porta, come legge di sangue pretende, il suo stesso nome, anche lui ormai chiamato don Nicola. Il figlio maggiore di Sandokan. Ma non c´è. Don Nicola mi definisce un pagliaccio, un buffone denigratore della propria terra. Accuse necessarie, ovvie. Non è pensabile essere accolto a braccia a aperte. «Cosa hai fatto nella vita? Solo denigrare la tua terra», mi viene detto. E anche questo è un pensiero di molti. Ma che il vecchio padre di Sandokan esclama senza pudore. E poi l´accusa più atroce: «Quello vuole diventare deputato». Come se ci fosse la sottile insinuazione che si vuol divenire potenti, pronti a chiedere favori e a darne. A spartirsi le torte e i territori. Ai clan fa schifo la politica, è solo lo spazio che può essere o ignorato o usato. Nelle intercettazioni chiamano i politici che sostengono in campagna elettorale «cavallucci da mandare a governare». Don Nicola vuole salire sul palco. Anche lui vuole parlare. I giornalisti venuti da fuori sono sconvolti. Come ogni forma di tragedia in alcuni momenti assume i contorni della commedia così viene voglia di ridere, vedendo questo anziano signore che chiede di parlare. Avrei voluto che gli fosse data la parola: avrebbe decantato la sua terra come ricca e florida, ma denigrata da buffoni e cialtroni in cerca di visibilità. Ed è questo uno dei miracoli della terra di camorra. Creare una specie di soddisfazione continua nella propria quotidianità e verso la propria terra. Al punto tale che il clan di Casal di Principe prende il nome degli abitanti. Casalesi. Un nome che pronunciato a Napoli mette paura, da Secondigliano a Marano. E persino in Sicilia. Degnano di alleanza solo le ”ndrine più ricche. In Italia due clan prendono il nome dai loro paesi identificandosi quindi con essi. I Casalesi e i Corleonesi. Quando i cronisti si avvicinano a capire gli umori dei cittadini, in ogni zona d´Italia la gente impreca, e si danna il cielo e gli amministratori, si insultano tasse e traffico, la mancanza di lavoro. Invece per magia in terra di camorra tutto questo muta. «Qui stiamo bene, andatevene». E´ la prima cosa che dicono coloro che in piazza si definiscono imprenditori. «Ma quale camorra, noi stiamo benissimo. La camorra la inventate voi. « Non è a me che sta parlando don Nicola Schiavone. Non è al Presidente della Camera e neanche al Presidente della Commissione Antimafia. Don Nicola e i ragazzi di Schiavone stanno parlando alla loro gente, stanno parlando alle altre famiglie della confederazione dei Casalesi. E´ ai clan che in realtà stanno mandando messaggi. Pochi se ne accorgono. Don Nicola e i suoi stanno dicendo alle altre famiglie che loro non si fanno scalciare, stanno cercando di difendere la loro leadership, gli Schiavone sono ancora loro i capi formali. Non si prendono gli schiaffi in volto senza reagire. Circoscrivono la piazza da lontano, come a dire: qui siete venuti in una sorta di riserva, ora che ve ne andate noi restiamo. Quando me ne sto per andare molti ragazzini intorno all´auto della mia scorta si raggruppano. Visi ancora abbronzati, solito ghigno. «Bello il romanzo che hai scritto». Dicono. Tenendo forte la carica sulla z. Come se la parola romanzo insultasse il libro. E poi ridendo «Proprio nu´ bellu romanzo». Romanzo, sinonimo di invenzione, storiella, fesseria. Non può contenere verità né nomi e cognomi, e indirizzi e sangue. La cosa più inutile e inventata hai fatto: un romanzo. L´inutile. Un inutile che compravano di nascosto, o sbirciavano in singole pagine dove i loro capizona venivano raccontati. Forse persino per sapere o capire quello che le leggende di paese, che creano boss come sovrani, non gli raccontavano. E´ come quando un anno fa, sempre a Casal di Principe, subito dopo il mio intervento in cui invitavo i ragazzini delle scuole a cacciare i boss dalle loro terre: «Ma come, tu non facevi lo scrittore?». E cercano di trovare pace valutando i mestieri. E´ dai giudici, da certi giudici che bisogna aspettarsi carognate, è da alcuni politici arrivisti che bisogna aspettarsi comportamenti infami. Ma dagli scrittori proprio non c´è da temere. Se questo accade è perché divengono buffoni, giullari, come se davvero credessero che le parole, le loro parole, quelle degli scrittori usate per mestiere e quindi solo di convenienza secondo loro, possano mutare le cose. La giornata è finita. La macchina con i miei ragazzi mi porta fuori, costeggiamo le terre marce di diossina, dove si viene spesso educati troppo spesso come in una sorta di Sparta. Un senso di impotenza ti pervade: anche se sembra che nulla sia mutato, in realtà molto, molto è pronto per cambiare, attende che sia dato spazio alla mutazione. Piccoli dettagli che non possono essere ignorati. Persino il fastidio per la presenza istituzionale può lasciar sperare: troppo spesso lo Stato ha fatto promesse senza mantenerle, è venuto un giorno e se n´è andato il giorno dopo. Quand´ero ragazzo, prima di fare a pugni, prima di sentire le nocche sulle gengive e prima che ci si rotolasse per terra cercando di bloccare con le gambe a tenaglia le cosce di chi stavi sfidando, ci si sfidava a parole. Ecco, mi ricordo che prima di fronteggiarti, le frasi di rito erano degne di uno scontro tra cavalieri, che ad ascoltarle ora farebbero ingolfare la gola di risate. Ma le ricordo ancora: «Io vengo da dove si imparano due cose, a sputare in faccia alla morte e alla paura. Sappi che per me vita e morte sono la stessa cosa». E sento solo ora cosa avrei voluto dire, viso a viso, a molti di quei ragazzi; che io ho imparato a risparmiare la saliva, che vita e morte non sono la stessa cosa e che fino al termine di questa notte proseguirò questo viaggio. Non datevi pace. Roberto Saviano