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 2007  settembre 19 Mercoledì calendario

Perché la Cina sì e la Russia no? da tempo che faccio questa domanda ma ottengo, anche da persone non banali, risposte banali tipo: «I cinesi sono operosi», «La dittatura assicura efficienza», ecc

Perché la Cina sì e la Russia no? da tempo che faccio questa domanda ma ottengo, anche da persone non banali, risposte banali tipo: «I cinesi sono operosi», «La dittatura assicura efficienza», ecc. Eppure, quando la rincorsa è cominciata una ventina d’anni fa, i russi erano molto più vicini al nostro mondo per tecnologie, infrastrutture, risorse naturali e invece oggi, dopo il sorpasso, siamo circondati da prodotti cinesi e non sono più russi nemmeno i binocoli. Lei ha una risposta non banale? Italo Ferraro italoferraro@libero.it Caro Ferraro, per quesiti come quello della sua lettera non esistono risposte «scientifiche» ed è necessario ricorrere alle considerazioni degli storici, dei sociologi, degli economisti, dei geografi e degli antropologi. La Russia ha avuto una storia economica alquanto diversa da quella della Cina. E’ un enorme Paese, scarsamente popolato, privo di grandi difese naturali, profondamente segnato dall’invasione mongolica. La sua straordinaria espansione è per molti aspetti il paradossale risultato di ancestrali paure per coloro che possono invaderla da Ovest o da Est: i vichinghi, i mongoli, i polacchi, i lituani, gli svedesi, i francesi, i tedeschi. Cresce territorialmente per allontanare dal centro le proprie frontiere. Con una eccezione (l’antica città di Novgorod, a Sudest di Pietroburgo), la Russia non ha le tradizioni mercantili delle libere città europee e dei numerosi scali marittimi che si affacciano sulle coste meridionali della Cina. Mentre l’agricoltura europea ha creato, nel corso della storia, una classe sempre più numerosa di imprenditori agricoli, fattori e contadini proprietari, quella russa ha generato un ristretto ceto di latifondisti e un vasto popolo di servi della gleba. Esisteva per la verità anche una forma originale di agricoltura slava. Era la «obshina», la comune agricola in cui molti videro una sorta di archetipo del socialismo russo. Ma nella obshina, gestita da un consiglio degli anziani, nessuno era proprietario e nessuno, quindi, personalmente interessato a migliorare i metodi di coltivazione e ad aumentare il rendimento della terra. Insomma, mentre l’agricoltura europea accumulava i capitali che sarebbero serviti a finanziare le sue rivoluzioni industriali, quella russa ingrassava le casse del demanio imperiale e di una oligarchia latifondista, più incline a dilapidare il proprio denaro nei casinò delle stazioni termali che a investirlo nella economia nazionale. Mentre l’Europa centro-occidentale creava un «terzo stato», composto da commercianti, imprenditori e professionisti, la Russia aveva al suo vertice un ristretto ceto dirigente, composto da nobili, proprietari terrieri e funzionari dello Stato. Quando l’onda lunga della rivoluzione industriale, alla fine dell’800, cominciò finalmente a lambire le terre russe, alcuni grandi riformatori cercarono di favorirla con iniziative illuminate. Il ministro delle Finanze Sergej Vitte diede il via a un ambizioso programma di costruzioni ferroviarie. Il primo ministro Pëtr Stolypin lanciò una riforma agraria che avrebbe creato, nel giro di una o due generazioni, un ceto di contadini proprietari. Ma la rivoluzione bolscevica, pochi anni dopo, mise fine alla fase riformatrice dell’economia russa. E la «Nuova politica economica» parzialmente liberale (Nep), a cui Lenin dovette ricorrere per ridare ossigeno a un Paese stremato, fu soltanto un breve interludio. Tre generazioni di russi sono cresciuti da allora senza sapere che cosa significhi investire, rischiare, creare imprese, aprire negozi, fondare studi professionali. Nessun altro Paese ha così lungamente ignorato le virtù della proprietà privata. In Cina il tentativo livellatore di Mao durò invece soltanto trent’anni e non ebbe comunque alcuna influenza sulle laboriose e intraprendenti comunità della diaspora cinese nel mondo. Quando Deng Xiaoping lanciò il programma delle «Quattro modernizzazioni », gli spiriti animali del suo popolo erano soltanto assopiti.