Maurizio Molinari, La Stampa 19/9/2007, 19 settembre 2007
Tutti guardano all’Iraq ma dove sono in gioco i nuovi equilibri del Pianeta è altrove, nelle sterminate acque dell’Oceano Indiano»
Tutti guardano all’Iraq ma dove sono in gioco i nuovi equilibri del Pianeta è altrove, nelle sterminate acque dell’Oceano Indiano». Robert Kaplan è fra i più brillanti analisti militari di Washington e al termine di una maratona durata mesi attraverso le basi navali e aeree degli Stati Uniti attorno al mondo ha racchiuso nelle 527 pagine del volume «Hog Pilots, Blue Water Grunts» la descrizione di uno scenario «tanto reale e lampante quanto sottovalutato»: le crescenti tensioni fra potenze marittime nell’Oceano Indiano. Il tam tam sulla tesi di Kaplan è tale che i centri studi di Chicago, Washington e New York lo chiamano a raccontare cosa ha visto e compreso. Da qui la riunione al Carnegie Council sulla 64° Strada, nell’Upper East Side, dove di fronte ad un pubblico di addetti militari e diplomatici - in maggioranza asiatici ed americani, con l’unica eccezione europea dell’ambasciatore di Svezia al Palazzo di Vetro - l’inviato di «Atlantic Monthly» racconta cosa ha visto a Est dello Stretto di Hormuz. «Con gli Stati Uniti impegnati a occupare la Mesopotamia e l’Europa che continua a ridurre le spese militari, le potenze militari emergenti sono quelle del Pacifico e si confrontano nell’Oceano Indiano». Se infatti Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Australia condividono un consistente aumento delle spese militari è nell’Oceano Indiano che si svolge la prima prova di forza fra loro. Basta vedere cosa sta avvenendo in questi giorni: a inizio mese 27 navi da guerra e sottomarini di Usa, Australia, Giappone, Singapore hanno condotto l’esercitazione «Malabar» assieme a 7 unità della marina dell’India a largo dell’arcipelago delle Andamane, nel Golfo del Bengala. Ovvero lo stesso specchio d’acqua dove nell’isola birmana del Grand Coco la Cina sta realizzando un imponente centro di sorveglianza elettronica. Partecipando a «Malabar» con unità di primo piano come le portaerei Uss Nimitz e Uss Kitty Hawk il Pentagono ha compiuto quello che Kaplan definisce un primo passo verso la «dottrina delle mille navi» messa nero su bianco da Michael Mullen ovvero l’ammiraglio della Us Navy destinato a succedere al generale dei marines Peter Pace alla carica di Capo degli Stati Maggiori Congiunti. Le «mille navi» sono la somma teorica delle unità da guerra degli Usa e di tutti i Paesi alleati - asiatici ed europei - che Mullen vede all’orizzonte come unica opzione strategica da seguire per fare fronte all’inarrestabile crescita, economica e dunque anche militare, della Repubblica popolare cinese. «Guardate i numeri e vi accorgerete che il declino dell’Us Navy sui mari è già iniziato» sottolinea Kaplan snocciolando numeri: gli Stati Uniti avevano 6.000 navi da guerra nel 1945 che si erano ridotte a 300 alla fine della Guerra Fredda e ora vanno spediti verso quota 150 mentre la Cina ne conta già 248, l’India 156 e il Giappone è arrivato a 119. «Se è certo vero che quelle americane sono ancora le navi più potenti e meglio armate, la bilancia della crescita oramai pende dall’altra parte e gli Stati Uniti sembrano destinati a fare la fine della Gran Bretagna, oggi con appena 43 navi destinate a diventare 29, che iniziò il proprio declino imperiale sugli Oceani alla fine dell’Ottocento» sottolinea Robert Kaplan, indicando nell’Oceano Indiano la cartina di tornasole dei «nuovi equilibri militari fra potenze». A suggerirlo è il fatto che i manuali navali cinesi fanno costante riferimento alle gesta di Zengh He, l’esploratore nato nel 1371 protagonista dell’apertura di nuove rotte verso gli Stretti di Hormuz in maniera analoga a quanto serve oggi a Pechino per garantirsi la stabilità della forniture energetiche. La Cina mantiene decine di navi nell’Oceano Indiano, stringe i rapporti militari con Bangladesh e Birmania, corteggia con investimenti Sri Lanka e Maldive e progetta nel XXI secolo l’apertura di un canale attraverso la Thailandia per evitare lo Stretto di Malacca, al fine di garantire e proteggere in proprio le rotte verso i pozzi del Medio Oriente. Ma così facendo si scontra con l’India, che ritiene l’omonimo Oceano un proprio lago come attesta la sistematica opera di pattugliamento delle acque, fino alle estreme propaggini: le coste del Madagascar e le isole dello Stretto di Malacca. Anche Tokio è interessata alle rotte energetiche cinesi e punta a consolidare i rapporti con New Delhi con manovre come «Malabar», forte del fatto di poter contare su una potenzialità di crescita unica degli apparati militari: con appena il 2 per cento di pil destinato alla Difesa ha quasi lo stesso numero di navi dell’Us Navy anche se il Pentagono divora (Iraq incluso) ben il 4,5 per cento dei pil a stelle e strisce. «Di fronte alle crescita delle flotte di Pechino e New Delhi, finora Washington ha giocato due carte, una sbagliata e l’altra giusta» osserva Kaplan. L’errore sta nel «voler puntare su un’alleanza India-Giappone in funzione anti-Pechino» perché in questa maniera «la tensione sale e ci pregiudichiamo un più saldo rapporto con la Cina, nostro più importante partner economico». Giusto invece è consolidare la presenza nella regione facendo leva sulla lotta alle bande di pirati che infestano le acque dello Stretto di Malacca, tradizionale via di commercio fra Cina e India. Dopo l’11 settembre è stato il ritorno della Us Navy nella base filippina di Subic Bay a consentire un maggiore impiego di unità contro i pirati, a volte collegati a gruppi di Al Qaeda. Bloccando i pirati l’Us Navy argina il terrorismo ma «fa anche diplomazia», osserva Kaplan, perché «ferma chi nuoce tanto alla Cina quanto all’India». Nel grande gioco geopolitico dell’Oceano Indiano c’è anche l’incognita russa: molte delle navi cinesi sono state acquistate dal Cremlino e la cooperazione militare fra Pechino e Mosca, anche attraverso il Patto di Cooperazione di Shangai, fa temere a Washington la nascita di un’alleanza euro-asiatica anti-Usa. Destinata a consolidare la dottrina Usa della «mille navi».