Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  settembre 14 Venerdì calendario

3 ARTICOLI

Tutti i nemici di Tronchetti. Il Sole 24 Ore 14 settembre 2007. Nell’estate del 2006 Marco Tronchetti Provera ha coltivato un progetto ambizioso: estendere l’azionariato di Olimpia, la holding che possiede la partecipazione di controllo di Telecom Italia (Ti), a un grande produttore di contenuti prima e a un forte partner europeo poi. Nacque da lì la trattativa con Rupert Murdoch per far entrare Sky, con la prospettiva di mettere a disposizione dell’editore australiano una base di 35 milioni di clienti in banda larga. Successivamente, come poi è accaduto, sarebbe stata coinvolta Telefonica per allargare ulteriormente la platea dei potenziali utilizzatori di contenuti multimediali. L’idea era questa: adesso che il gruppo è sano, con una catena proprietaria accorciata, livelli di efficienza e produttività superiori a quelli dei concorrenti, bisogna dargli una prospettiva internazionale, proiettata nel futuro. L’alleanza con Murdoch e Telefonica doveva essere sulle tecnologie, più che finanziaria: una piattaforma comune per aggredire insieme il mercato più promettente. L’ingresso in Olimpia dei due partner avrebbe cementato l’alleanza e magari aperto uno spiraglio per sviluppi futuri.
Nei mesi che sono trascorsi da quel settembre del 2006, in cui la situazione precipitò e Tronchetti Provera fu costretto a dimettersi dalla presidenza di Ti, il numero uno della Pirelli si è sfogato con qualche amico: «Il mio progetto si scontrava con la volontà della politica di riportare le telecomunicazioni italiane in un alveo diverso, dove non c’era posto per uno come me. E non è un caso che a me è stato impedito di fare lo stesso accordo con Telefonica che poi sono riuscite a fare le banche (Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Generali e Benetton, ndr). Bizzarro no? Non sarebbe stato meglio che Telefonica avesse come interlocutore un imprenditore che da parecchi anni, anche attraverso la Pirelli, opera nelle tlc? O è meglio un gruppo di banchieri?».
C’era dunque, nella visione di Tronchetti Provera, un disegno per estrometterlo. Che prendeva forma diffondendo nell’opinione pubblica messaggi giudicati fuorvianti. Senza che le sue strutture di comunicazione riuscissero a contrastarli efficacemente. Gli argomenti? I più disparati: dalla separazione della rete di telefonia fissa alle inchieste della magistratura sulle attività illecite del capo della security Giuliano Tavaroli, dalla gestione del debito all’inadeguatezza degli investimenti (vedere le schede sotto). Fino alle trattative (quattro in meno di un anno) per allargare l’azionariato di Olimpia. Con la ciliegina sulla torta delle critiche al piano industriale da lui presentato l’11 settembre 2006, in contemporanea con l’arrivo da Palazzo Chigi del piano Rovati (si veda l’intervista a fianco) che prevedeva lo scorporo della rete fissa.
Un complotto, dunque? Il sospetto si fonda su alcuni elementi fattuali. Per esempio: Murdoch, Telefonica e At&t, che in tempi diversi avevano raggiunto o quasi un accordo con Tronchetti Provera per entrare in Olimpia, si sono chiamati fuori lamentandosi delle interferenze politiche. La difesa dell’italianità del gruppo telefonico e soprattutto della rete fissa è diventata un vincolo insormontabile. Anche quando la stessa italianità non era a rischio. Come nell’intesa raggiunta con gli spagnoli nel gennaio scorso, che dava alle banche italiane una prelazione sulla quota eventualmente messa in vendita da Pirelli in una seconda fase.
Ma il ricordo che brucia di più resta quello del piano industriale dell’11 settembre 2006, una data che per scaramanzia doveva essere evitata. Quel giorno il consiglio di amministrazione approva una nuova strategia, centrata sulla "focalizzazione" sulla banda larga e sui contenuti. Ti vuole diventare una media company. Tim e le strutture di rete saranno societarizzate e "valorizzate". Tutti pensano: «Ecco, Pirelli non ce la fa più e vende il mobile e la rete per fare cassa». Si diffondono voci sulla possibile cessione di Tim Brasil. La politica e i sindacati si preoccupano e il titolo che sulle prime aveva dato segnali incoraggianti torna a scendere. Scoppia il caso Rovati e dal Palazzo di giustizia di Milano il tam tam annuncia imminenti provvedimenti contro i vertici del gruppo Telecom. Tronchetti Provera si dimette e lascia la presidenza a Guido Rossi.
Ha raccontato Tronchetti Provera in quei giorni: «Nell’incontro di Cernobbio (il 2 settembre al seminario Ambrosetti, ndr) avevo detto a Romano Prodi: "Date la sensazione che Telecom sia una società libera, altrimenti nelle trattative che ho aperto resto in posizione di debolezza". Anche la societarizzazione di Tim e della rete servivano nel negoziato per far vedere che eravamo liberi di agire, di trovare risorse qualora fosse stato necessario. Lo stesso valeva per Tim Brasil: o si punta sul Sud America oppure si usano 10 miliardi di dollari per espandersi in altri settori. E ai sindacati ho scritto chiaro e tondo: "Non voglio vendere Tim, voglio evitare che ci portino via la rete e resto fedele alla convergenza". Sì, perché la societarizzazione non significava affatto la fine della convergenza fisso-mobile come qualcuno ha voluto far credere. Ma bisognava anche far capire all’Autorità delle comunicazioni che non poteva tenerci in ostaggio in eterno».
Quello dell’Authority è un altro capitolo dolente. Con l’improvvisa sortita del presidente Corrado Calabrò sulla separazione delle rete e il lungo stop al progetto fisso-mobile: 30mila allacciamenti sperimentali autorizzati contro una domanda attesa di 2,5 milioni. Come dolente è il capitolo di Rossi e del management dopo le sue dimissioni. Rossi sarebbe dovuto restare quattro mesi («Ti scaldo la sedia», diceva a Tronchetti) e invece, nella visione del numero uno della Pirelli, si è messo subito di traverso per ossequio ai politici. Si deve soprattutto a Rossi, oltre che al Governo, se è saltata l’intesa con Telefonica per l’ingresso in Olimpia (allora a 3,2 euro per azione). Perché dal suo piano spariscono le sinergie per 2 miliardi che sarebbero state individuate tra Telefonica e Telecom Italia. E César Alierta, numero uno di Telefonica, chiude lì ogni discussione.
Ora la partita sta per finire con l’ingresso dei nuovi soci e l’uscita di Pirelli. Tronchetti ha provato a fare un bilancio della sua avventura in una recente occasione: «Se avessimo dovuto svalutare meno in questi anni (in Turchia, dove non c’era il roaming, in Brasile quella bufala di Globo.com, le put option di JpMorgan su Seat e via discorrendo per un totale di 12 miliardi) e avessimo potuto trattare liberamente alla fine, avremmo incassato più o meno quanto avevamo investito. Più in generale, direi che il cammino è stato interrotto quando si stava per raccogliere».
Orazio Carabini


***************


I NODI DELLA COMPAGNIA DI TELECOMUNICAZIONI
Tanti i dubbi sull’indebitamento
L’indebitamento è tranquillamente sostenibile, diceva Tronchetti Provera, e nessun investitore internazionale ha mai posto il problema. I debiti rendono ingestibile il gruppo, controbattevano in molti. Chi aveva ragione? L’indebitamento netto di Ti (oltre 39 miliardi a metà 2007) è allo stesso livello di Telefonica (2,7 volte l’Ebitda), ma è superiore a quello degli altri ex-monopolisti (2,3 in media).
I flussi di cassa "liberi" che Ti genera (5 miliardi l’anno) consentono di ripagare il debito in otto anni. Il problema, dunque, tecnicamente non esiste. L’indebitamento è diminuito dal 2001 a oggi (vedere grafico) anche grazie a dismissioni per 16 miliardi che hanno razionalizzato ma impoverito il gruppo. Sull’altro piatto della bilancia vanno messe pulizie di bilancio per quasi 12 miliardi (Seat, Turchia, Globo.com) e la fusione con Tim con successivo acquisto delle minorities.
Sotto la gestione Tronchetti Provera, al di là dei dividendi, sono stati distribuiti al mercato circa 22 miliardi attraverso il riacquisto delle azioni di minoranza di Tim (circa 14 miliardi) e di Olivetti (circa 8 miliardi) nell’ambito del processo di accorciamento della catena proprietaria.
Anche per Olimpia il problema debito non esiste: i finanziamenti sono garantiti dai titoli Ti che le banche hanno in pegno e il flusso di dividendi da sotto (Ti) copre abbondantemente il servizio del debito. Tuttavia non è "sano" che Ti distribuisca il 90% degli utili sotto forma di dividendi per sostenere il debito di Olimpia. Il pay-out ratio di Ti è più alto di quello dei concorrenti e negli ultimi due anni, con i margini industriali sotto pressione, il flusso dei dividendi è stato aumentato sempre per rispondere alle esigenze degli azionisti di controllo. Mentre i concorrenti acceleravano gli investimenti.


La separazione della rete e il modello Open Reach
Ti è convinta di aver risolto già dal 2002 il problema della "terzietà" della rete fissa che deve garantire parità di trattamento alla divisione commerciale di Ti e ai concorrenti. Separazione contabile e gestionale sono alla base di un modello che è stato studiato anche dall’Ofcom e che ha ricevuto apprezzamenti dalla commissione Ue secondo la quale in Italia la concorrenza nel settore tlc è elevata.
Ma nel novembre 2005 Romano Prodi parte alla carica: «Le sole imprese che fanno soldi vivono all’ombra di monopoli naturali». Prodi vince le elezioni e il presidente dell’Authority Corrado Calabrò nel giugno 2006, dice: «Separazione della rete sul modello inglese di Openreach».
Tronchetti Provera capisce l’antifona e incarica la McKinsey e Maurizio Decina di studiare la questione. Lo avvertono che il Governo punta alla separazione proprietaria. La rete sarà al centro delle schermaglie tra il Governo e il capo della Pirelli in tutte le fasi della trattativa che conduce alla cessione di Olimpia. Calabrò si è impegnato a trovare una soluzione entro la fine dell’anno.


Investimenti per 20 miliardi
Ti sostiene di aver investito, nel periodo 2002-05, più dei suoi concorrenti: oltre 20 miliardi, di cui il 70% in innovazione, pari al 17% dei ricavi. Gli elevati investimenti sono serviti da un lato a migliorare la rete, giudicata da Morgan Stanley nel 2004 una delle più efficienti
e tecnologicamente avanzate in Europa, dall’altro ad aumentare la produttività e la redditività del gruppo.
I ricavi e l’Ebitda per dipendente sono infatti significativamente cresciuti, rispettivamente
del 63 e del 50%, con un forte calo del personale. Il rapporto Ebitda/ricavi è costantemente superiore a quello degli ex-monopolisti
degli altri Paesi.
Il recente documento di consultazione dell’Authority segnala peraltro che dal 2002 gli investimenti di Ti (e dei suoi concorrenti italiani) sulla rete fissa sono in calo dal 2001 (da 4.357 milioni a 3.554) e che nel 2006 Deutsche Telekom, avendo cominciato a costruire la rete di nuova generazione, ha investito il 19% dei ricavi (11,8 miliardi) contro il 16% di Ti (5,1 miliardi).


Le indagini su Tavaroli, ex capo della security
La magistratura sta indagando sull’attività di Giuliano Tavaroli, ex capo della security prima alla Pirelli e poi a Ti. Tronchetti Provera ha sempre sostenuto che Tavaroli e i suoi complici operavano "in proprio". Tuttavia il gip Giuseppe Gennari, in una delle ordinanze, scrive: «Ci troviamo di fronte a una gravissima intromissione nella vita privata delle persone e a un tentativo di captazione occulta di dati e notizie riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione tra blocchi di potere economico e finanziario. Logiche che tendono a beneficiare non già l’azienda come tale, ma colui che, in un dato momento storico, ne è proprietario».
La Procura di Milano ha scritto al Parlamento che Ti non ha mai fatto intercettazioni. Lo stesso Tronchetti Provera ha impedito che la società entrasse nel business delle intercettazioni per conto della magistratura. Ma nella prima ordinanza si parla di «ascolto di telefonate interessanti» da parte di Tavaroli e dei suoi complici.
Orazio Carabini


****************


«Nessun complotto né mio né di Prodi».
PARLA ANGELO ROVATI
«Per me Telecom è una delle migliori società italiane e Marco Tronchetti Provera ha fatto tante cose giuste in questi anni, a cominciare dall’accorciamento della catena proprietaria». Angelo Rovati non serba rancore. L’imprenditore bolognese, che è stato consigliere di Romano Prodi prima di dimettersi per le polemiche seguite alla diffusione del famoso piano che porta il suo nome, ripercorre in questa intervista al Sole-24 Ore i giorni del settembre 2006. Questa è la premessa: «Non ci fu nessun complotto ai danni di Tronchetti Provera né da parte mia né da parte di Prodi. Se ci sono state incomprensioni con il Governo, io non c’entro. Certo, se Tronchetti Provera avesse stracciato i miei appunti e li avesse buttati nel cestino anziché darli ai giornali, non sarebbe successo tutto quel putiferio».
La divulgazione del suo piano fece precipitare la situazione: come andarono le cose?
Tutti gli operatori del settore si lamentavano che la situazione nelle tlc era bloccata, che bisognava investire nella nuova rete e che Telecom Italia aveva tanti debiti. Allora ho provato a buttare giù delle idee, cercando di replicare nelle tlc lo schema di Terna con l’energia elettrica: una rete indipendente e tanti operatori in concorrenza.
 stato accusato di voler espropriare Telecom Italia e di voler rinazionalizzare la telefonia.
Per chi non se lo ricordasse, la proposta era: 70% della rete in Borsa e il 30% a vari soggetti come Cassa depositi e prestiti o fondazioni che garantissero la società da eventuali scalate di soggetti sgraditi, di qualche mafia finanziaria internazionale. Telecom Italia avrebbe incassato 15-20 miliardi per abbattere il debito e avrebbe liberato risorse che oggi servono per pagare gli interessi. Magari avrebbe fatto qualche acquisizione importante. Altro che statalismo. Chissà, forse oggi sarebbe Telecom Italia a entrare in Telefonica e non il contrario.
Perché ha mandato il piano a Tronchetti Provera con il bigliettino di Palazzo Chigi?
Il 3-4 settembre ero a Giannutri. Sulla barca vicino alla mia c’era Giampaolo Zambeletti, un amico di vecchia data che è anche un importante dirigente di Telecom Italia. Gli racconto che ho fatto questo esercizio quando lo chiama Tronchetti Provera. Zambeletti gliene fa cenno. Il giorno dopo Tronchetti mi telefona e mi chiede di mandarglielo. Mi manda un autista a Palazzo Chigi. Prendo il primo bigliettino che trovo e ci scrivo sopra: «Come d’accordo, cordiali saluti». O qualcosa del genere, semplicemente per educazione. La sera mi richiama e mi dice che ci sono cose per lui inaccettabili, che era impegnato per l’imminente incontro con Rupert Murdoch e che ne avremmo riparlato al suo ritorno. L’11 settembre scoppia l’inferno con il piano industriale della societarizzazione di Tim e della rete che, secondo me, andava anche bene. E comunque sono affari di una società privata. Ma il Governo prende posizione e sui giornali compare il piano Rovati: ne avevamo una copia io e un’altra Tronchetti.
Non era un’intromissione?
Per niente. Eravamo d’accordo che glielo mandassi e sarebbe bastato che lo cestinasse perché non succedesse nulla.
Ma era da un po’ che si leggevano indiscrezioni sulla volontà del Governo di arrivare alla separazione proprietaria della rete, con la Cdp come principale azionista?
Tutti concordano che la rete della telefonia fissa è un asset sensibile per il Paese. La stessa vicenda dei dossier e dei tabulati illegali dimostra quanto possa essere pericolosa. Ma in quegli appunti non c’era nulla di statalista.
E adesso?
Stanno per entrare nuovi soci. Telecom è una bella società: se fanno le mosse giuste, non ci metteranno molto a far ripartire la macchina. E anche il titolo ne risentirà positivamente.
Orazio Carabini