Natalino Irti, Corriere della Sera 18/9/2007, 18 settembre 2007
Si deve a Georg Simmel (1858-1918), filosofo e sociologo berlinese, l’analisi più acuta e suggestiva della metropoli
Si deve a Georg Simmel (1858-1918), filosofo e sociologo berlinese, l’analisi più acuta e suggestiva della metropoli. Risale al 1903 – e se ne ha da noi l’elegante e precisa traduzione di Paolo Jedlowski – il saggio su Le metropoli e la vita dello spirito. Il tono della grande città è impersonale e oggettivo, tecnico e neutrale, spoglio di qualsiasi coloritura affettiva. Gli individui vengono in rapporti funzionali di prestazione e contro-prestazione; tutto si dissolve nella calcolante univocità del danaro. Di qui la figura del blasè, dell’individuo che, soffocato dal succedersi di incontri e di stimoli nervosi, ed incapace di accoglierli tutti nel proprio animo, si vieta di reagire e si mura in una specie di sorda indifferenza. Di qui pure la riservatezza, la «distanza psichica » (come la denomina Simmel), che spesso nasconde immediata antipatia, interiore estraneità, tacita avversione. L’individuo della metropoli, slegandosi dalle cerchie più ristrette e limitatrici, si trova affidato soltanto a se stesso, si sforza di riguadagnare, con l’apparire diverso e col farsi notare, «una qualche stima di sé e la coscienza di occupare un posto». Questo spiega – nota Simmel – perché «i predicatori dell’individualismo estremo (...) siano così appassionatamente amati proprio nelle metropoli, dal momento che appaiono al loro abitante i profeti e i redentori della sua nostalgia inappagata». E che altro è nostalgia, già nell’etimo greco, se non dolore per il ritorno, desiderio di un luogo lontano, da cui ci siamo allontanati o ci hanno discacciati? La mal adie du pays ricongiunge alle piccole patrie, scava sottile e assidua negli animi, s’inc arna in simboli e riti, è davvero il dannunziano «limo della mia foce».