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 2007  settembre 18 Martedì calendario

Leggo spesso che il presidente Sarkozy viene confrontato con il generale De Gaulle. Per le idee politiche è sicuramente più vicino a De Gaulle di Chirac, ma vorrei far notare che forse per un aspetto era Chirac quello più vicino a De Gaulle

Leggo spesso che il presidente Sarkozy viene confrontato con il generale De Gaulle. Per le idee politiche è sicuramente più vicino a De Gaulle di Chirac, ma vorrei far notare che forse per un aspetto era Chirac quello più vicino a De Gaulle. Mi riferisco alla famosa conferenza stampa (14 gennaio 1963), nella quale il generale dissipava ogni possibile dubbio sui rapporti franco-americani. Rifiutò la proposta statunitense per una fornitura di missili Polaris e soprattutto mise il veto all’ingresso nel Mercato Comune della Gran Bretagna, da lui considerata il fedele partner degli Stati Uniti in Europa. De Gaulle voleva dare un chiaro stop alla leadership statunitense nel Patto Atlantico. Rifiutò investimenti statunitensi in Francia, ci furono aperte divergenze su come affrontare le crisi nel Terzo mondo (la Francia preferiva la neutralità) e poi su come gestire la proliferazione nucleare nel vecchio continente. Sarkozy, anche nella sua recente visita al «mon ami» G. W. Bush, durante le vacanze, non sembra imitare De Gaulle. Martino Salomoni martinosalomoni@tiscali.it Caro Salomoni, De Gaulle voleva restituire alla Francia il suo vecchio ruolo di grande potenza dell’Europa continentale. Una delle sue prime iniziative diplomatiche dopo il ritorno al potere, nel 1958, fu la proposta di un direttorio tripartito, in seno all’Alleanza Atlantica, tra Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Quando il presidente americano Eisenhower e il Premier britannico Macmillan respinsero la sua proposta, il generale si mise al lavoro senza indugio per definire una politica estera francese che non sarebbe stata soggetta all’egemonia degli Stati Uniti. Volle che la Francia avesse la propria arma nucleare. Chiese alla Nato di ritirare le proprie basi militari dal territorio francese. Riconobbe la Cina comunista. Lasciò chiaramente intendere che disapprovava la politica degli Stati Uniti in Vietnam. Permise ai suoi consiglieri finanziari di lanciare una campagna contro la supremazia del dollaro. Cercò di orientare il processo d’integrazione europea verso forme di associazione politica che avrebbero valorizzato il ruolo della Francia nel continente. Si oppose all’ingresso della Gran Bretagna nel Mercato comune perché ritenne, con ragione, che il governo di Londra, dopo la fallita spedizione di Suez nel 1956, avesse scelto di stare, in ogni circostanza, accanto agli Stati Uniti e sarebbe stato il «cavallo di Troia» dell’America in Europa. Nelle grandi crisi internazionali dette prova di una impeccabile lealtà verso l’America. Accadde nell’agosto 1961, quando la Germania dell’Est costruì un muro per separare i settori orientali da quelli occidentali dell’ex capitale tedesca. E accadde nell’ottobre 1962, in una situazione ancora più grave, quando il presidente Kennedy denunciò pubblicamente la costruzione di rampe missilistiche sovietiche nell’isola di Cuba. Ma in molte altre circostanze non esitò a dissentire dall’America e a dirlo con chiarezza. Lei non ha torto, dunque, quando osserva che Chirac, soprattutto nella fase che precedette la guerra americana in Iraq, si comportò come un discepolo del generale. Sul confronto fra Sarkozy e De Gaulle, invece, ho molti dubbi. Non so se il nuovo presidente sia filo-americano o nazionalista. Non so se sia liberista o protezionista. Non so se sia europeista o euroscettico. Mi colpiscono, naturalmente, l’attivismo, il dinamismo e il decisionismo. Ma non ho ancora capito se siano strumenti al servizio di un grande disegno politico o non siano piuttosto le caratteristiche di un uomo sconfinatamente ambizioso, pronto a cambiare, pur di prevalere, i suoi obiettivi e le sue strategie. Penso in particolare alla legge per il contratto di primo impiego, voluta due anni fa dal Primo ministro Villepin: una formula molto interessante che Sarkozy, se dobbiamo credere ai suoi propositi riformatori, avrebbe dovuto sostenere con entusiasmo. Ma non appena si accorse che la legge non piaceva né ai giovani né ai sindacati, il riformatore preferì fare un passo indietro e assistere dalle quinte al fallimento del progetto.