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 2007  settembre 18 Martedì calendario

MILANO

Sciopero della pasta, tumulti del pane. Il caro- farina da settimane rimbalza sui giornali di tutto il mondo e disturba il sonno di consumatori e non. Ma chi sono i signori del grano, il primo anello della catena, coloro che si approvvigionano di questa materia prima diventata così «preziosa», per trasformarla in farina? Un mestiere antico quanto il pane. Una volta erano i mugnai che facevano scivolare i sacchi lungo fiumi e canali, oggi hanno il volto hi-tech dell’industria e sono di casa al Chicago Board of trade e al Matif di Parigi. Almeno alcuni. Il numero uno in Italia (terzo posto in Europa) è Grandi Molini italiani: un primo molino a pietra agli inizi del 1800 sulla riva del Po diventato un gruppo da 300 milioni di fatturato, con sei stabilimenti da Marghera a Vienna, 5000 clienti (dal panettiere alla Nestlè) per una quota del 21% del mercato italiano. Ma il presidente Antonio Costato, stesso nome del bisavolo «fondatore », non ci sta a sostenere nessuna delle iniziative di questi giorni, tutte azioni dettate da «interessi di parte» e che prescindono dalle «logiche di mercato ». I panificatori si difendono, sul prezzo del pane prendetevela con i mulini: sono loro che aumentano la farina.
«Qui l’unica cosa da capire è che a decidere il prezzo è il mercato – spiega Costato – e che il grano è una commodity come il rame e il petrolio. Noi per comprare il cereale andiamo in giro per il mondo e cerchiamo di portarlo a casa nel modo meno costoso ma se il valore della materia prima schizza alle stelle per la forte domanda di indiani e cinesi che finalmente combinano il pranzo con la cena, gli aumenti alla farina siamo costretti ad applicarli, anche tutti i giorni». Pochi sanno che l’Italia è il più grande Paese importatore al mondo, che produce circa l’1% del raccolto mondiale e ne consuma il 2%. A dividersi il mercato tricolore sono 300 piccole aziende ma solo «40-50 hanno dimensioni sostenibili – dice Costato ”, il resto sopravvive grazie al nero». Il secondo molino in Italia è Pivetti nel ferrarese, alla quarta generazione; poi c’è Agugiaro, il cui primo «impianto» risale al 1400 e a una nobile famiglia veneziana; Molini Riuniti che mette insieme la storia di due famiglie, i Ferrario proprietari della Besozzi (dal 1900 a Milano) e i bergamaschi Moretti (1922): oggi la quarta generazione è al lavoro nel nuovo stabilimento di Cologne (Brescia). Solo per fare alcuni nomi. «Da 46 anni faccio questo mestiere e non ho mai vissuto una situazione così critica» dice Franco Castelli, amministratore delegato di Molino Ilario, fondato dal nonno ad Alzate Brianza (Como, giro d’affari 25 milioni di euro). «Se ci guadagniamo? Noi stiamo soffrendo da morire. Tutte le settimane rincorriamo la pista del frumento, difficilissimo da reperire. Speravamo nel raccolto australiano ma la siccità lo ha quasi dimezzato. Da luglio a oggi il grano tenero è passato da 180 a 280 euro alla tonnellata. E per chi tocca le farine ottenere utili del 2, 2,5%, prima delle tasse è già un risultato positivo. Quest’anno non so come andrà ».
Tutta colpa insomma di raccolti ridotti e di una domanda forte. Ma la Coldiretti denuncia speculazioni, ci pagate il grano come nell’85. «Ma quali speculazioni? » sentenzia Gian Enrico Maggi, mediatore da 40 anni, mentre racconta dei contratti ancora fatti al telefono sulla parola e della grande perdita per la scomparsa di una «figura mitica », Serafino Ferruzzi, un «uomo di grande umanità». E di come «i guai siano cominciati dopo di lui».