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 2007  settembre 18 Martedì calendario

«Anche in Cina ora studiano l’amplificatore di energia per ridurre la vita delle scorie nucleari

«Anche in Cina ora studiano l’amplificatore di energia per ridurre la vita delle scorie nucleari. Ed è l’unica via per risolvere degnamente il problema e affrontare l’uso di questa fonte, ma con un approccio nuovo, più sicuro». Il Nobel Carlo Rubbia è appena tornato dalla Cina dove era stato invitato assieme ad altri Premi Nobel per discutere con i politici, i vertici dell’Accademia delle scienze, ma anche con gli studenti nelle università, delle scelte future che il grande Paese deve affrontare in materia di energia e di ambiente, due nodi dell’impetuoso sviluppo. Gli stessi temi che Carlo Rubbia tratterà a Venezia durante «The Energy Challenge» , la terza conferenza che si apre domani sul futuro della scienza e organizzata dalle Fondazioni Umberto Veronesi e Silvio Tronchetti Provera con la Fondazione Giorgio Cini. Ma l’amplificatore di energia non era un suo progetto? «Certo e l’avevo elaborato perché garantiva una possibilità determinante per il futuro: tagliare la vita delle scorie nucleari da milioni di anni a 20-30 anni, risolvendo la questione da sempre discussa. All’Enea si era incominciato a lavorare, ma poi il piano è stato bocciato dai soliti ignoti. E ora lo stanno portando avanti altrove». Dunque condivide la necessità di ricorrere all’energia nucleare per ridurre le emissioni generate dai combustibili derivati dal petrolio ? «Oggi ritengo sia opportuno pensare alla ricerca. Non si possono riproporre le tecnologie vecchie di cinquant’anni. Così facendo, fra una decina d’anni raccoglieremo i frutti, consapevoli, però, che le nuove centrali richiedono maggiori investimenti, circa il doppio di quello che costa una centrale di oggi. E ciò aumenterà il costo dell’energia». Anche i cinesi hanno deciso di impegnarsi sul nucleare... «Entro il 2020 vogliono trenta nuove centrali, ma guardando complessivamente le loro necessità energetiche in crescita spaventosa, questi impianti forniranno appena circa il tre per cento del fabbisogno che invece cercheranno di soddisfare facendo ricorso a svariate risorse». Continueranno con il carbone che avvelena loro e gli altri continenti? «No, sono consapevoli che il carbone è un male da cui devono guarire. Basta guardare dalla finestra per vedere come è ridotta la loro atmosfera, quale inquinamento aggredisce l’aria nelle strade. Il sindaco di Pechino che governa 15 milioni di abitanti (con meno di quattro Pechino si fa l’Italia intera) me ne parlava con toni seri, preoccupati, nel trovare in fretta una soluzione. E sono interessati ad una varietà di alternative consci, intanto, che l’idroelettrico su cui si sono impegnati finora è al limite delle possibilità». E allora che cosa vogliono fare? «Hanno formato due comitati di lavoro dedicati uno alle fonti rinnovabili e l’altro al nucleare. Nelle prime puntano al solare nelle diverse tecnologie, termodinamico compreso, e al vento mentre le biomasse per loro sono ancora fuori portata. Negli impianti fotovoltaici, ad esempio, sono già in grado di produrre a costi competitivi, vale a dire dieci volte inferiori ai nostri, ma altrettanto accade per le turbine eoliche». Ma la loro ricerca riesce a sostenere la qualità dei prodotti rendendoli competitivi nel mercato? «Ormai non c’è differenza con quelli occidentali. Non dimentichiamo che i loro investimenti nella ricerca sono galoppanti, puntando al 2,5 per cento del prodotto interno lordo entro un decennio, quando ora sono intorno all’uno e mezzo per cento. Ma se si pensa che questo aumenta anche del 10 per cento all’anno rispetto al precedente, la corrispondente cifra assoluta fa rabbrividire. E non discutono inutilmente come accade da noi, lo fanno e basta. E infatti i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Inoltre hanno potenziato le strutture di ricerca come nemmeno immaginiamo: ci sono sedi nuovissime di istituti universitari e centri di ricerca uguali a quelli che possiamo trovare negli Stati Uniti e soprattutto non hanno il problema dei cervelli; ne hanno quanti ne vogliono e non c’è il blocco delle assunzioni». E noi su, su quale strada dobbiamo incamminarci per avere un futuro ? «L’Europa lo ha già indicato chiaramente: il 20 per cento dell’energia deve essere ricavato entro il 2020 dalle fonti rinnovabili riducendo le emissioni dannose del 20 per cento. Il guaio è che la ricerca, procede ancora con passi troppo lenti, soprattutto in Italia. Io sono uno scienziato, devo suggerire soluzioni e non voglio intromettermi nella politica, ma dovremo cambiare ritmo e approfondire concretamente con il corretto supporto scientifico quali siano le nuove tecnologie più promettenti per ottenere risultati significativi. Invece vedo una situazione di stallo e una serie di discussioni incomprensibili che rischiano di rimanere sterili». E per le scelte energetiche? «Anche noi, come i cinesi, dobbiamo attingere a diverse fonti, ma diventando protagonisti di alcune tecnologie; cioè non dobbiamo andare a comprare le turbine eoliche nei Paesi nordici o le tecnologie solari in Germania. E’ necessario investire in ricerca e sviluppo e costruircele da soli queste tecnologie entrando nel mercato con nuove aziende in grado, poi, di venderle semmai anche agli altri». E l’idrogeno rimane ancora una possibilità? «E’ altrettanto prezioso ma è un vettore e bisogna ricavarlo facendo ricorso ad un’altra fonte. Se lo si estrae dal gas non serve a niente perché è legato sempre alle risorse fossili in esaurimento. Per ottenerlo dall’acqua, invece, bisogna spezzare la molecola e i francesi, ad esempio, propongono l’impiego dell’energia nucleare che hanno in abbondanza. Io sostengo che è meglio utilizzare l’energia solare che costa meno, è più immediata e più ecologica. Anche per questo all’Enea si era incominciato a lavorare seriamente e poi è finita come l’amplificatore che taglia la vita delle scorie radioattive, tutto bloccato». Il paese di Castiglione Messer Marino (in provincia di Chieti), dominato dalle torri di un impianto eolico