Andrea Nicastro, Corriere della Sera 18/9/2007, 18 settembre 2007
DAL NOSTRO INVIATO
TEHERAN – Prima che gli ayatollah arrivino all’Atomica, prima che falliscano i negoziati e le sanzioni economiche, prima che cominci il super annunciato bombardamento americano (o bisognerebbe ora dire franco-americano?), prima che tutto questo accada, Washington e Teheran stanno già combattendo. In silenzio, senza proclami, ma con proiettili, mine a penetrazione e commandos ben reali.
Per il Pentagono è ormai diventata una dottrina ufficiale: l’Iran sta attaccando l’America. Il generale David Petraeus ha parlato al Congresso di «guerra per procura» combattuta dalla Repubblica Islamica contro i marines attraverso le milizie sciite irachene. Ha anche lasciato intendere che potrebbe presto chiedere l’autorizzazione a inseguire gli aggressori fino in territorio iraniano. Sarebbe l’inizio ufficiale dell’allargamento del conflitto iracheno. I comandanti britannici a Bassora usano la stessa espressione: «Proxy war», guerra per delega, a indicare le «influenze iraniane sull’Esercito del Mahdi». Dai confini occidentali a quelli orientali dell’Iran lo scenario non cambia molto. In Afghanistan l’accusa a Teheran è di armare i talebani che combattono le truppe alleate. Gli iraniani negano in toto anche se paiono più convincenti sul fronte afghano che su quello iracheno. Teheran fa notare che i talebani (sunniti) sono sempre stati mortali nemici degli iraniani (sciiti) e quest’inedita alleanza avrebbe poco senso. Comunque sia Teheran risponde alle accuse americane con la stessa moneta.
Settimana scorsa il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale, Alì Larijani, ha detto che «gli Usa armano gruppi ribelli come il curdo Pejak per compiere attentati contro di noi». Al Pentagono dicono di «non saperne nulla ». Ma Teheran insiste. Durante l’ultimo vertice della Lega Araba, Mohammad Baqiri, viceministro degli Esteri, è tornato ad accusare Washington. « un tipico esempio di "doppio standard". Da una parte ci incolpano di fornire esplosivi e armi agli insorti in Iraq e dall’altra fanno contro di noi esattamente ciò di cui ci accusano».
In febbraio il Segretario di Stato Condoleezza Rice aveva annunciato 75 milioni di dollari per sostenere l’«opposizione» in Iran. Il denaro sarebbe andato soprattutto a tv e giornali delle «comunità etniche discriminate »: curdi, arabi, armeni, beluci e altri. Una svolta. La carta dei «democratici in esilio», che non funzionò nell’Iraq del dopo-Saddam, viene abbandonata a favore delle «identità etnico-religiose». La scelta sembra aver già maturato i primi frutti. Pochi giorni dopo l’annuncio, «cade» un elicottero militare di Teheran nella provincia del Kurdistan iraniano. Muoiono 14 soldati. In giugno un membro del Pejak dichiara a una tv tedesca che i loro attacchi hanno «già eliminato 200 militari iraniani». In agosto Abdul Rahman Haji Ahmadi, leader del gruppo, viene annunciato in visita a Washington. A metà mese precipita un altro elicottero uccidendo sei militari. Questa volta c’è la rivendicazione di un’altra scheggia indipendentista curdo-iraniana: Hayat al-Hur (Vita Libera). Ai primi di settembre nella provincia curda di Kermanshah, sette poliziotti di Teheran cadono in uno scontro con i «ribelli». Due settimane fa viene attaccato un check point a Rawansar, nel Kurdistan iraniano. Secondo il Bazak, un terzo partito illegale curdo-iraniano, muoiono 16 soldati. L’altra domenica l’attacco a un gasdotto che rifornisce la Turchia.
L’Iran reagisce con l’artiglieria cercando di bloccare sul confine le infiltrazioni. Alcuni villaggi iracheni sono finiti sotto il fuoco e 3 mila persone sono scappate a Erbil (Kurdistan iracheno) sotto la protezione della Croce Rossa. L’Iraq protesta. «In condizioni normali – ha detto Hoshyar Zebari, il ministro degli Esteri di Bagdad, curdo – questi bombardamenti nel nostro territorio sarebbero un atto di aggressione ». Sui volantini sganciati da aerei iraniani si legge: «Gli Stati Uniti stanno assoldando spie e terroristi nelle vostre zone per destabilizzare la Repubblica islamica. Aiutateci a impedirlo».
L’anno scorso una simile escalation si era avuta nel Khuzestan, regione a maggioranza araba del sud iraniano ricco di petrolio, al confine con l’Iraq e la zona di competenza britannica. Vi furono un pugno di attentati dinamitardi con (pare) una dozzina di vittime. Poi gli arresti, i processi a porte chiuse e le impiccagioni (sette) sembrano aver fermato il fenomeno.
C’è una terza spina nel fianco di Teheran: i Mujahedin del Popolo. Il gruppo, Mko, forte oggi di circa 2 mila militanti, è nella lista nera delle «organizzazioni terroristiche» sia per l’Europa sia per gli Usa. Oltre che, naturalmente, per la Repubblica islamica. Durante la guerra Iran-Iraq venne usato da Saddam per azioni sul suolo iraniano. L’Mko persegue un socialismo islamico, ma adotta metodi fanatici e brutali. Ufficialmente, alla caduta di Saddam sono stati privati delle armi e il campo di addestramento è diventata la loro prigione, sorvegliato da truppe Usa. Circa la metà degli Mko ha fatto richiesta di asilo politico in vari Paesi. Altri mille, invece, sono stati separati dai «pentiti». Sono questi «irriducibili», secondo Teheran, a essere stati arruolati dalla Cia come spie sia in Iraq sia in Iran. «In aprile, durante la Conferenza di stabilizzazione irachena – dice al Corriere il numero due dell’intelligence iraniano, Mohamed Jafari ”, abbiamo mostrato le prove di questa collaborazione tra Cia e Mko. Gli americani sono rimasti a bocca aperta. Non capivano da dove avessimo ottenuto quelle informazioni, se dall’Mko o direttamente dalla Cia».
I buoni rapporti con il governo sciita di Bagdad hanno permesso a Teheran di ottenere un mandato di cattura internazionale per i coniugi Rajavi, alla testa dei Mujahedin del Popolo: Massud e Mariam. «Sono in Giordania, sotto la protezione degli Stati Uniti» accusano fonti iraniane.
Muhammed Alì Jaafari, nuovo comandante dei Pasdaram da inizio settembre, dice di «aver individuato i punti deboli» dello schieramento militare americano in Iraq e Afghanistan. Se Washington «commettesse qualche imprudenza, la risposta della Repubblica islamica sarebbe devastante». Prove di guerra, da una parte e dall’altra, sono già cominciate.
Andrea Nicastro