Vanity Fair 20/09/2007, pagg.44-46 Isabella Mazzitelli, 20 settembre 2007
Ci chiamavano "gli americani". Vanity Fair 20 settembre 2007. Franco Zeffirelli conosceva Luciano Pavarotti da 40 anni almeno: era un ragazzone con una voce prodigiosa e la passione per il calcio, quello che fece un provino con il regista fiorentino per uno spettacolo che poi non andò in porto
Ci chiamavano "gli americani". Vanity Fair 20 settembre 2007. Franco Zeffirelli conosceva Luciano Pavarotti da 40 anni almeno: era un ragazzone con una voce prodigiosa e la passione per il calcio, quello che fece un provino con il regista fiorentino per uno spettacolo che poi non andò in porto. Nacque un’amicizia, rinsaldata dal grande successo reciproco, dal grande piacere di lavorare insieme - soprattutto in America, dove portarono in scena cinque opere - dai casi anche dolorosi della vita, e dalla solidarietà nata dalla consapevolezza di essere malvisti da molti critici. "In Italia il successo scatena l’invidia, non l’ammirazione: ci chiamavano "gli americani e a lui non hanno mai perdonato la capacità di piacere alla gente comune, di raccogliere mezzo milione di persone a Central Park e 250 mila a Londra" racconta Zeffirelli. "Mi mancherà molto: sua moglie Nicoletta era venuta pochi giorni fa a trovarmi, mandata da lui per spiegarmi un progetto che aveva. ”E’ una cosa che solo Franco può aiutarti a realizzare, le aveva detto. Non mi chieda che cos’è: è una sua creatura". Quando conobbe Luciano Pavarotti? "Negli anni ’60, a Roma. Dovevo fare una Traviata con i giovani della Filarmonica: avevo trovato il soprano, una ragazza americana che poi ha fatto anche strada, ma il tenore non ce l’avevo. Mi parlarono un gran bene di un cantante che aveva fatto una Bohème a Venezia: arrivò un ragazzone, un calciatore". Un calciatore? "Lui quello faceva, prima di diventare troppo grosso. Era un ragazzone, davvero, e per di più con una voce straordinaria intuita per primo dal padre, che a sua volta aveva una voce bellissima. Bene: Pavarotti andò al piano, sparò un pezzo dal Rigoletto e mi fece un’enorme impressione. Certo, era un po’ grosso, il confronto fisico tra tenore e soprano - lei era piccolina - forse strideva... Ma comunque quella volta non se ne fece nulla, perché la produzione saltò". Però il cantante la colpì... "Eccome! Mi rimase impresso: bello, l’aria brillante, sicuro di sé. Ricordo che gli dissi: cerca di non ingrassare, oggi non si accettano più i cantanti enormi. Lui mangiava come un pazzo, ma almeno allora riusciva a bruciare calorie". Quando lo rivide? "Non ci perdemmo mai di vista, ma l’occasione professionale arrivò al Metropolitan, dove lavorai alla Figlia del reggimento con lui e Joan Sutherland: ebbe un successo sbalorditivo, New York e l’America impazzirono con i famosi 9 ”do di petto", uno dopo l’altro, che lui eseguì meravigliosamente. Da allora siamo rimasti per sempre amici". Avete lavorato assieme altre volte? "Ricordo una Bohème, sempre a New York, diretta da Kleiber. Aveva fatto una cura dimagrante, "ma ti prometto che ringrasso subito, perché soffro troppo". Poi una Tosca, al Met, e la Turandot". Nessun dorma, il suo cavallo di battaglia. "Quell’aria l’ha reso veramente celebre tra il grande pubblico. Ma la sua prerogativa era il cantare in maniera libera, del tutto nuova. Per molti era un difetto, significava non avere rigore, né la tenuta regolare del la nota - una volta la teneva fino in fondo, una volta la sfumava -: i ritmi battevano, col suo cuore, in modo diverso. Intendiamoci: non che facesse errori madornali, ma era stasera canto così". Difatti con i direttori d’orchestra i rapporti potevano essere complicati". In che senso? "Il direttore, in linea di massima, vorrebbe sempre poter dire al cantante: "Guarda la mia bacchetta". La risposta di Pavarotti era: " La guardo con l’occhio sinistro, col destro guardo il cielo". Però, anche con un direttore difficile ed esigente come von Karajan le cose poi filavano lisce: Karajan era un uomo di teatro, accettava lo stile del cantante, consapevole di avere per le mani qualcosa di eccezionale". Altri erano meno in sintonia? "Dovevano stargli dietro, e questo a loro - a chiunque di loro - piaceva poco: dovevano innamorarsi del temperamento di Pavarotti, che difatti poi dava frutti straordinari, ineguagliabili. Una volta Gavazzeni - sì, mi pare fosse lui - ammise: pure noi, sul podio, non dirigiamo mai allo stesso modo, siamo temperamentali. Difatti i grandi melomani, e i musicofili, vanno ad ascoltare tutte le repliche: sanno che ognuna è unica". Voce a parte, com’era Luciano Pavarotti in scena? "Beh, era una calamità, con quel corpaccione e le sue difficoltà di movimento non sapevi che cosa fargli fare: l’unica era far girare lo spettacolo attorno a lui. Gli preparavo i suoi itinerari, badavo che le luci lo colpissero bene, e i risultati erano splendidi: come nel Don Carlos del ’92 alla prima della Scala, quella in cui il signor Muti aveva aizzato il loggione - detestava prendere i tempi da Pavarotti, lui". In che senso aizzato il loggione? "Il clima della serata era infausto. In un famoso passaggio il tenore aveva un do - o un si, non ricordo -: un filo di saliva gli bloccò le corde vocali. Una cosa da niente, si badi, una cosa che capita dieci volte per recita a tutti i cantanti: ebbe un’incertezza ma si scatenò il finimondo. Ho sempre pensato che il clima ostile fosse stato in qualche modo favorito da Muti: c’era un’atmosfera sgradevole attorno a Pavarotti ma anche attorno a me. Come se qualcuno - di certo i loggionisti - pensasse: "Ma le vadano a raccontare al Met, non a noi"... Pavarotti e io in questo abbiamo avuto un destino analogo". Cioè? In Italia siamo stati osteggiati dalla critica, piena di risentimento per il nostro straordinario successo all’estero: il suo, sia chiaro, molto più altisonante del mio, era conosciuto davvero in tutto il mondo. Eravamo diventati una leggenda, eravamo italiani da esportazione". Pavarotti ne era consapevole? "Amava New York, diceva che era sua sorella, oppure la sua amante. Ed era ricambiato". Scusi, intendevo dire se era consapevole del clima ostile in Italia. "Per forza. E difatti lavorava poco qui perché ogni volta c’erano critiche severe. L’ultima volta che abbiamo fatto un’opera insieme, però, è stato proprio in Italia, a Roma, il 13 gennaio 2000, per il centenario di Tosca, con lui, Domingo e Pons. Fu la volta che un critico benevolo scrisse: "Con quei quattro là, come fai a sbagliare?". Adesso sto preparando un’altra Tosca, ancora a Roma, per il 15 gennaio. Non posso non pensare che purtroppo sarà senza di lui". Però dicono che non avesse un carattere facile, il tenore. "No, era abbastanza intollerante, non aveva tanta pazienza. E diceva quello che pensava. Era abituato a comandare: aveva sempre avuto attorno un mondo di donne, era un sultano; quattro donne nel primo matrimomo, tra moglie e figlie, due nel secondo - anche se una, Alice, ancora piccola". Con i maschi, con i colleghi, per esempio, entrava in rotta di collisione? "No, nessuna rivalità. Aveva un atteggiamento di complicità: con Placido Domingo erano come fratelli". E con lei? "Siamo sempre stati molto vicini, e ci avevano molto legato i casi della vita. La salute, per esempio: avevamo tutti e due problemi alle ossa, lui alle ginocchia, io al femore. Pavarotti si era affidato a uno straordinario osteopata indiano, che la vorava a New York, e me lo aveva consigliato. Se gli avessi dato retta!". Perché? "Dopo aver girato il mio Tè con Musso lini, andai a Los Angeles per un’operazione al femore, dovevo cambiare una protesi: Luciano continuava a telefonarmi da New York, a decantarmi il suo dottore, a dirmi che era perfetto. Credo si occupasse tanto di me come per una forma affettuo sa di sdebito, perché io avevo letteralmente salvato la vita a suo padre: seppi che aveva un tumore al pancreas, esattamente come lo avreb be avuto lui, ed era ricoverato in un ospedale italo-americano nel New Jersey dove si intestardiva a voler ri manere - sa, magari si sentiva più a suo agio per via della lingua - ma dove onestamente non c’era nes suno in grado di salvarlo. Io invece conoscevo bene il professor Cahan, primario al New York Hospital che, grande ammiratore di Luciano e grande sponsor del Met, finalmente convinse il padre, lo operò e lo salvò: ha poi vissuto per 15 anni. Quando sono stato ricoverato io, a Los Angeles, fin sulla soglia della sala operatoria Pavarotti chiamò mio figlio per provare a farmi cambiare idea, a non restare lì. "Stai tranquillo, prega per me", gli dissi. E invece, lì cominciarono i miei guai, mi operarono male, mi fecero venire un’orrenda infezione dalla quale sono uscito vivo per miracolo". Pavarotti era un uomo felice? "Chi è felice, cara? Lei si può definire felice? Siamo tutti rassegnati a vivere. A volte con allegria - certo - facendo il possibile per dare un senso al nostro passaggio sulla Terra". Isabella Mazzitelli