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 2007  settembre 20 Giovedì calendario

2 ARTICOLI

Non siamo tutti Simpson? Vanity Fair 20 settembre 2007. D’accordo, non posso farvi la carognata di raccontarvi il film, però almeno qualche scena dovete lasciare che ve la mostri. Tipo Marge che entra nel market coi bambini e vede la foto segnaletica della sua famiglia al completo – già, i Simpson «wanted»! – e allora distrae il venditore il tempo sufficiente per permettere a Bart di alterare i connotati della foto con un pennarello – il faccione glabro di Homer camuffato da un bel paio di baffi, la pettinatura a termitaio di Marge trasformata in una ruota di pavone – ed ecco che il venditore si gira e riconosce i criminali nei volti di un’innocente famiglia che ha appena parcheggiato là fuori, in tutto identica ai cinque della foto contraffatta, e la fa arrestare all’istante. O tipo il nuovo presidente degli Stati Uniti Arnold Schwarzenegger, il quale, di fronte alle cinque opzioni per salvare il mondo aperte a ventaglio sulla sua scrivania dal capo della protezione civile, risponde con la voce robotica: «Sono stato eletto per comandare, non per leggere». O tipo Homer che massacra a frustate i cani da slitta, e li fa correre per tutto il Polo continuando a frustarli, e li frusta e li frusta anche quando si trascinano sulla neve con la lingua a penzoloni e poi, quando viene sera, toglie loro le catene dicendo: «Be’, so che avremo giornate migliori, per cui direi di buttarci tutto alle spalle», e viene immediatamente sbranato. Diciotto stagioni televisive (produzione Fox), quattrocento episodi, l’omaggio del Time come «miglior serie del ventesimo secolo» e, adesso, un lungometraggio in cinemascope: è davvero difficile dire qual è il segreto dei Simpson. Dovrei spiegare perché è bello il film e riesco solo a sciorinare esempi. Tipo Milhouse – il caro buon Milhouse, con le lenti spesse e bianche come due uova bollite – che viene picchiato da Nelson per il suo nuovo credo ambientalista. Tipo, tipo, tipo. Io guardo i Simpson da sempre. Li guardo alle 20.30 e anche sì, qualche volta, con mille sensi di colpa, alle 15.30 (in questi giorni, dovendo scrivere il presente articolo, il senso di colpa se n’è andato: cosa vuoi di più dalla vita?, guardi cartoni a metà pomeriggio e nessuno può rimproverarti nulla, visto che stai «lavorando», ecco un perfetto ragionamento alla Homer). Però confesso che non sono ancora riuscito a catturare in una formula il magmatico fluire della loro comicità, e credo che ciò sia dovuto proprio all’infinita bravura degli autori, al loro declinare in forme sempre diverse la meccanica ripetitività dei cliché. Venti sceneggiatori – più il grande «padre», Matt Groening, ormai quasi solo nel ruolo di supervisore – che lavorano in gruppi di quattro, cinque per stagione e riescono a rinnovare sempre il tipo di scrittura, mantenendo, non so come, intatto lo stile Simpson. Squadre di creativi capaci di lasciarti a bocca aperta a ogni puntata, con invenzioni di volta in volta semplici e sofisticatissime. Nel backstage del film Groening parla dell’immediatezza dell’immagine: ogni personaggio ha una sua sagoma subito riconoscibile, basta vedere l’ombra a stella dei capelli di Lisa o del testone di Homer per capire di chi si tratta. Però poi quest’immediatezza viene attivata da dialoghi pieni di sfumature e doppi sensi, complicata in sceneggiature profonde, spesso molto coraggiose. I Simpson sono, per esempio, l’unico caso di cartoon che abbia affrontato il problema della morte – nell’episodio del primo novembre 2000 muore la moglie del religiosissimo Flanders, il vicino di casa sollecito e premuroso che nessuno vorrebbe avere – ma la satira dei pupazzi a quattro dita colpisce anche il sistema scolastico, il mondo delle televisioni, la totale refrattarietà dell’uomo medio verso qualsiasi forma di ecologismo (questione centrale del film). Disincanto, cinismo, critica sociale hanno coagulato una reazione compatta da parte delle forze conservatrici nell’America degli anni Novanta, il che, paradossalmente, ha contribuito al successo della serie. I Simpson sono diventati i cattivi, e tutti sappiamo quanto fascino hanno i cattivi sulle giovani menti. Il «ciucciati il calzino» di Bart stampato sulle magliette, i ragazzi di Mtv acconciati col suo stesso taglio di capelli, Bush senior che tuona «stiamo provando a rafforzare la famiglia americana in modo da farla assomigliare più ai Walton e meno ai Simpson» (i Walton, protagonisti negli anni Settanta della serie Una famiglia americana, ambientata nella Virginia rurale d’anteguerra, sono diventati l’icona dei valori di sobrietà e semplicità della provincia americana, ndr). Io però ho sempre sofferto la popolarità di Bart e compagnia, ho sempre pensato che parlassero solo a me, che solo io fossi davvero in grado di capirli. Mi pareva impossibile che i ragazzi che si eccitavano per le scorribande di Bart vedessero bene che cos’era Springfield, sapessero riconoscere nel plastico della cittadina americana, con le villette allineate nel reticolo delle Street e delle Avenue, la loro città. Dubitavo che chi rideva di Homer si accorgesse che Homer era suo padre. I Simpson avranno pure, come si suol dire, più livelli, però è un dato di fatto che sono riusciti a irretirci prendendoci per i fondelli: ci mostrano sfacciati il nostro lato peggiore e noi, chissà perché, invece di vergognarci, ridiamo contenti. Homer papà, si diceva. Be’, Homer non è solo quel simpatico, sciocco qualunquista che appare già nella sigla della serie (uscendo dalla centrale nucleare si accorge che una barra di plutonio gli è finita nella camicia e la getta disinvoltamente dal finestrino): Homer è soprattutto la nuova figura di padre, il padre amico, colui che ha abdicato al ruolo-simbolo di autorità morale e, invece di trasmettere l’ordine della Norma, compra più comodamente l’affetto dei figli puntando sulla complicità, abbassandosi al livello dei bambini, di fatto regredendo. Nell’episodio in cui Bart sfascia la dentiera del nonno, Homer prova a impuntarsi: «Oggi vai a letto senza cena». Bart aspetta nella propria stanza, sicuro che i genitori alla fine cederanno, e infatti ecco arrivare Homer con un trancio di pizza: «Tieni piccolino, non lo dire alla mamma, eh». Riconoscete qualcuno? Forse vostro marito? Vostro padre? Voi stessi? E non riconoscete in Springfield una delle migliaia di cittadine di provincia, placide, agiate e serenamente indifferenti ai destini del mondo, nei prati perfettamente tosati delle quali ogni domenica accendiamo i nostri barbecue? In Italia, come in Belgio, come in Australia, e come anche, sì, negli Stati Uniti. Non a caso sono tredici le Springfield americane: Springfield ha un’identità plurale che tende potenzialmente all’infinito. Come se questo non bastasse, c’è in quella famiglia di pupazzi gialli l’inestricabile coacervo di illusione e disincanto che, di fatto, ogni occidentale del ventunesimo secolo cova dentro di sé. I Simpson sono cinici, politicamente scorretti, ma nello stesso tempo credono ancora, in modo, verrebbe da dire, anacronistico, nell’amore coniugale e nella famiglia. Sono nichilisti e sognatori a corto raggio – «No, Homer, il tuo sogno è sempre stato mangiare il più grande hot-dog del mondo, e lo hai realizzato lo scorso anno alla festa del panino» eccetera eccetera – ma poi, improvvisamente, trovano un motivo incontestabile per amare la vita (e farcela amare), fosse anche solo la ripresa dei cartoni di «Grattachecca e Fichetto» – cartoni nei cartoni! – il programma preferito di Bart e Lisa, per il quale in effetti è impossibile non andare pazzi. E ancora, sono allergici a qualsiasi gesto altruistico, ma poi hanno un tesoro di figlia, secchiona, sensibile, idealista, pronta a impegnarsi anima e corpo in ogni nuova battaglia civile. Sono dissacranti – la comunità è rimasta imprigionata in chiesa per il gelo, Lisa terrorizzata prega: «Padre nostro che sei nei cieli...», Bart la interrompe: «Lisa, non è né il luogo né il momento!» – eppure hanno una fiducia nei confronti delle cose, e del loro fluire, che si può definire solo religiosa. Anche nel film c’è il genio goliardico delle migliori burle – le tracce sul soffitto del maialino Spider Pig, Homer che gli fa il solletico soffiandogli pernacchie sull’ombelico – e sarà senz’altro uno sballo osservare come i disegnatori hanno saputo riempire l’inquadratura sterminata del widescreen (io l’ho vista in anteprima su un dvd) arricchendo con mille nuovi dettagli lo sfondo che siamo soliti vedere in Tv. Eppure i Simpson per me restano un’esperienza intima, una cosa da piccolo schermo, e alla fine anche la più grande meraviglia tecnologica non può nulla contro il semplice primo piano di Maggie e il rumore del suo ciuccio. Mauro Covacich


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Benvenuti a casa Simpson. Dal «ciucciati il calzino» di Bart al piede gigante di Marge.
Ha debuttato in America il 17 dicembre 1989 (dopo essere nato nel 1987 nel Tracey Ullman Show), è stato il primo cartone dopo I Flintstones ad andare in onda in prima serata. Un successo che ha portato ai Simpson 23 Emmy (gli Oscar Tv americani), una stella sul Walk of Fame di Hollywood e un protagonista, Bart, indicato tra i 100 personaggi più influenti da Time.
I protagonisti:
Papà Homer, mamma Marge e i figli Bart, Lisa e Maggie – sono una apparentemente atipica famiglia americana di una tipica cittadina americana: Springfield, sede della centrale nucleare (dove lavora Homer) del tirannico signor Burns, per il team di autori capitanato da Matt Groening una località di pura fantasia. In realtà da anni si prova a individuare quella vera tra le molte Springfield degli Stati Uniti.
L’uscita di I Simpson:
Il film ha contribuito a risolvere, in parte, il mistero con un concorso lanciato da Fox e dal quotidiano Usa Today. Tredici «aspiranti» Springfield hanno mostrato la loro somiglianza alla città dei Simpson attraverso filmati votati dai lettori sul sito del quotidiano: in palio l’opportunità di ospitare la prima americana del film. La Springfield del Vermont (9.300 abitanti) ha vinto con 15.367 voti.
Ma ecco un breve profilo d’identità dei componenti della famiglia. Homer Jay, 38 anni, è addetto alla sicurezza della centrale, anche se con lui diventa tutto meno sicuro. Dopo il lavoro si trova con i suoi colleghi nel bar di Boe a bere birra Duff. A casa gli piace stare seduto sul divano a guardare la Tv con la birra in mano o sul pancione.
Marjorie Bouvier detta Marge, 36 anni, con la sua pettinatura a torre blu è la colla che tiene assieme la famiglia. Passa il tempo a tirare Homer fuori dai guai (lui la ricambia con degli improbabili «lo sai che ti amo» a fine giornata) e a badare alla piccola Maggie. Porta il 47 di piede.
Bartholomew Jo-Jo, 10 anni, meglio conosciuto come Bart (anagramma di brat, «monello»), ama il suo skate e il suo cane, Piccolo Aiutante di Babbo Natale, e odia la scuola (è ovviamente l’ultimo della classe). un frequentatore assiduo dell’ufficio del preside Skinner, che più di una volta si è sentito dire la frase che ha fatto scuola: «Ciucciati il calzino».
Lisa Marie, 8 anni, è il genio e la coscienza della famiglia. Si batte per i diritti dei più deboli, ottiene ottimi voti a scuola, sogna di diventare presidente degli Usa e suona il sax.
Margaret, ovvero Maggie, ha un anno, guarda la Tv e non si separa mai dal ciuccio rosso. Nonostante la tenerissima età, ha già salvato due volte la vita a Homer.
La serie – ricca di riferimenti, velati e non, alla politica e alla cultura pop americana – «ospita» regolarmente guest-star dello spettacolo, da Meryl Streep a Tom Cruise, da Paul McCartney a Sting, naturalmente disegnate a matita ma doppiate dalle voci originali. Italia 1 manda in onda fino a venerdì 14 settembre, alle 14.30, puntate speciali: ospiti Mel Gibson e Mel Brooks.
Ludovica Pellicioli