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 2007  settembre 20 Giovedì calendario

Bud e il fattore C. Vanity Fair 20 settembre 2007. «Guardi che se le parlo della mia vita, rischio di non essere credibile

Bud e il fattore C. Vanity Fair 20 settembre 2007. «Guardi che se le parlo della mia vita, rischio di non essere credibile. Con tutto quello che mi è successo, c’è materiale per sette-otto film». Seduto su una specie di tronetto, piazzato davanti alla scrivania del suo studio ai Parioli, a Roma, Bud Spencer (77 anni, napoletano, vero nome Carlo Pedersoli) parla con voce baritonale. Barba e capelli sono ingrigiti, ha perso qualche chilo, ma ha sempre l’aspetto del «bonaccione» grande e grosso che è meglio non far arrabbiare. La fidata segretaria Nelli entra ed esce di continuo dalla stanza, e trova il tempo di dirmi che in gioventù si è lanciata una trentina di volte con il paracadute. Si danno ancora del lei, benché lavorino insieme da 40 anni. Sono passati 40 anni anche dal primo film di Bud con Terence Hill, Dio perdona... io no!, e proprio in questi giorni il Festival di Venezia ha riproposto i successi della coppia storica del western all’italiana. Me la racconti, questa vita, almeno un po’. «Dino De Laurentiis mi ha sempre detto che la sua vita è composta da tre ”C”: cervello, cuore e coglioni. Ecco, la mia ne ha una in più: culo». Oggi c’è l’ha ancora? «Sì, ma non mi aspetto più nulla». Mi parla meglio di questa quarta «C»? «Sono un dilettante nato. Fortunatissimo. Come nuotatore sono stato più volte campione d’Italia (dal 1948 al 1957, ndr), ho partecipato a due Olimpiadi (Helsinki 1952 e Melbourne 1956, ndr) e giocato nella Nazionale di pallanuoto. Ma fumavo, andavo a donne, e facevo tardi la sera. E visto che all’epoca non c’erano le piscine, mi allenavo al mare, vicino a Roma, ma solo quando non avevo di meglio da fare. Con il cinema ho iniziato per caso, grazie a un amico di famiglia. Idem per la musica (ha scritto canzoni per Ornella Vanoni, Nico Fidenco e per la colonna sonora di Cleopatra, ndr). Volare, questo volevo. Solo che, essendo miope, non potevo. Un giorno, però...». Che cosa è successo? «Nel 1975, in America, stavo interpretando un pilota, e al decimo giorno di riprese, dopo aver ”rullato” in pista, invece di fermarmi e lasciare i comandi a quello vero, mi sono alzato in volo». Come è atterrato? «Non lo so. Il comandante, però, dopo avermi dato del pazzo, mi ha detto che dovevo assolutamente prendere il brevetto negli Stati Uniti. E l’ho fatto. Dal 1977 posso volare lì, in Italia e in Svizzera. Ho all’attivo 2.500 ore alla guida di jet, elicotteri e aerei a elica». Si sente in pensione? «No. Sto scrivendo soggetti per nuovi film, organizzando produzioni, e ho appena inciso un disco: si intitola Futtetenne (Fottitene, ndr). Canto in italiano, francese e napoletano. In Germania ha già venduto 5 mila copie». Quando si ritirerà? «In pensione non voglio e non posso andarci. Dopo aver girato 104 film in Italia e all’estero, e aver sempre pagato le tasse qui, l’Enpals (l’Ente Nazionale Previdenza e Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo, ndr) a fine mese mi dà 950 euro. Gli elettricisti che lavoravano sui miei set prendono il triplo». Ma i suoi film con Terence Hill hanno incassato tantissimo: perché la pensione è così bassa? «Ho scoperto che i produttori non mi hanno mai pagato i contributi, e oggi le loro società sono fallite. Non c’è più nessuno cui chiedere i soldi». Che rapporto ha con il denaro? «Pessimo. Ho guadagnato tanto e ho speso fino all’ultimo. Prima, però, ho sistemato tutti i miei familiari. Diciamo che, quando arriverà il mio momento, non ci sarà un’eredità da spartire». Ha nuovi film in vista? «Uno su Don Chisciotte ce l’ho pronto da anni, ma ormai ho capito che gli spagnoli non mi daranno mai il permesso di farlo perché sono italiano e l’ho adattato in chiave comica. L’altro è un rifacimento di Dottor Jekyll e Mister Hyde, anche questo tutto da ridere». Lo farà da solo o con Terence Hill? «Non lo so. A Terence ho parlato, ma è impegnato e tende a lavorare da solo, come già fece anni fa quando andò in America. Per poi tornare qui...». Oggi come sono i vostri rapporti? «Ottimi. Mario (Terence in realtà si chiama Mario Girotti, ndr) è una persona perbene, in tanti anni non abbiamo mai litigato. Ognuno fa quel che vuole, però». Nel 2003 ha recitato in Cantando dietro i paraventi, di Ermanno Olmi: viste le buone critiche, si aspettava di più? «Certe offerte non arrivano per una questione di soldi e veti incrociati. Girotti, quando nel 1999 ha fatto il primo Don Matteo per Raiuno, ha lavorato quasi gratis. E io, con gli anni che ho, non accetto queste condizioni. Nel 2001, invece, dopo aver fatto una puntata-pilota, c’è chi ha bloccato il progetto Padre Speranza, dicendo che non potevano esistere due preti come noi in due progetti separati».  amareggiato? «No. Come attore ho girato il mondo, ho recitato in inglese, spagnolo e francese, e ho avuto successo ovunque. Un successo che il pubblico ancora oggi mi regala, visto che ogni replica in Tv fa ascolti altissimi. Il resto dipende dagli addetti ai lavori». Che l’hanno dimenticata. « vero, ma tocca a tutti. naturale. Mi dispiace che mai nessuno ci abbia invitato alla serata del David di Donatello e mai nessuno, tranne una volta ad Assisi, ci abbia premiato. Nel 1992 ci hanno dato un Telegatto, cosa un po’ strana per chi, come noi, ha fatto soprattutto cinema. E pensare che, nel 2004, quando sono andato al Festival di Berlino con Olmi, ad aspettarmi in aeroporto c’erano 8 mila persone. Per Nicole Kidman e Jack Nicholson, 200». Olmi che cosa le disse per convincerla a fare quel film? «Mi ha conquistato quando gli ho chiesto che cosa dovevo fare. Mi ha risposto: ”Non lo so”. stato sincero. La falsità del cinema mi ha sempre fatto schifo». Si è mai pentito di aver detto no a Federico Fellini? «Per carità. Nel 1969, per il suo Satyricon, voleva farmi fare Trimalcione: dovevo stare con il culo nudo e farmelo mordere da un ragazzo. ”A Federi’...”, gli ho detto». Se non avesse accettato Dio perdona... io no!, che cosa avrebbe fatto? «Mi sarei laureato in Giurisprudenza o in Chimica (studente modello, non aveva finito gli studi perché la famiglia si era trasferita in Sud America, ndr), e forse anche in Filosofia. Comunque, tranne il fantino e il ballerino, ho fatto di tutto: operaio a Rio de Janeiro, responsabile dei camion per la costruzione della Panamericana in Venezuela, bibliotecario a Buenos Aires, segretario all’Ambasciata italiana in Uruguay... Insomma, ho la testa dura e un lavoro l’avrei trovato di sicuro». Carlo quanto somiglia a Bud? «Pochissimo. Non sono mai stato violento. Oddio, è anche vero che nessuno si è mai avvicinato: ero 1 metro e 93». Era? «Come tutti i vecchi, mi sto accartocciando. Ho già perso tre centimetri». Menando le mani per finta si è mai fatto male sul serio? «In Australia, nel 1998, stavo girando con un bambino di 10 anni. Sono scivolato e, per non cadergli addosso e farlo secco, ho dato un colpo di reni e sono finito con la testa su un blocco di granito. Quattro ore di operazione, sessanta punti. Vede? Questa che ho in fronte non è una ruga. E poi ho avuto qualche ”problemino” con un cavallo». Come andò? «Male, per lui. Non ricordo il film, l’anno era il 1978 o 1979, e io pesavo 150 chili. Si chiamava Cordobes e, dopo avermi ”assaggiato”, decise di buttarsi per terra e non rialzarsi più. Se mi allontanavo, si tirava su. Se mi avvicinavo, si sdraiava. Abbiamo dovuto cambiare scena». Si è mai chiesto perché ha avuto successo? «Credo perché, senza saperlo, abbiamo copiato la gestualità comica dei film muti. Rallentando il ritmo, in sala si capiva un attimo prima quello che avremmo fatto. E la gente, intuendo che avremmo pestato i cattivi, se la spassava». In assoluto, che cosa non rifarebbe? «Fumare». Con la politica ci riproverebbe? «No. Alle Regionali del 2005 mi presentai solo perché me lo chiese Berlusconi, che conosco e stimo». E venne trombato... «Con 5 mila preferenze arrivai quarto, su tre posti disponibili, senza fare campagna: mi ruppi l’omero due giorni prima. Fu un successo, mi creda».  ancora berlusconiano? «Sì. Prima ero radicale. Oggi però, da cattolico, sono convinto che il divorzio e l’aborto abbiano distrutto la famiglia». Ha paura della morte? «No. Ho un po’ di acciacchi, non sento gli anni che ho, ma non me ne frega niente. Quando vuole, sono pronto. Nell’attesa, fumo». Andrea Scarpa