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 2007  settembre 20 Giovedì calendario

Oro bianco Il latte caro e raro come il petrolio. Panorama 20 settembre 2007. In Australia c’è siccità

Oro bianco Il latte caro e raro come il petrolio. Panorama 20 settembre 2007. In Australia c’è siccità. In Italia i panettoni sono a rischio. Sembra un’affermazione da teatro dell’assurdo, ma così non è. Un sottile filo lega due eventi che apparentemente non hanno nulla in comune, inserendoli in un fenomeno globale che solo due o tre mesi fa nessuno avrebbe potuto immaginare. A unire siccità e panettoni, Europa e Oceania è il latte che non c’è. E che se c’è raggiunge livelli di prezzi impensabili soltanto prima dell’estate. La siccità che da un paio d’anni affligge l’Australia ha messo in ginocchio la produzione di cereali e foraggi che servono per alimentare le mucche in uno dei paesi principali produttori di questo «oro bianco». Nel contempo la crescita economica di Cina, India e America Latina ha aumentato straordinariamente la richiesta di questa materia prima. E con un effetto a catena planetario che sta avendo conseguenze pesantissime finisce che i produttori italiani di pandori e panettoni non trovano sul mercato il burro che dovrebbe servire alle produzioni natalizie. «Sembra quasi di essere tornati in guerra, al tempo dei razionamenti». Il commento di un produttore di latte italiano dà l’idea di quello che sta accadendo. Nessuno, in Italia e negli altri paesi industrializzati, avrebbe ragionevolmente pensato di dover un giorno fare i conti con la penuria di questo alimento base. E anche se neppure gli osservatori più apocalittici si spingono a prevedere scaffali vuoti, rimane il fatto che nel mondo l’emergenza latte c’è. E non è destinata a risolversi in tempi brevi. Ma facciamo un po’d’ordine. Come mai un alimento che fino a qualche anno fa aveva una produzione contingentata dalla Comunità europea (le famose quote), adesso non basta più? Per una serie di motivi semplici, quasi banali. La crescita dell’economia globale ha portato milioni di famiglie indiane, cinesi, dell’Est europeo o dell’America Latina fuori dalla povertà e dentro la classe media. E come sempre in questi casi la prima cosa a cambiare è la dieta. Con il risultato che è aumentata la richiesta di latte in polvere, formaggi, cioccolato, gelati, dolci da forno. Il tutto in un periodo di tempo brevissimo: basti pensare che nel 2000 un cinese consumava in media 9 litri di latte l’anno, ora ne beve più di 25. Neppure se tutti gli agricoltori del mondo si fossero nel frattempo buttati sull’allevamento di mucche la richiesta avrebbe potuto essere soddisfatta. Gli esperti calcolano che servirebbe ogni anno un aumento di produzione pari ai litri che la Nuova Zelanda, uno dei massimi produttori mondiali, fa uscire dalle sue stalle. Impossibile. Ma non è tutto: per colpa del bioetanolo molti produttori di cereali hanno riconvertito le loro colture, a scapito ancora dell’alimentazione del bestiame. Lo stesso fenomeno che ha provocato i rincari della pasta sta insomma mettendo in crisi gli allevatori, che in un anno hanno visto crescere del 60-70 per cento i loro costi. Quindi chi ha potuto ha scelto la strada del latte in polvere, assai richiesto e molto più remunerativo. L’hanno fatto per esempio molti produttori tedeschi, fino a ieri principali fornitori con la Francia di quel circa 40 per cento di latte che noi italiani siamo costretti a importare, e che hanno spostato verso la Russia le loro forniture. Di conseguenza è sparito il burro per i pandori. «Siamo di fronte al cosiddetto effetto farfalla» ammette Giorgio Ciani, responsabile comunicazione di Granarolo, la più grande filiera italiana del latte, di proprietà di circa 1.500 produttori. Un terremoto a Pechino che si fa sentire anche a New York. C’è uno sbilancio fra domanda e offerta mondiale di 3-4 milioni di tonnellate di polvere di latte, una quota consistente che fa sì che ci sia meno latte fresco in circolazione e quindi che si alzi il prezzo. «Senza fare allarmismi, è plausibile pensare che si arriverà a un aumento del prezzo alla stalla e quindi del prezzo al consumo e non si può escludere che ci sia qualche emergenza temporanea, qualche supermercato che potrebbe rimanere senza latte fresco per qualche ora. Resta quello a lunga conservazione». E sul discorso prezzo sono già scesi sul piede di guerra i produttori: dalla Campania al Piemonte, dalla Lombardia al Lazio le organizzazioni di categoria stanno chiedendo a gran voce di ricontrattare il loro compenso. «Un litro di latte costa alla stalla 33 centesimi, quando dovrebbe essere pagato almeno 40, e viene venduto a 1,40 euro» spiega Giorgio Apostoli, responsabile zootecnia della Coldiretti. «I prezzi sono fermi da dieci anni, mentre i costi sono aumentati del 60-70 pe cento. Noi chiediamo 5 centesimi di più, non ci sembra un aumento tale da far tremare i polsi all’industria lattiero-casearia». E infatti qualcosa si muove: in Lombardia si è riunito martedì il tavolo fra produttori e Assolatte, un accordo c’è già stato fra produttori e Centrale del latte di Roma, mentre qualche singolo industriale (lo ha fatto per esempio Franco Biraghi, titolare dell’azienda casearia Biraghi di Cuneo) ha scelto di concordare singolarmente un aumento di 5 centesimi per garantirsi la fornitura. E qui si torna al pandoro: «Non ci sono ancora stati blocchi di produzione» racconta Gastone Caprini, amministratore delegato della Bauli e presidente dell’Associazione produttori prodotti dolciari da forno. «Ma l’emergenza burro è una realtà. In un anno il costo è raddoppiato, al punto che abbiamo dovuto richiamare i listini che avevamo stilato a giugno. Era già previsto un aumento considerevole, del 4-5 per cento, abbiamo dovuto rialzarli sino al 14-15 per cento. E in più la materia prima non si trova. Siamo passati da un meccanismo per cui l’Europa che sovrapproduceva burro ci dava incentivi per il consumo interno a una situazione in cui non è possibile garantire gli approvvigionamenti neppure a prezzi molto più alti». Perché in Europa il latte deve ancora fare i conti con il meccanismo, a questo punto ormai obsoleto, delle quote che fissano un tetto massimo di produzione. Insomma, nel mondo il latte manca, ma noi non possiamo produrne di più. Contraddizioni da mercato globale. DANIELA FABBRI