Lucia Annunziata, La Stampa 17/9/2007, 17 settembre 2007
Al ritorno dalle vacanze un buon numero di italiani l’ha ritrovata lì, dove l’aveva lasciata: in ordine o in preda al caos, vuota o carica di carte
Al ritorno dalle vacanze un buon numero di italiani l’ha ritrovata lì, dove l’aveva lasciata: in ordine o in preda al caos, vuota o carica di carte. La scrivania è il secondo oggetto sotto cui gli abitanti del mondo occidentale infilano ogni giorno i propri piedi (l’altro è la tavola da pranzo). La scrivania è un oggetto indispensabile, oggi irrinunciabile. Nei primi giorni di questo mese una rivista, Handelsblatt, ha pubblicato i risultati di una ricerca secondo cui il disordine è un elemento indispensabile in ogni scrivania. Questo contravviene a una convinzione diffusa nel mondo anglosassone per cui una scrivania in ordine (meglio: sgombra) è invece indispensabile per lavorare. Esistono agenzie di consulenza, profumatamente pagate, che assicurano alle aziende a cui si propongono un risparmio di diversi minuti al giorno per ogni singolo impiegato. Secondo David Freedman, coautore di un recente libro, Il caos perfetto (Rizzoli), un tavolo vuoto farebbe infatti perdere il 36% di tempo al suo proprietario per cercare il materiale che gli serve. La lotta tra cultori dell’ordine e cultori del disordine è solo agli inizi. Uno psicologo, Stephan Gruenewald, sostiene che sul tavolo esistono zone calde e zone fredde - la terminologia deriva probabilmente da McLuhan -, che contengono rispettivamente documenti importanti e documenti non indispensabili. Una mano invisibile - la nostra - distribuirebbe le carte, rendendo il disordine più ordinato di quanto non sembri. L’imposizione forzosa di un altro ordine procurerebbe solo stress. Gruenewald sostiene che un tavolo caotico è indice dello status sociale del suo proprietario, così come l’altezza delle montagne di carta proporzionale al suo livello di istruzione, al reddito e all’esperienza. Un altro studioso del comportamento umano raccomandava anni fa di diffidare di coloro che possiedono una scrivania trasparente, di cristallo (in realtà posseduta solo da manager o alti dirigenti). Nel 1975 Primo Levi spiegò nel Sistema periodico i principi della «scienza delle scrivanie»: una scrivania scarsa denunzia un proprietario da poco; un impiegato che entro otto o dieci giorni dall’assunzione non ha conquistato una scrivania «è un uomo perduto» come un paguro senza guscio; per capire il potere del proprietario della scrivania, non si deve seguire un criterio quantitativo: c’è infatti chi usa il massimo disordine, chi invece, sottilmente, impone il proprio rango attraverso la pulizia meticolosa (così si dice facesse Mussolini a Palazzo Venezia). Come si vede, la scienza delle scrivanie è ancora «anesatta», scienza futuribile, in attesa di ulteriori perfezionamenti.