Marie Jégo, La Stampa 17/9/2007, 17 settembre 2007
Per gli abitanti di Butovo Sud, quartiere alla periferia meridionale di Mosca, i problemi sono cominciati con l’arrivo delle prime scavatrici nel 2006
Per gli abitanti di Butovo Sud, quartiere alla periferia meridionale di Mosca, i problemi sono cominciati con l’arrivo delle prime scavatrici nel 2006. Prima che ruspe e gru si mettessero all’opera, Butovo Sud era una zona di izbe circondate da palizzate, frutteti e orti, come in un villaggio tradizionale. Quindici mesi dopo, sulla loro terra è sorta una nuova città. Fianco a fianco, palazzi alti 15 piani sfidano le fragili casette di legno: sono state dichiarate «vetuste» e destinate alla demolizione. Navigando in Internet i proprietari delle case hanno scoperto l’esistenza di un ordine di demolizione firmato dal sindaco di Mosca Juri Luzhkov, datato 2004. Al posto delle piccole izbe con giardino il comune aveva l’intenzione di costruire immobili da vendere. La febbre dell’edilizia si è impadronita negli ultimi anni della capitale russa, palpabile nel centro della città, nel quartiere degli affari Moscow City e sui lungofiumi della Moscova. Gli appartamenti si vendono anche a 11 mila euro per metro quadrato. Questa febbre non ha risparmiato la periferia. A Butovo Sud, i cantieri sono gestiti da Glavmosstroi, dipartimento principale dell’edilizia di Mosca, un’azienda ex proprietà del comune venduta nell’autunno 2005 all’oligarca Oleg Deripaska, vicino al Cremlino. Con il balzo dei prezzi degli alloggi a Mosca (+99% negli ultimi 12 mesi), l’operazione prometteva di rivelarsi proficua. I nuovi appartamenti dovevano venire venduti a 2900 euro a metro quadrato. Gli abitanti di Butovo Sud hanno confrontato questi prezzi con le compensazioni offerte dal municipio per incentivarli a sloggiare: un bilocale in un caseggiato popolare lontano dal loro quartiere, e 40 mila euro di indennità. «Cosa possiamo acquistare con questi soldi, quando un appartamento di 80 metri costa quasi 300 mila euro?», si chiede Dmitrij Murashiov, proprietario di una casetta con giardino. «E come paragonare la vita in un bilocale a quella che abbiamo qui?», dice mostrando il suo giardinetto pieno di meli, ciliegi e alberi da prugna. Ingegnere in pensione, Dmitrij ha sempre vissuto qui. E non vuole andarsene. Come tanti altri abitanti del quartiere, che si sono attaccati alla loro terra. Hanno dichiarato guerra al comune, al Glavmosstroi, e a tutto il potere russo: «I nostri dirigenti sono sempre più lontani dal popolo. Non ci vedono, non ci sentono. Al minino problema, mandano i poliziotti». Le ostilità sono cominciate il 19 giugno 2006. Quel giorno, il comune ha inviato i bulldozer, e una squadra di polizia, per far sloggiare Julia Prokofieva, 40 anni, insieme a sua madre e a suo figlio. I poliziotti e gli operai del cantiere hanno fatto irruzione nella casetta, e hanno cominciato a prendere tutto, staccare i lampadari, gettare gli abiti, i mobili e i libri fuori dalle finestre, per trasportare tutto in un monolocale in un edificio nuovo poco distante. Raccontata dai media, l’espulsione dei Prokofiev ha suscitato una condanna unanime. Qualche mese dopo, un giudice ha dato ragione al comune, riconoscendo l’espulsione legale. Magnanimo, il comune ha fatto un’ultima offerta: un bilocale di 50 metri per Julia e sua madre, un monolocale di 30 metri per il figlio, in un quartiere più vicino al centro, e 40 mila euro per il terreno. Oggi al posto della casetta di Julia sta sorgendo un palazzone. Una trentina di famiglie - «quelli che non avevano in casa né acqua, né gas» - hanno scelto di seguire il suo esempio. Gli altri hanno fondato un’associazione, e di notte dormono con un occhio solo. «Quest’anno 9 case sono andate a fuoco, soprattutto la notte», racconta Vladimir Zhirnov, presidente dell’associazione. Se la prende «con il comune che vuole prenderci i nostri beni» e con il presidente Putin che «non svolge le sue funzioni di garante della Costituzione». Come i suoi vicini, Vladimir possiede un certificato di proprietà sulla casa. Ma non sul terreno. Per una ragione semplice: il comune di Mosca non riconosce la proprietà sulla terra. La compravendita di terreni non agricoli è stata autorizzata dal codice russo nel settembre 2001. Dopo più di 70 anni di proprietà collettiva, è stato un passo enorme per un Paese che non aveva nemmeno un catasto. Ma a Mosca è andata diversamente. Amministrata ormai da 16 anni dal potente Luzhkov, la capitale ha altre leggi. Nelle operazioni immobiliari, il terreno non viene venduto, ma ceduto in affitto (di solito per 49 anni). Ma la regola vale solo per la città di Mosca. A 20 chilometri da Butovo Sud, la terra può venire comprata e venduta. Per Dmitrij ritirarsi significa perdere tutto di nuovo. La prima volta gli è successo nel 1937, quando sua nonna, proprietaria di un grande appartamento nel centro di Mosca, era stata espulsa dalle autorità sovietiche. «Era l’epoca di Stalin. L’immobile doveva venire abbattuto. Mia nonna fu obbligata a sloggiare. In cambio, le hanno dato un pezzo di terra nuda, a Butovo Sud». Qui hanno abitato tre generazioni. I nonni hanno costruito la casa, i genitori hanno portato acqua, gas e luce. E Dmitrij ci ha pagato le tasse, e non ha dubbi che la terra sia sua: «Trovo difficile credere che in un’economia di mercato la proprietà privata sia sacra. Quando sono cominciate le riforme, ci spiegarono che la dittatura comunista era finita, che i dirigenti ora sarebbero stati eletti e avrebbero risposto ai cittadini. Oggi non ho nessuna possiblità di influire su nulla». Il suo amico Valentin, tassista, si chiede come farà a sopravvivere senza i suoi cetrioli e pomodori, senza le sue mele e prugne. Senza contare tutti i lavori fatti in casa, ereditata dai nonni della moglie, modesta ma ben tenuta. Tutti i vicini si riuniscono intorno al vecchio tavolo di legno nella stanza principale. Sorseggiando un succo di mela fatto in casa, Valentin spiega: «In un Paese normale, in un conflitto tra potere e cittadini ci si può appellare al deputato. Ma non qui». Alcuni deputati sono venuti a esprimere il loro sostegno, ma il diretto interessato, Vladimir Gruzdev, eletto a Butovo per la Duma, non si è fatto vivo. Ha distribuito nelle scuole del quartiere un calendario che diceva «Gruzdev è il tuo deputato». Ma questo 40enne membro del partito del Cremlino «Russia Unita» preferisce frequentare algri ambienti. Il 2 agosto 2007 è sceso in un batiscafo a 4300 metri sotto le acque del Polo Nord, per piantarci una bandiera russa in titanio. Sarà il prossimo turista a bordo della «Soyuz» per volare nello spazio nel settembre 2008. Questo privilegio gli potrebbe costare circa 18 milioni di euro. COPYRIGHT LE MONDE Stampa Articolo