Edoardo Novelli, La Stampa 17/9/2007, 17 settembre 2007
Chissà se, prima di salire sul palco della Festa dell’Unità di Bologna, Piero Fassino ha pensato che quello che stava per tenere era, con molta probabilità, l’ultimo grande comizio di una tradizione politica che ha fatto del discorso di piazza una delle sue armi formidabili
Chissà se, prima di salire sul palco della Festa dell’Unità di Bologna, Piero Fassino ha pensato che quello che stava per tenere era, con molta probabilità, l’ultimo grande comizio di una tradizione politica che ha fatto del discorso di piazza una delle sue armi formidabili. Il nascente Partito Democratico si presenta con l’immaterialità di internet, l’alta definizione dell’immagine elettronica, il confort delle sale congressi e degli auditorium. Nel suo futuro non c’è posto per oratori sudati dalla voce roca e piazze stipate di folle, pronte all’applauso o alla contestazione. La storia della sinistra, non solo quella italiana, è strettamente legata alla piazza ed alla sua manifestazione più alta: il comizio. I meeting sociali organizzati dai club operai inglesi nella seconda metà dell’800 alternano balli e giochi di prestigio ai discorsi dei leader e dei candidati. «Tanto più la tribuna sarà visibile, pubblica ed elevata, e la voce potente, d’altrettanto la folla s’arresterà a udire», si scrive nel 1896 in un documento del Psi dal titolo rivelatore: «L’arte della propaganda». I leader politici dell’epoca devono essere grandi oratori. Nella Torino dei primi anni del Novecento si distingue per l’abilità nell’infiammare le piazze il socialista Francesco Barberis, che ha ben chiaro che con l’uditorio bisogna dialogare. Diventato deputato, Barberis prende l’abitudine di presentarsi ai comizi in giacca ma, appena il tono si accende, dal pubblico si grida «Cichin gaute la giaca» (Francesco levati la giacca), e il discorso prosegue tumultuoso in maniche di camicia. Questi comizi sono ancora molto simili al dialogo pubblico, al dibattito in piazza. Una formula inaugurata addirittura da Giuseppe Garibaldi negli Anni Sessanta dell’Ottocento e subito ripresa dagli anarco-sindacalisti, a dimostrazione della sua forte matrice ideologica. Lo stretto rapporto fra la sinistra e la piazza riprende immediatamente dopo la caduta del fascismo. Sono passati solo pochi giorni dal 25 luglio del 1943 e Sandro Pertini parla in Piazza del Duomo a Milano. Al suo fianco c’è il giovane Pietro Ingrao che nel suo ultimo libro ha ricordato la grande emozione di quel suo primo comizio. Quando, con la resa del Giappone, si conclude la Seconda Guerra Mondiale, il Pci invita tutti all’Arena di Milano per il «Grande comizio» di Pajetta. La piazza è il principale luogo di incontro e confronto. E’ normale dunque che i partiti, soprattutto quelli di sinistra, tendano a commentare o celebrare i principali avvenimenti politici con comizi e discorsi pubblici. Il più grande è quello che si tiene il 26 settembre 1948 al Foro Italico di Roma per festeggiare il ritorno di Palmiro Togliatti alla politica, dopo l’attentato per mano di Antonio Pallante. Nello stadio voluto da Mussolini, gremito all’inverosimile, il segretario e il suo popolo si ritrovano in un rito nel quale vita pubblica e vita privata del leader comunista coincidono. Togliatti ha particolari qualità oratorie, che emergono nelle situazioni più tese e difficili. «Il comizio si svolse in silenzio, acuta in tutti l’emozione», racconta lo scrittore Mario Tobino dopo aver sentito Togliatti nella bianca Lucca. «Parlava il capo dei loro nemici. Il suo linguaggio era insieme popolare, inteso da tutti, eppure ogni motto guardingo, puro italiano, ogni parola specchio esatto di ciò che voleva esprimere, ogni parola giusta a sollecitare il cuore e la mente di chi lo ascoltava». Ma sono anche gli anni nei quali talvolta l’accoglienza riservata agli oratori comunisti è di tutt’altro genere. Nel 1944, nella Sicilia controllata dagli agrari, un comizio a Villalba, paese del capo mafia Don Calogero Vizzini, rischia di finire in strage. Finché gli oratori si tengono sul generale, parlando delle Repubbliche Marinare, non succede nulla e la gente, inizialmente scettica, si avvicina, ma basta che dal palco venga pronunciata la parola mafia, perché i picciotti presenti sulla piazza inizino a sparare e lanciare bombe a mano, ferendo 14 persone, fra le quali il segretario regionale del Pci Girolamo Li Causi. Col comizio si innalza, ma col comizio si colpisce. Valdo Magnani e Aldo Cucchi, «due pidocchi annidati nella criniera di un purosangue», secondo la definizione di Togliatti, sono nel 1951 il primo clamoroso caso di espulsione dal Pci per dissenso politico del dopoguerra. Quando, nel 1953, Magnani si candida per l’Unione dei Socialisti Indipendenti, i comunisti e i socialisti si presentano in massa ai comizi dei «magnacucchi» e stanno lì immobili a guardarli, in assoluto silenzio. In un caso sul palco viene fatta ritrovare la scritta: «Giuda tradì per trenta denari. Tu per quanto?». Le scuole oratorie si dividono fra i ragionatori, quali appunto Togliatti e Terracini, e i trascinatori come Pajetta, Nenni, Di Vittorio. Col passare degli anni il comizio si trasforma. La piazza non è più il posto dove si parla agli avversari, nella speranza di conquistarne il consenso. L’arte oratoria serve ancora, ma ben altri sono i requisiti che vengono richiesti ai leader. La piazza continua però ad essere importante, se non altro come simbolo. E’ per questo che la cacciata di Luciano Lama dall’Università di Roma ad opera degli autonomi e delle frange estreme del movimento, nel febbraio del 1977, assume un significato che va oltre l’avvenimento in sé. E’ la prima volta dal 1945 che al leader della Cgil e ad un esponente comunista del calibro di Lama viene impedito di tenere un comizio. Ma sono anche gli anni nei quali il Pci, giunto al culmine del suo consenso elettorale, fatica a individuare con chiarezza la sua linea politica fra ricordi di lotta e suggestioni di governo. Nonostante tutto, alcuni comizi mantengono intatto il loro valore simbolico. E’ il caso di quello che ogni anno chiude la Festa Nazionale dell’Unità. Ed è proprio su questo che si abbatte la satira del giornale satirico «Il Male». La finta copia dell’«Unità» che annuncia «Basta con la Dc», suscita l’effimero entusiasmo di molti militanti comunisti. Nell’ideale galleria dei ricordi, l’ultimo grande comizio comunista è, per uno strano gioco di ricorrenze, proprio l’ultimo, dell’ultimo grande leader comunista. Non tanto per i suoi contenuti, ma per la tragicità e il valore simbolico. Enrico Berlinguer viene colto da malore a Padova, sul palco del comizio conclusivo della campagna elettorale per le elezioni europee del 1984. Il grande leader cade sul campo, trasmesso in diretta su un maxischermo. Il vecchio comizio finiva li, e non solo quello. Stampa Articolo