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 2007  settembre 17 Lunedì calendario

L’equazione fascismo uguale reazione è sbagliata perché fa pensare a un’impossibilità di recupero e invece i processi messi in moto dal fascismo erano anche di modernizzazione»

L’equazione fascismo uguale reazione è sbagliata perché fa pensare a un’impossibilità di recupero e invece i processi messi in moto dal fascismo erano anche di modernizzazione». Carlo Lizzani, uno dei maggiori registi italiani, da sempre militante e memoria storica della sinistra italiana, riavvolge la pellicola della memoria per tornare «senza tabù» agli anni della sua formazione. E, tra ricordi personali e testimonianze d’epoca, riconosce le «buone cose realizzate dal regime» e delinea il «lungo viaggio» di intellettuali e quadri politici dal «fascismo modernizzatore» al Pci. Qualche giorno fa, in un’intervista a «Io Donna», il regista che tra le altre cose curò il documentario sui funerali di Enrico Berlinguer, ha definito «il più bel giorno della vita» quello del 1940 in cui si vide pubblicato il primo articolo su «Roma fascista». All’epoca, Lizzani aveva solo diciannove anni. «Ma non è per nostalgia della giovinezza che non posso dimenticare quel giorno - dice -. Ero un ragazzo, e quello era il passaggio dal sogno di diventare scrittore al vedere, in quel nome stampato per la prima volta su una rivista così importante, la realizzazione dei propri sogni. Inoltre, anche se meno, contava il sentirsi parte di un processo più ampio, cioè la modernizzazione dell’Italia operata dal fascismo». Per noi ragazzi si aprirono le porte di pubblicazioni come ”Primato”, con Bottai e altri gerarchi che offrivano la possibilità ai giovani di scrivere per le principali riviste. Il Centro sperimentale di cinematografia, un’invenzione fascista, proiettava i film sovietici. Ci sentivamo promossi come nessun’altra generazione prima di noi. Le parole d’ordine erano ”largo ai giovani” e ”la borghesia la seppelliremo”, mentre i nostri padri venivano da società gerontocratiche, bloccate. I Littoriali erano grandi gare giovanili che davano ai dicottenni l’opportunità di viaggiare, uscire di casa, sentirsi autonomi rispetto alla famiglia e ai canoni borghesi». Lizzani, in che modo subì la «seduzione del fascismo»? «Noi universitari eravamo nei Guf, i Gruppi universitari fascisti. Io addirittura al liceo, quando seppi che ai Guf si proiettavano opere che in giro non si vedevano, mi infilai e iniziai a frequentarli per vedere i film di René Clair e quelli del Centro sperimentale. Nel Radioguf i giovani si esercitavano a fare la radio. Ai Teatriguf fecero i primi provini Anna Proclemer e Giulietta Masina. Si veniva catapultati, con la possibilità di cimentarsi e mettersi alla prova. Oggi i Dams non hanno gli stessi mezzi. Di Teatroguf invece ce n’erano diciotto, e non solo a Roma e a Milano. Il fascismo è un fenomeno articolato, complesso, non è come i colonnelli greci o Pinochet. La predicazione antiborghese del fascismo ci ha preparato a passare armi e bagagli sul fronte marxista. All’Istituto di cultura fascista andavamo a leggere il Manifesto di Marx in appendice a un volume di Labriola». Detto questo, ha mai provato pietà per la fine di Mussolini? «Lo stesso Pajetta me ne parlò come di un atto terribile che non si riuscì a impedire. Non fu giusto, ma forse inevitabile nell’abisso in cui eravamo finiti per vanità, ideologia e incapacità militare. Ha ragione Günter Grass quando descrive la sua giovanile militanza nazista: sono momenti di accelerazione della storia. In quattro anni maturammo quanto in 30 anni di pace. La storia, però, non è lineare. Non ci sono il bene e il male, la reazione da una parte e il progresso dall’altra. Il fascismo è stato un movimento di massa reazionario ma modernizzatore, non era la repressione militare di fine Ottocento. Ha aggiornato il modo di vita degli italiani con i piani delle città, il cinema, la radio, l’urbanistica, l’Accademia d’Italia. Ha fatto bene, poi è sprofondato nei disegni di superiorità razziale mentre gli imperi coloniali cominciavano ad essere liquidati». Com’è passato dai Guf al Pci? «Ruggero Zangrandi, all’inizio un pupillo di Mussolini, fondò il partito socialista rivoluzionario. La polemica antiborghese, la dimensione sociale (che An ancora si porta dietro) preparava molti di noi ad andare verso Marx, Labriola e poi il Pci, il partito socialista. La sinistra ci reclutò in base al linguaggio. Nei nostri articoli si iniziò a leggere ”lavoratori” e ”masse” invece di ”popolo”, Vittorini cambiò ”nazione” con ”paese”. Vittorio Mussolini criticava come noi il cinema dei ”telefoni bianchi” a favore di un cinema popolare, dei fatti, che riflettesse le emozioni dell’Italia. Ci fu una fase in cui la storia che sembrava immobile, sembrò mettersi in movimento. Noi che vivevamo ancora nel mito dei garibaldini ci dicemmo: ”Quando mai potremmo ripetere un momento così?”. Abbiamo beneficiato di due promozioni: quella del fascismo e poi quella della Resistenza che proiettò in primo piano giovani dirigenti e potenziali quadri politici». E’ giusto affiancare le tombe dei partigiani a quelle dei morti di Salò come accade ora a Milano? «I morti sono tutti uguali, anche se non vanno dimenticate le cause per cui hanno lottato. Questa di Milano può essere una giusta purificazione, ma spero che i revisionisti non la strumentalizzino. Tanti giovanissimi di Salò morirono sì in buona fede, ma per valori sbagliati». Stampa Articolo