Niall Ferguson, Corriere della Sera 17/9/2007, 17 settembre 2007
Ci sono due cose che è futile tentare di prevedere con un anno e più di anticipo: il tasso di cambio del dollaro e il prossimo presidente degli Stati Uniti
Ci sono due cose che è futile tentare di prevedere con un anno e più di anticipo: il tasso di cambio del dollaro e il prossimo presidente degli Stati Uniti. Supponiamo tuttavia che il risultato, dato come più probabile dai recenti sondaggi, si avveri: Hillary Clinton ottiene la nomination del partito democratico e Rudy Giuliani quella del partito repubblicano. Se sarà questa la scelta che gli americani si troveranno davanti tra 14 mesi nella cabina elettorale, allora Rudy Giuliani potrebbe davvero emergere come il prossimo presidente americano. Che sia chiaro: a mio avviso Giuliani non è il migliore tra i contendenti repubblicani. Tempo fa ho svolto un ruolo (francamente insignificante) come consigliere di John McCain, che non finisce mai di stupirmi per la grinta e la determinazione. Tuttavia resta il fatto che Giuliani è, e da parecchio tempo, il candidato capolista. E’ giunto il momento di esaminare attentamente che cosa potrebbe significare una presidenza Giuliani. La saggezza tradizionale degli osservatori politici suggerisce che Rudy è altrettanto ben visto dalla Middle America quanto un mutuo ipotecario subprime a Wall Street di questi giorni. Non si tratta tanto delle posizioni liberali adottate quando era sindaco di New York, quanto della sua vita privata piuttosto sregolata. Alla domanda a quale religione appartenesse, Giuliani ha dato una risposta tipicamente newyorchese: «Io prego come un avvocato. Cerco di scendere a patti: fammi uscire da questo inghippo, e ti prometto che mi rivedrai in chiesa». Non sorprende perciò che la fede religiosa del mormone Mitt Romney appaia meno problematica. Benché tecnicamente autorizzato a praticare la poligamia, Romney è l’unico candidato repubblicano con una sola moglie. Ma i sondaggi ci dicono qualcos’altro. In un incisivo ritratto apparso nel New York Times Magazine, Matt Bai ipotizza che l’asso nella manica di Rudy Giuliani sia proprio la sua personalità irrequieta. Sei anni dopo gli attentati di Al Qaeda contro New York e Washington, mentre i soldati americani combattono e muoiono oltremare, Giuliani si presenta come un duro, capace di ottenere risultati, a prescindere dalle sue attività notturne. Ricordo di aver visitato Manhattan nell’era preGiuliani. Era come un lungo episodio di Kojak. Le professioni allora disponibili per i giovani di New York andavano dal gangster allo spacciatore, dal tossicodipendente alla prostituta, dal teppista al protettore – o al poliziotto corrotto. Ma quando mi sono trasferito in città, poco dopo l’11 settembre, si contavano più analisti che psicopatici. Buona parte del merito per quella trasformazione appartiene a Giuliani. La sua candidatura presidenziale si basa appunto sulla nozione che quello che ha funzionato per una capitale mondiale come New York può funzionare per il mondo intero. L’America, dice Giuliani, deve restare «all’offensiva » per vincere «la guerra che i terroristi hanno scatenato contro di noi». Ma come, ripete le parole di George Bush? No e poi no. In comune con quasi tutti i candidati repubblicani, l’eroe di Giuliani è Ronald Reagan. Ma non disdegna di paragonarsi anche a Winston Churchill. E questo mi preoccupa. Dimostra che Giuliani è convinto che dall’11 settembre l’America stia combattendo la Terza guerra mondiale (se non la Quarta, per non lasciar fuori la Guerra fredda). Già sapete quali sono questi ragionamenti: gli affiliati di Al Qaeda sono islamo fascisti, l’11 settembre è stato Pearl Harbor, Saddam Hussein era l’Hitler arabo. E via dicendo. Ora è arrivato il turno di Rudy: «Dobbiamo cercare di realizzare in Iraq quello che abbiamo realizzato in Giappone e in Germania», dice. Cioè bombardamenti a tappeto e olocausto nucleare? La realtà è che la minaccia del terrorismo islamico oggi è del tutto diversa dalla minaccia dell’Asse nel 1941-42. A giudicare dal suo ultimo proclama demenziale, Osama Bin Laden punta alla conversione di massa, non alla conquista (con prestiti a basso tasso d’interesse come incentivo finale). Gli islamisti hanno a disposizione migliaia, e non milioni, di combattenti addestrati. Le loro armi più pericolose sono mine e lanciarazzi, non portaerei e missili guidati. Il numero complessivo dei caduti americani che si può addebitare a questa specie di guerra mondiale raggiunge quota 6.000 (comprese le vittime dell’11 settembre con passaporto americano e il personale di servizio morto in azione in Iraq). In media, le potenze dell’Asse falciavano circa 20.000 persone al giorno tra soldati alleati e civili. Il guaio è che più gli americani si lasciano convincere di combattere una guerra mondiale, meno attenzione prestano alle minacce strategiche ben più pericolose che devono affrontare. Quattro in particolare: 1) il coinvolgimento dell’intera regione mediorientale in unaguerrasuvastascala;2) ladisintegrazionedel sistema di non proliferazione nucleare; 3) la crescente concorrenza tra economie per le materie prime, ormai scarseggianti; 4) lo scompaginamento della liberalizzazione multilaterale del mercato. Prese tutte assieme, queste sfide metteranno a dura prova chiunque si troverà ad occupare la Casa Bianca dopo George Bush. Per caso Giuliani si è soffermato a ponderarle attentamente? Ha elaborato una visione strategica complessiva, che vada oltre impedire il ripetersi di un altro 11 settembre? L’offensiva di Rudy Giuliani, utilizzata per ripulire New York, ha funzionato assai bene (benché da ultimo fosse sfociata in una serie di eccessi). Resta ancora da vedere se funzionerà in politica estera. © Niall Ferguson, 2007 Traduzione di Rita Baldassarre